Published On: 24 Aprile 2014Categories: La Rivista

di Paolo Quattrini

Pubblicato sul Numero 11 di Formazione IN Psicoterapia, Counseling, Fenomenologia

 

Malgrado si tratti di un argomento risolto teoricamente già da Goodman a suo tempo, nella Gestalt del 2000 continuano ad affacciarsi diatribe sul tema del self: evidentemente questo ha a che fare con un qualche bisogno molto sentito.

Ora, di solito, quello che arriva al largo pubblico non sono i temi fondamentali, ma piuttosto quelli più suggestivi per l’immaginazione.

Che una persona sia dotata di qualcosa di così misterioso da chiamarsi self, che porta fra l’altro tutta la tematica del piacersi e non piacersi, evidentemente tocca la fantasia in modo irresistibile, e molti gestaltisti del 2000 non resistono appunto alla tentazione di avere un self, malgrado l’avvertimento di Goodman che il self non è, ma solamente avviene, e l’affermazione di Erv Polster, che c’è, se proprio vogliamo, una intera popolazione di selfs.

Occuparsi del proprio self (che proprio appunto non può assolutamente essere, in una ottica fenomenologica), sarebbe un po’ come occuparsi della propria immagine, di cosa gli altri vedono, del proprio posto nel mondo, di confronti gerarchie e potere, tutti argomenti di grande attrattiva.

La fenomenologia da una parte e Goodman dall’altra avevano infatti dato una bella botta in testa all’immagine, che diventava poco più di una illusione semiautistica, e questo è evidentemente intollerabile per molti che a questo sport si dedicano con passione. Abbiamo un self? Non abbiamo un self? Cos’è il self? È il più futile degli argomenti, e come tale riceve una grandissima attenzione.

L’unica cosa che mi sembra interessante riguardo al tema del self, è il fatto che costituisce un vero e proprio attentato alle basi dell’approccio gestaltico, il quale si oppone, per sua natura, allereificazioni: l’anima della Gestalt è indirizzata verso l’esperienza e non verso gli oggetti. Quando il paziente nomina un oggetto (oggetto-persona o oggetto-situazione che sia), il terapeuta gli chiede cosa sente rispetto a questo, e ritrasforma cosi l’oggetto in esperienza, in quanto con le sue basi teoriche è solo le esperienze che è in grado di affrontare in senso psicoterapeutico.

I patiti del self obbietterebbero che ottenere con la terapia un self meno rigido allargherebbe lebounderies della persona in modo tale da renderle capaci di integrare più esperienze: ma a questo si potrebbe rispondere che allargare i confini sarebbe comunque solo una misura provvisoria, che promette una vita dedicata a allargarli ulteriormente. Se consideriamo invece l’idea dei confini come la reificazione di una esperienza (io arrivo fino a qui e non vado più lontano) invece che la descrizione di un oggetto esistente (l’oggetto confine), il problema diventa semplicemente “vado oltre o mi fermo qui?”, senza che questo sia determinato da nessuna cosa che chiamo confine. Andare oltre, costa, in genere, in termini di dolore/paura: si può aspettare una ipotetica soluzione della situazione in un futuro in cui si immagina di non aver più dolore o paura, o si può decidere di non farsi fermare qui e ora dal dolore/paura, semplicemente sopportandolo in funzione dei propri desideri.

La voce di Buber qui è illuminante: il problema non è lo sviluppo psichico, è la conversione, cioè un cambio di direzione, andare finalmente dove si vuole ma non si decide di andare.

Aspettare di essere evoluti corrisponde alla nota espressione “aspettare il sol dell’avvenire”, che la storia ha dimostrato non essere neanche tanto luminoso.

Dopo la maturità sessuale non c’è più niente da evolvere: se uno è cretino, non c’è evoluzione che tenga, cretino rimane, e pensare al self lo fa restare ugualmente cretino. La unica cosa che cresce durante tutta la vita è l’esperienza, la quale però non funziona da sè: bisogna che le persone la utilizzino attivamente perchè diventi uno strumento di relazione con la vita, bisogna cioè far tesoro della propria esperienza perchè questa possa assomigliare a una evoluzione.

Bisogna insomma imparare dall’esperienza, cosa che non tutti fanno: malgrado per esempio che moltissime idee non abbiano nessuna utilità pratica nella vita, non pochi non traggono da questo nessun insegnamento, e continuano a coltivarle con grande impegno[1].

Nell’esperienza non ci sono regole di comportamento, salvo stare con gli occhi aperti e guardare dove si mettono i piedi.

Una delle passioni più radicate nel genere umano è la carta geografica della socialità, cioè i codici di comportamento. Sono in un luogo sconosciuto: la prima domanda che mi viene è “come ci si comporta qui?” L’atteggiamento in sè è a dir poco ceap, ma passi: il problema serio è quando poi la persona scambia il comportamento richiesto con l’esperienza stessa!

La mappa non è il territorio! si sgola a dire la PNL da parecchio tempo, ma la gente è dura d’orecchio, e generalmente si contenta di muoversi sulla mappa e nemmeno si accorge dell’esistenza del territorio. Così, i patiti del self amerebbero molto che l’esperienza fosse l’incontro del self col mondo e la psicoterapia il tracciarne le mappe, ma in termini gestaltici il selfè l’incontro dell’organismo col mondo, cioè il self corrisponde concettualmente più o meno all’esperienza stessa, la quale è sempre diversa da se stessa e non si può né fermare né capitalizzare, figurarsi tracciarne mappe meno che approssimative.

Questo non significa che le mappe non si possano tracciare, ma esse non sono regole, sono solo indicazioni che riguardano per di più i lati meccanici dell’esistenza, del tipo se quando ho fame mangio la fame mi passa, e soprattutto, quando mi esprimo il mondo interno smette di premere con urgenza. Per questo il self non serve, perchè non serve teorizzare confini che fantasmaticamente stringono: non è per rimanere congrue a se stesse che le persone si chiudono in comportamenti disfunzionali e ripetitivi, ma per la demenziale convinzione che “chi lascia la via vecchia per la via nuova, sa cosa lascia ma non sa cosa trova”.

 

Il Self nella psicologia del Sè

Nell’ottica kohutiana, che non essendo fenomenologica può pensare in termini di strutture, il Self, scritto con la lettera maiuscola per indicare appunto il suo significato di struttura, delimita lo spazio, dividendo fra mondo interno e mondo esterno, me e altro da me. Nel processo di formazione dell’Io questa divisione si può immaginare inizialmente fra quello che mi piace e quello che non mi piace.

La divisione primaria fra quello che viene percepito bello e buono da una parte e brutto e cattivo dall’altra, sarebbe un modo di esperire il mondo per via narcisistica invece che oggettuale. Vale a dire, la caratteristica di maggiore rilievo che identifica l’oggetto è il fatto che lo si apprezzi o meno, e magari vengono perse di vista tutte le relazioni che ci sono con gli altri oggetti, indipendentemente dalla loro importanza.

Viene dopo il rendersi conto che connotazioni buone e connotazioni cattive possono appartenere allo stesso oggetto, e che vari oggetti belli e buoni sono separati, autonomi e incontrollabili (per es. la mamma non è mia e fa quel che vuole lei).

La divisione di questi due blocchi, “bello e buono” e “resto del mondo” non può essere che un processo variamente accidentato: se immaginiamo l’uovo cosmico che si rompe in due pezzi, avremo la possibilità che il Self sia più grande o più piccolo del “resto del mondo”.

Nel caso che sia il pezzo più grande, avremo quello che si può chiamare un Self grandioso, cioè la sensazione di essere più importante del resto del mondo: se è il pezzo più piccolo, allora il resto del mondo diventerà una Imago Parentale Idealizzata, cioè qualcosa di grande valore a cui tendere e il Self sarà idealizzante, sarà cioè una tendenza a pensare e volere le cose come dovrebbero essere piuttosto che come sono.

Ombra del Self idealizzante è il Self antilibidico, cioè il sadismo, un modo di difendersi da tutto quello che non piace o che è minaccioso attraverso una disidentificazione attiva e violenta dal ruolo frustrante e doloroso, che viene attribuito a qualcun altro.

Anche il Self grandioso, che con un pò di cinismo potrebbe sembrare una buona soluzione, ha i suoi bravi inconvenienti, come dimostra la famosa barzelletta di quello che si lamenta dicendo “ah, il mondo è fatto di egoisti, tutti pensano a sé, solo io penso a me.” Se non è proprio privo di discernimento e di immaginazione, chi è afflitto da un Self grandioso è anche tormentato dal sospetto che gli altri la pensino come lui, cioè che si trovino la settima meraviglia del mondo e che mettano il resto del mondo e in particolare lui, del tutto in secondo piano.

Un’evoluzione corretta del Self, e quindi del proprio narcisismo, richiederebbe un investimento sui genitori che permettesse di avere un forte interesse nella crescita e nell’adozione dei valori dei “grandi”, e che poi crescendo e diventando all’altezza in tutti i sensi dei genitori stessi si raggiungesse il senso di valore di cui sono appunto investiti.

Per potercela fare è necessario che questo senso del valore resti sui propri genitori, che sono le persone che è più realistico riuscire a raggiungere anche come importanza nel mondo, dato che i figli partecipano del loro status sociale, e questo significa che i genitori non devono deludere troppo o troppo bruscamente i figli (quindi non li devono neanche illudere), se non vogliono che smettano di investirli di quell’importanza un po’ mitica che è necessaria, e vadano a trovare altri oggetti mitici d’investimento, magari televisivi, che non potrebbero poi raggiungere in tutta la vita, e che li lascerebbero con un vuoto narcisistico, cioè con la sensazione che tutto quello che fanno non è veramente importante e che la vera vita si svolge altrove (per esempio nella televisione).

 

 

 


[1] l’amore universale, l’energia, niente è per caso, le cose naturali, il politicamente corretto, il dover dire  la verità, e una infinita teoria di altre stronzate del genere.