Published On: 7 Ottobre 2026Categories: Gestalt Blog

International Gestalt Training 5° Edizione

27-28-29 Novembre 2026

Siamo in tempo. Il tempo vissuto della coscienza

Tracce per una riflessione

Il tempo vissuto è come un silenzio, dove si crea stupore, meraviglia.

Dove nasce la meraviglia si produce una piccola rottura della continuità. Pensavo di sapere. Pensavo di avere già visto. Pensavo che sarebbe andata così. E invece qualcosa appare diversamente.

La meraviglia interrompe per un istante il già conosciuto e restituisce all’esperienza la possibilità di accadere.

È forse da questa interruzione che vogliamo partire. Che cosa accade là dove il tempo previsto si incrina? Il tempo vissuto comincia forse proprio là dove il tempo lineare subisce una crepa.

Il silenzio tra le parole; le nuvole viste cento volte che improvvisamente tornano ad apparire come la prima volta; una fotografi a che ridiventa esperienza; la meraviglia di imparare qualcosa; una decisione che il corpo sembra aver già preso in un attimo; il tempo della nascita e quello del fi ne vita; il teatro, la lettura, una canzone; un avvenimento inatteso che devia il corso di ciò che credevamo già scritto.
In queste fessure il tempo fi ltra e smette di essere soltanto il contenitore entro il quale l’esperienza deve trovare posto.

Diventa una qualità dell’esperienza stessa: è l’esperienza che plasma il proprio tempo per poter esistere.

Possiamo allora domandarci: che cosa permette a un’esperienza di prendere forma?

Il tempo vissuto della coscienza sembra disobbedire alle leggi dell’orologio. Un istante di molti anni fa può riconfi gurarsi nel presente e tornare come una scintilla di vita; altri periodi interi sembrano invece scomparire dal nostro orizzonte. Ci sono esperienze che continuano a dilatarsi dentro di noi ogni volta che vengono rievocate, che rimangono sorgenti interne di dialogo e di trasformazione.

Forse viviamo, nella nostra vita, attimi di eternità. Non un’eternità immobile o sottratta al divenire, ma «un’eternità che riprende freschezza ogni volta che vi si posa lo sguardo».

In questa prospettiva, il pensiero di Simone Weil sull’attenzione ci offre una traccia preziosa. L’attenzione non coincide con lo sforzo di impadronirsi di qualcosa, ma richiede attesa, disponibilità, capacità di sostare davanti a ciò che ancora non sappiamo. Anche il tempo apparentemente sterile dello studio, la fatica che non produce immediatamente un risultato, possono trasformare chi attraversa quell’esperienza.

Imparare significa allora anche imparare ad abitare il silenzio, la lentezza, la difficoltà e il non sapere.

Una poesia difficile richiede tempo.

Comprendere un autore richiede tempo.

Ascoltare davvero una persona richiede tempo.

Anche Paolo Quattrini, interrogando la Relatività e qualità del tempo vissuto in psicoterapia, distingue il tempo dal ritmo e mette in discussione la nostra tendenza ad accelerare i comportamenti per tentare di stare al passo con un tempo percepito come insufficiente:

In musica invece si sa bene come in uno stesso tempo possano coesistere vari ritmi diversi, di cui uno fa da contenitore all’altro e ne incrementa la qualità.

La questione diventa allora non soltanto quanto tempo abbiamo, ma come lo abitiamo.
Nell’esperienza corporea fenomeni diff erenti accadono contemporaneamente e secondo ritmi differenti.
Corpo, pensiero, emozione, relazione, immaginazione non devono necessariamente procedere allo stesso passo.
Riconoscere questa molteplicità può restituire qualità all’esperienza e aprire alla possibilità che ritmi differenti trovino una loro composizione.

È in questa relazione di ascolto e di contatto con i fenomeni che può manifestarsi qualcosa di inedito. Non necessariamente perché ciò che incontriamo sia nuovo, ma perché cambia la nostra relazione con ciò che appare, mentre anche noi cambiamo, istante dopo istante.
La nuvola l’abbiamo vista cento volte. Eppure, improvvisamente, la vediamo.
La fotografi a la conosciamo. Eppure torna a commuoverci.
Una parola abituale viene separata dall’altra da un silenzio, e qualcosa cambia.
Una vita sembra seguire un percorso già determinato e, improvvisamente, compare una possibilità.

Un tempo rubato

C’è poi un’altra immagine che vorremmo interrogare: quella del tempo rubato. Il tempo per fare ciò che si ama, amando ciò che si sta facendo; il tempo sottratto a ciò che sembrava già stabilito.

Rubato a che cosa?

Alla produttività, alla prestazione, all’urgenza. Ai protocolli e ai tempi istituzionali. Alla linearità delle biografi e previste e alle aspettative di genere. Alla malattia e alla diagnosi. Persino, nel fi ne vita, al tempo misurato soltanto attraverso la domanda: quanto resta?
Il tempo rubato può allora diventare uno spazio temporale sottratto al già stabilito, nel quale torna possibile fare esperienza.
Ed è qui che la rifl essione sul tempo vissuto oltrepassa il solo campo psicoterapeutico e interroga la qualità della vita e delle relazioni nei diversi territori dell’esistenza.

Da questa domanda nascono le cinque aree tematiche che attraverseranno l’International Gestalt Training:

  • Nell’educazione, qual è il tempo necessario perché qualcosa venga realmente appreso e non soltanto insegnato?
  • Nella sanità, quale tempo può ancora essere vissuto dentro il tempo della cura, della diagnosi, dell’attesa, della nascita e del morire?
  • Nel genere, quali temporalità dell’esistenza possono sottrarsi ai tempi e alle traiettorie socialmente prescritte?
  • Nel lavoro psicosociale, come cambia il tempo nelle crisi, nelle migrazioni, nelle rotture biografi che e nella ricostruzione di possibilità?
  • Nella ricerca, come possiamo conoscere un’esperienza senza ridurla soltanto a ciò che può essere misurato cronologicamente?

Workshop esperienziali, Tavole Rotonde e sessioni Plenarie saranno differenti luoghi da cui avvicinare queste domande, mettendo in dialogo esperienze, pratiche e prospettive diverse.

Siamo in tempo

Forse, allora, “Siamo in tempo” non è soltanto il titolo di questo incontro.
Può essere un’aff ermazione, un interrogativo, forse persino un invito.
Essere in tempo non signifi ca soltanto arrivare prima che sia troppo tardi. Significa anche riconoscerci dentro il tempo, attraversati dai suoi ritmi, dalle sue interruzioni e dalle sue possibilità.

Siamo in tempo per sostare.
Siamo in tempo per ascoltare.
Siamo in tempo perché qualcosa che credevamo di conoscere possa apparire diversamente.
Siamo in tempo perché diff erenti ritmi possano coesistere.
Siamo in tempo perché un’esperienza trovi la propria forma.

E forse siamo in tempo ogni volta che, dentro ciò che sembrava già previsto, una fessura restituisce all’esperienza la possibilità di accadere.

Siamo in tempo finché qualcosa può ancora accadere.

Valentina F. Barlacchi
Direttrice, Istituto Gestalt Firenze (IGF)

 

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