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Sensazioni ed emozioni: basi della conoscenza nel lavoro psicoterapeutico secondo il modello della Gestalt

Convegno “LE Radici Emozionali Della Conoscenza”, Salerno, 28-29.10.08

di Anna R. Ravenna

Pubblicato sul numero 12 di Formazione IN Psicoterapia, Counselling, Fenomenologia.

 

La mia anima è una misteriosa orchestra;

non so quali strumenti suoni e strida dentro di me: corde e arpe, timpani e tamburi.

Mi conosco come una sinfonia.

Ognuno di noi è più d’uno, è molti,

è una prolissità di se stesso.

Fernando Pessoa

 

 

Mi dispiace se in apertura vi tedierò con alcune note scontate per un uditorio come questo ma le ritengo assolutamente essenziali per far da cornice alla visione della psicoterapia intesa come processo di conoscenza di sé e dell’altro. Troppo spesso, purtroppo, parlando di modelli psicoterapeutici se ne tralasciano i fondamenti filosofici ed epistemologici.

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La diagnosi nella psicoterapia della Gestalt – Intervista a Paolo Quattrini

di Pierluca Santoro

Pubblicato sul numero 12 di Formazione IN Psicoterapia, Counselling, Fenomenologia

 

 

Santoro       Ripercorrendo la storia della psichiatria, e in particolar modo di quella che venne chiamata antipsichiatria dai vari Laing, Goffmann e Basaglia, sono nati tutta una serie di dubbi epistemologici, in modo particolare rispetto a quella che Basaglia chiamò, da un punto di vista fenomenologico, la “messa tra parentesi della malattia mentale”. Allora, tanto per cominciare, cosa vuol dire malattia mentale per un gestaltista?

 

Quattrini     Ha un significato diverso, a seconda che si tratti di Gestalt a orientamento pragmatico o fenomenologico esistenziale: in questo secondo indirizzo non si può parlare di malattia mentale semplicemente perché sarebbe fare di un processo un oggetto, e dato che il lavoro terapeutico di tipo fenomenologico si confronta con i processi, parlare qui di malattia mentale non è di nessuna utilità. Dal punto di vista gestaltico si guarda il soffrire della persona e ci si confronta direttamente con questo, senza metterlo nel contenitore di altri soffrire nella stessa maniera, cosa che sarebbe poi la diagnosi. Qui non si usa una diagnosi di patologie in quanto, una volta diagnosticato, non è che si abbia poi strumenti per la terapia: se una persona si diagnostica per esempio paranoica invece che schizofrenica, il lavoro consiste comunque nel confrontarsi con la specificità della sua esperienza. C’è una specie di qui pro quo tradizionale in questo: siccome tradizionalmente in medicina la diagnosi è fondamentale, allora si è importata anche nella psicoterapia. Gli psicologi poi che non sono psicoterapeuti, non avendo strumenti terapeutici in proprio, si limitano a fare diagnosi per qualcun altro, o per qualche scopo che non sia terapeutico.

 

Santoro       Per quello che riguarda la diagnosi fenomenologica,  il termine diagnosi è pretestuale o ha un senso specifico rispetto al termine “fenomenologico”?

 

Quattrini     La diagnosi si dice fenomenologia invece che metapsicologica quando non diagnostica una dinamica fra strutture psichiche ipotetiche che sta sotto i comportamenti, ma si riferisce ai fenomeni, sia a quelli primari che a quelli secondari. Nella Gestalt la terapia è un’interazione diretta con la persona come si presenta momento per momento, dove si osserva come fa e si ascolta l’effetto che fa: per poter interagire realisticamente bisogna riconoscere i fenomeni che la persona presenta, cioè bisogna accorgersi di dove va la sua attenzione e che effetto gli fa quello che percepisce, e allo stesso tempo stare in contatto con la propria esperienza. La diagnosi fenomenologica passa in primo luogo per le incongruenze riscontrabili nel comportamento della persona e per l’effetto che fanno allo psicoterapeuta, il quale può capire per via empatica, cioè ponendosi nei panni dell’altro, cosa sta succedendo nel suo mondo interno. Si tratta insomma effettivamente di diagnosi, dia-gnosis, una conoscenza che si spinge oltre la superficie, e fenomenologica, in quanto tiene conto sia dei fenomeni primari, cioè di quello che il terapeuta percepisce fuori, che di quelli secondari, cioè dell’effetto che gli fanno.

Ci sono comunque alcune differenziazioni della diagnostica psichiatrica che trovano senso sul piano pratico anche per i gestaltisti, soprattutto tre categorie di uso comune, riconoscibili per via fenomenica: i nevrotici, (o normotici, come li chiama  Bruno Callieri), i borderline e gli psicotici.

Queste tre categorie diagnostiche vanno conosciute, perché comportano differenze importanti riguardo alla comprensione e all’interazione. Per esempio, le persone con sindrome borderline in genere non fanno tesoro di quello che capiscono, per cui in una seduta possono capire qualcosa di importante, ma a quella dopo si presentano come se invece non avessero capito nulla. Quando si lavora con persone così, bisogna evitare di appoggiarsi sull’importanza del capire, che serve a poco, in quanto di quello che capiscono non se ne fanno quasi nulla. Dal punto di vista dalla Gestalt questo però non si collega a un concetto di malattia, è semplicemente fenomenologia dell’esperienza: i borderline in linea di massima si presentano come persone che non fanno tesoro dell’esperienza, e questo è un fenomeno che si ripete. In Gestalt non si teorizza un processo che li porta fin lì, ma semplicemente si osserva che quando si riconosce una sindrome borderline è meglio stare attenti a non fermarsi al capire, perché in genere non serve a niente: è insomma un’accortezza, non una regola da applicare meccanicamente. Un altro problema importante è poi, per esempio, quello del contatto fisico: nevrotici,borderline e psicotici reagiscono in modo molto differente, quello che per una categoria è normale per un’altra può essere drammatico, e bisogna saperlo per evitare incidenti.

 

Santoro       Quello che mi pone dei dubbi è comunque il determinismo dei ragionamenti clinici, che può sembrare simile a quello della diagnostica. Per esempio l’inferenza che si fa tra l’avere di fronte una persona che non apprende dall’esperienza e il definirla in un certo modo, e viceversa: in realtà può capitare che una persona non apprenda dall’esperienza, ma che non sia borderline, o che sia e che riesca in qualche modo anche ad apprendere dall’esperienza e così all’infinito. La singolarità dei casi mette sempre in crisi il criterio, e qui nasce la critica epistemologica dei criteri diagnostici: in questo senso nella pratica della Gestalt trovo lo spazio per dare attenzione alla singolarità e non alla media, però anche qui concettualmente rimane l’aporia di fondo.

 

Quattrini     Mi viene in mente una storia: si dice che trovarono Marx a fare l’elemosina e gli dissero: “ma come, Lei ha teorizzato tanto contro il fare l’elemosina, ha detto che un marxista non deve fare l’elemosina, e allora?”; e pare che Marx abbia risposto: “ ma io non sono mica marxista!”. Il fatto è questo: nella Gestalt non si può usare la diagnosi psichiatrica come elemento teoreticamente vincolante, ma lo si può fare in modo pragmatico, senza dargli troppo peso, per quello che può aiutare sul momento. Usarla significa trarne delle indicazioni per indirizzare l’attenzione: per esempio se si riconosce in una persona il fenomeno che in Gestalt si chiamerebbe slippery ego bounderies, che è come in genere si presenta fenomenicamente una sindrome borderline, allora ci si dovrebbe ricordare ”stai a vedere che magari questa persona non apprende dall’esperienza!” Allora si sta più attenti e si verifica: se si vede che è così bisogna trovare qualche altra base di appoggio per la relazione di aiuto.

E’ vero che nella Gestalt non ci si riferisce a strutture, ma da un punto di vista teorico fra strutture e processi non c’è una separazione netta: le strutture sono processi lenti. In realtà tutto è processo, la materia stessa è solo apparentemente struttura, e il liquido non è radicalmente differente dal solido, è solo un processo più rapido: anche il solido si muove, ma molto più lentamente.

 

Santoro       Quindi si può dire che lo strumento diagnostico può servire a sincronizzarsi rispetto alla lentezza o alla velocità del processo in corso?

 

Quattrini     Sì, perchè alcune cose si trasformano più velocemente sotto l’occhio, altre più lentamente, e questo movimento più lento va riconosciuto e accettato così. Per trasformare il ghiaccio in acqua c’è bisogno di un certo periodo di tempo, e un pezzo di ghiaccio finché non si scioglie rimane un solido, e va trattato come un solido. Un sintomo è un processo, ma è un processo lento, e finché non ridiventa processo è come se fosse un solido: va trattato contingentemente come solido, ma senza crederlo tale, altrimenti solido, cioè struttura, lo rimarrà sempre. Il problema è fra “trattato” e “creduto”: il ghiaccio trattandolo come solido si può momentaneamente gestire come tale, facendogli però uno spazio per lo scongelamento, quando è dell’acqua che si ha bisogno.

 

Santoro       Quindi si può dire che non aggrapparsi alla diagnosi dà allo psicoterapeuta la possibilità di confrontarsi meglio con i processi?

 

Quattrini     Quando ci si esprime attraverso un linguaggio analogico, questo fasenso, arriva direttamente a destinazione e produce da sé un effetto: una diagnosi classica, che è un’operazione digitale, cioè concettuale e astratta, non produce nulla da sola perché è come se fosse un significato senza senso, che non facilità né il rapporto fra il paziente e i suoi processi interni, né il contatto fra paziente e terapeuta.

In realtà, non è un problema di diagnosi sì o no, ma dello scopo con cui la si fa. C’è differenza intanto tra fare una diagnosi che poi si amministra direttamente o diagnosticare per qualcos’altro, per qualcun altro: per esempio, uno psichiatra che diagnostica fa un uso diretto della sua diagnosi, perché a questa corrispondono dei farmaci. Se la diagnosi va a qualcun altro, magari a uno psicoterapeuta a cui non servono indicazioni farmacologiche ma piuttosto osservazioni sul mondo interno, questo si trova di fronte un oggetto particolarmente difficile da scongelare, visto che non l’ha mai visto come processo. Lo riceve come solido, non lo ha mai visto come liquido e riportare da solido a liquido non è facile quando non è lui che lo ha solidificato: almeno, nell’operazione di solidificazione rimane un’immagine di quella cosa allo stato liquido, cioè del processo che sottende. Insomma, se lo psicoterapeuta non lascia la presa sulla diagnosi avrà difficoltà a interagire con la persona.

 

Santoro       Effettivamente le parole si reificano nell’uso quotidiano, e spesso in questo modo vanificano il loro valore metaforico: quando si riesce ad esprimersi attraverso immagini il processo scorre più facilmente, ma quando si fa attraverso concetti facilmente si sclerotizza. Da qui l’importanza per un gestaltista di usarle in un modo piuttosto che in un altro, sempre facendo i conti col fatto che l’apparato linguistico ormai c’è e produce conseguenze anche in psicologia, non solo in psichiatria, e che quindi dalla diagnosi non si sfugge. Sembra insomma che la psicologia da un punto di vista linguistico sia ormai entrata a far parte della medicina: si può uscire da questa discutibile eredità?

 

Quattrini     Mi sembra improbabile che la psicologia rinunci alla diagnosi, però c’è molta differenza fra test proiettivi e non proiettivi, cioè fra le diagnosi fatte con processi analogici e quelle fatte con modalità digitali. In un’ottica gestaltica sono eventualmente praticabili le diagnosi fatte con test proiettivi: le altre qui sono praticamente inutilizzabili. I test proiettivi sono in realtà un mondo complesso: per esempio non c’è solo un TAT, ce ne sono molti, di cui alcuni da leggere in modo digitale, altri che si muovono più sul versante analogico. Se per motivi contingenti si ha proprio bisogno di test, qui è consigliabile un TAT con lettura analogica, che faccia cioè una diagnosi di processi non di strutture. Quando si diagnosticano strutture poi si tende a rimanerci ancorati, cioè ci si crede, si pensa che esistano, si pensa che psicotico significhi una struttura psicotica, non un comportamento psicotico: se si vuol fare qualcosa che abbia migliori chances di produrre cambiamento, bisogna confrontarsi con quello che si muove, piuttosto che con strutture immobili.

 

Santoro       Sembra infatti che nella diagnosi sia compresa in qualche modo anche la prognosi: quando ad esempio si parla di schizofrenia cronica, è come se lo scopo della diagnosi fosse legittimare il lasciare le cose così come sono…

Cambiando discorso, nel concreto dell’agire psicoterapeutico, a me si è posto un altro problema: mentre nella psicoterapia della Gestalt ci si basa sulla responsabilità e quindi sulla volontà della persona di voler cambiare qualcosa della propria vita, nel caso dei disastri psichici, piuttosto che dei disagi, questa volontà, almeno in modo esplicito, non sembra esistere. Mentre eticamente appare necessario proprio questo agire terapeutico, qui non si può lavorare appellandosi alla responsabilità. Come si risolve secondo te questo incastro, se così vogliamo chiamarlo?

 

Quattrini       C’è un problema linguistico importante: la benzina del lavoro non è la volontà di cambiare, ma sono semplicemente i desideri della persona. Una persona può essere disastratissima, ma sempre vuole qualcosa: se per assurdo non volesse niente, non ci sarebbe nessuna possibilità, ma finché è vivo ognuno vuole qualcosa, da cose che può avere a cose che non può avere, da cose possibili a cose impossibili, c’è una gamma vastissima. Un essere vivente che non abbia l’elettroencefalogramma piatto, vuole, sempre, costantemente, è intenzionato, come dicono i fenomenologi. La scommessa consiste nell’incanalare quel volere, tanto o poco che sia, su cammini percorribili: questa è l’abilità e la tecnica dello psicoterapeuta. Anche se tecnica in realtà non si può proprio chiamare, perché non esiste tecnica al mondo che possa riuscire a incanalare gli strampalati desideri delle persone su strade plausibili. Esiste solo una abilità data dall’esperienza, da esperienze di vario tipo e fondamentalmente dall’esperienza della propria terapia. Uno psicoterapeuta è semplicemente qualcuno che conosce bene il territorio del suo mondo interno, e con questo diventa capace di accompagnare gli altri in territori che, anche se diversi, sono analoghi a quelli che lui conosce. I nostri territori interni sono molto diversi, ma analoghi: un bosco è diverso da un altro bosco, ma se uno sa muoversi in un bosco bene o male saprà arrangiarsi anche in un altro.

 

Santoro       È come se i desideri fossero un grimaldello per aprire scenari e prospettive….

 

Quattrini     Io li chiamerei la benzina: è l’energia che porta il movimento. È quella che nel linguaggio fenomenologico si chiama l’intenzione. L’approccio fenomenologico si basa su questo: un essere vivente è naturalmente e inevitabilmente intenzionato, cioè si muove perché intende, nel senso di in-tende, tende verso. È su questo in-tendere che lo psicoterapeuta si può sintonizzare per condurre una terapia. L’intendere in un’ottica fenomenologica è la parte basilare dell’esistenza: in un’ottica freudiana si considerano base i simboli, mentre in un’ottica fenomenologica la base è l’intendere. Questo non significa che sotto l’intendere non ci sia qualcos’altro, è solo l’ultima base per quello che riguarda il fenomeno vita: più in basso dell’intenzione non c’è vita.

 

Santoro       Questo come attraversa l’etica della relazione d’aiuto, e la necessità della relazione d’aiuto, soprattutto ai livelli profondi del disagio, quelli meno gestibili a parole?

 

Quattrini     L’etica è un campo di valore definito dall’esperienza del buono, cioè l’esperienza del buono è la base dell’etica: esiste l’etica perché esiste l’esperienza del buono. Esiste il fare sociale perché esiste l’esperienza del buono. Esiste la cultura umana perché esiste l’esperienza del buono, del bello e del logico, che alla cultura sono precedenti. La cultura nasce perché sulla base di queste tre esperienze c’è una bussola: gli esseri umani creano la cultura facendo più bello, più buono e più logico. L’esperienza del buono precede la ricerca etica. La ricerca etica è la ricerca del più buono: quando si agisce, di solito si cerca di fare più buono, più bello più logico possibile. Per il valore non c’è spiegazione, se non quella tautologica: valore è valore. Perché perseguire buono? Perché è buono! Però questo non significa che si è obbligati a perseguire buono: ci sono persone che non perseguono questi valori, e il libero arbitrio permette di perseguire il buono o il non buono. È in questa logica che il cristianesimo immagina la differenza tra il muoversi verso l’inferno o verso il paradiso: se non fosse che così si preserva il libero arbitrio e si valorizza le scelte, nell’ottica cristiana sarebbe ben difficile immaginare perchè il buon Dio abbia fatto anche l’inferno, invece di un’umanità che va solo in paradiso. Il discorso sull’etica riguarda la direzione in cui si fanno le scelte: nella terapia si riferisce alle scelte del terapeuta, che si muove sperabilmente in direzione del valore etico, in accordo col buon senso che dice che buono è più augurabile che cattivo, e che aiuta il paziente a rendersi conto del sapore delle proprie scelte tenendocelo in contatto con la incessante domanda “e ora cosa senti?” La necessità dell’aiuto è sempre relazionabile con il migliorare la qualità delle scelte, cioè con uno spostamento verso il più buono, più bello, più logico, cioè più funzionale, almeno finché si considera il buon senso come un criterio applicabile alla psicoterapia.

 

Santoro       E qui infatti nasce un altro nodo concettuale: la responsabilità nelle sue forme civili penali ecc, con il concetto di malattia che si traduce come la razionalizzazione dell’assenza di responsabilità, e come invece si usa nella Gestalt. Se malattia mentale è ciò che definisce un processo svincolato dalla responsabilità individuale, è chiaro che nella Gestalt questo concetto non esiste: però c’è nella pratica e nel linguaggio…

 

Quattrini     Nel linguaggio corrente c’è confusione tra responsabilità e colpa: la tradizione cristiana utilizza fin dalle origini la polarità di colpa e innocenza come bussola delle cose umane, e per questo questi due concetti sono profondamente radicati nel nostro modo di pensare. La responsabilità ha un’origine culturale meno remota, ed è meno assimilata al pensiero corrente. La responsabilità è il rispondere di quello che si è fatto, e si risponde sempre, per forza, di quello che si fa: che una persona sia grande, piccola, bianca, nera celeste o verde, e soprattutto colpevole o innocente, risponde comunque di quello che ha fatto.

Esistono è vero cavilli legali per cui certe persone non vengono chiamate a rispondere socialmente delle loro azioni, per esempio magari ha ammazzato qualcuno ma è minorenne e non si mette in prigione: questo, socialmente parlando, in una cultura con l’ideologia dell’innocenza, è possibile, ma nella realtà esistenziale l’innocenza non esiste: se per esempio si investe qualcuno senza colpa, non si può credere che solo per non avere legalmente colpa questo non pesi sulla coscienza, l’empatia non è un optional, è parte integrante della struttura della mente, anche se può essere allontanata dal focus dell’attenzione.

L’innocenza, in realtà, è un trucco concettuale che ha a che fare con l’organizzazione sociale e che serve a molti scopi, non ultimo a salvaguardare le operazioni sporche fatte sotto l’ombrello del potere. Chi riveste un alto grado sociale può fare le peggio cose rimanendo innocente, come tutti sanno di 007 e della sua famosa licenza di uccidere.

 

Santoro       Questo che c’entra con la responsabilità come capacità di rispondere? Esiste un’incapacità di rispondere?

 

Quattrini     Responsabilità non è capacità di rispondere, è il rispondere medesimo. Se io giro in maglietta e fa freddo, ne rispondo magari prendendo il raffreddore. Che posto c’è per l’incapacità di rispondere? Il raffreddore poi me lo devo comunque sopportare.

 

Santoro       Quindi è sempre qualcosa che si determina a posteriori rispetto all’atto? In un certo senso è come se fosse la semplice relazione tra soggetto e predicato, e nominarla un modo per fermare l’attenzione e il tempo sul soggetto con rispetto al suo predicato?

 

Quattrini     Sì: la responsabilità è la conseguenza del fatto che tutto costa e la logica della responsabilità rispetto alla logica dell’innocenza/colpa è solo una logica di relazione tra la persona, i costi e i benefici: con l’innocenza si va in paradiso, con la responsabilità si va dove portano i propri piedi. Come si sa, “mentre le bambine buone vanno in paradiso, le altre vanno dappertutto”. Se si commettono atti che portano disgrazia alle persone, si vivrà in un campo di forze di disgrazie, nel campo di forze del dolore delle persone a cui si è procurato dolore e della coscienza di averglielo procurato. Questo comporta fra l’altro la consapevolezza delle possibili ritorsioni, per cui poi tanto tanto fiduciosi per il mondo non ci si può andare, e senza una fiducia di base si perde un sacco di possibilità e si finisce per vivere una vita più o meno paranoica. L’inferno è già qui. Forse ci sarà anche di là, non lo sappiamo, ma qui c’è di sicuro.

 

Santoro       Ho l’impressione che anche la teoria del carattere corra gli stessi rischi paradigmatici della diagnosi psichiatrica: ipotizzare strutture caratteriali non è congruo ad una fenomenologia, ma eventualmente ad un’epistemologia. E pensavo anche che, esattamente come la diagnosi, diventa uno strumento di potere che utilizza il medico o lo psicologo per gestire il rapporto con il cliente. Che ne pensi?

 

Quattrini     Per questo è estremamente importante che chi usa la teoria del carattere non dica alle persone che hanno questo o quel carattere, che si ricordi che il carattere è un processo, piuttosto lento, ma sempre un processo: non è cioè che una persona che ha un certo carattere si comporta necessariamente in una certa maniera. L’utilità dello studio del carattere è capire le alterazioni dell’autoregolazione organismica per trovare modalità di tornare indietro. Paradossalmente, non è tanto importante conoscere il proprio carattere, quanto capire qualcosa delle cosiddette virtù, cioè dei processi per riequilibrare le alterazioni dell’ecosistema. Dire alle persone che hanno un carattere o un altro è del tutto controproducente, in quanto rende più difficile alle persone l’immaginare come è avere un carattere o un altro, in modo da farsi un quadro delle alterazioni dell’ecosistema e di come si può tornare indietro. Andare in giro ad affibbiare caratteri è una stupidaggine di basso conio, come è una stupidaggine immaginare che sapere il proprio carattere serva a molto. Ai pazienti che chiedono che carattere hanno rispondo che se glielo dicessi io loro smetterebbero di pensarci: una volta che avessero la diagnosi smetterebbero di guardare il carattere come processo, e allora diventerebbe una conoscenza inutile. L’idea del carattere serve ad operare una focalizzazione per vedere meglio i propri processi interni.

 

Santoro       Mi vengono in mente alcuni pazienti che subiscono una diagnosi psichiatrica e poi la usano per non agire nessun tipo di cambiamento dicendo “ ma io sono schizofrenico, certe cose non le posso fare…”

 

Quattrini     C’è un esempio lampante e atroce di questo in “Berlinguer ti voglio bene” di Benigni, una scena in un bar dove un avventore dice a un altro: “hai visto, avevo ragione io, non sono grasso, sono gonfio…. c’ho il cancro!” È una metafora perfetta dell’uso demenziale della diagnosi. E’ lo stesso per il carattere: “non è colpa mia, mi comporto così perchè sono, mettiamo, un carattere X….” Utilizzando un linguaggio corretto non si dice “sono un carattere X”, ma “faccio il carattere X”. A questo discorso la risposta ovvia sarebbe  “se non ti piace, allora smetti di farlo!”….

 

Santoro       Le metafore, e in particolare il romanzo come contenitore dentro al quale ci sono i personaggi, possono funzionare secondo te come strumenti diagnostici da utilizzare in un contesto terapeutico qualsiasi?

 

Quattrini     In questo senso è stata utilizzata, per esempio, per larghissimo tempo la Bibbia. Dove la gente era lontana da centri organizzati e abbandonata a sé stessa, spesso utilizzava per supporto decisionale e esistenziale la Bibbia, e per qualunque problema che non riuscissero a risolvere cercavano supporto qui: aprivano la Bibbia a caso, leggevano un versetto e da lì per via analogica cercavano una risposta alle proprie cose. La Bibbia è fatta di tanti racconti, che funzionano come verità narrativo-metaforica: un racconto, un personaggio che fa qualcosa, diventa metafora di qualcos’altro. Per esempio, il racconto di una persona che fa qualcosa che finisce male può essere una metafora che suggerisce alla persona di non fare quella cosa, oppure può essere metafora di un rassegnarsi al fatto che le cose comunque vadano bisogna prenderle come sono che è praticamente l’opposto. La verità narrativo-metaforica è presa da ogni persona a suo modo: è come se supportasse una sua verità o una sua decisione, o che aprisse un cammino interno, e in questo senso i racconti hanno un grande potere psichico. Si legge un racconto, ci sono tanti eventi, alcuni passano come niente, alcuni colpiscono: nei punti dove i racconti colpiscono, per la persona si apre una nuova possibilità.

 

Santoro       E sono un momento diagnostico, nel senso di una lettura fenomenologica della persona. Il tema di Edipo ad esempio… ci sono personaggi che evocano comportamenti e vissuti di tutta l’umanità …

 

Quattrini     Sì: un romanzo, attraverso i suoi personaggi e lo svolgersi dell’azione dà forma a qualcosa che esiste potenzialmente in tutti. A questo proposito è interessante quello che diceva Victor Turner, un acuto antropologo sociale: il teatro è un modo di andare oltre i confini che i tabù culturali segnano. I tabù delimitano il comportamento umano: il teatro allora mette in scena quello che non si può fare, e così offre la possibilità  di fare esperienze nuove senza dover uscire dal seminato.

Da un punto di vista strettamente diagnostico, c’è un fenomeno letterario curioso: Agatha Christie ha creato il personaggio di un’investigatrice, Miss Marple la quale procede attraverso un interessante diagnosticare analogico. Lei si trova in situazioni limite, di omicidi e crimini efferati, e riconosce dei pattern psichici in certi personaggi, confrontandoli con l’esperienza che ha della vita nel villaggetto dove abita, dove non succede quasi mai nulla: certe atmosfere che si ripetono, certe Gestalt, certi oloidi come li chiamerebbe Perls, sono in effetti riconoscibili. In parte si tratta di effetti del carattere, ma in parte sono… come dire… inclinazioni della persona che magari portano più facilmente all’omicidio, o comunque a certe particolari uscite fuori dai limiti consentiti socialmente. Non c’è una relazione meccanica, e si vede bene dal fatto che lei connette persone che hanno commesso omicidi con persone che non hanno mai fatto niente di male, ma che hanno fatto qualcosa di un certo tipo….

 

Santoro       Uno stile simile….

 

Quattrini     Uno stile simile, esatto. La parola è proprio stile: se nella Gestalt non possiamo parlare di strutture perché non abbiamo strumenti congrui alla metapsicologia, possiamo parlare di stile, perché lo stile non si inferisce, si riconosce. Per le strutture bisogna fare un’inferenza, dato che non si vedono, lo stile si vede.

 

Recensione del libro “Lo Sguardo e l’Azione – Il Video e la Fotografia in Psicoterapia e nel Counseling” di Oliviero Rossi

di Pierluca Santoro

Pubblicato sul numero 14 di Formazione IN Psicoterapia, Counselling, Fenomenologia

 

Mi è capitato molto spesso di pensare che la “sedia vuota”, oltre che una tecnica psicoterapeutica, potesse essere presa come metafora della riluttanza con cui il gestaltista si pone di fronte alla scrittura. Il valore dato all’esperienza, intesa come globalità dell’agire terapeutico e formativo, e al lavoro sulle emozioni come cardine filosofico e pragmatico della fenomenologia tecnologica gestaltista, è come se ponesse la teoria su uno sfondo concettuale solo di rado evidenziato in primo piano. Nulla esce dalla relazione dialogica tra due individui, la parola perde di valore se non comunicata empaticamente. In questo senso, anche la didattica soffre dello stesso limite e di conseguenza diventa, se non raro, quantomeno difficile trovare nelle librerie un buon libro di gestalt. E, attenzione, non è un problema di erudizione, o di mancanza di interesse nei confronti della scrittura tout court, almeno nella maggior parte dei casi, ma la risultante di un atteggiamento fondamentalmente centrato sul rapporto umano e sul qui e ora della relazione che sulla carta perderebbe tutto il proprio vissuto fenomenologico. È inevitabile pensare invece che un libro si ponga per definizione in un contesto lì e allora e che il gestaltista vero si senta come uno straniero in terra straniera. Se vogliamo, anche la critica stessa che si fa della psicanalisi e dei suoi modelli teorici da un punto di vista epistemologico può essere inserita nella prospettiva di contrasto che si genera tra un approccio basato sull’esperienza, la gestalt appunto, ed uno basato sull’interpretare, vero giardino dell’Eden della parola scritta. È evidente la mole di contributi letterari prodotti in altri contesti psicoterapeutici che vanno da quello cognitivo-comportamentale a quello sistemico-relazionale. Gli unici contributi di un certo rilievo che solo di recente riescono a imporsi all’attenzione anche in ambito gestaltico, sono invece quelli generati dall’uso dell’arte-terapia. Come mai? Perché si trova più interessante spostare l’asse dell’elaborazione concettuale sui mediatori artistici piuttosto che sui concetti e le tecniche di una psicoterapia quantomai viva e prolifica di pratiche eterogenee? L’idea che mi sono fatto, in anni di formazione, lettura ed esperienza diretta, è che l’arte-terapia, o comunque la mediazione artistica, riesca a produrre e fertilizzare quell’ambiguo rapporto tra il gestaltista innamorato del suo lavoro e la sedia calda dello scrittore; che riesca a generare una rete semantica di parole e concetti immediatamente comprensibile e non identificabile come mera speculazione teoretica da porre inevitabilmente a distanza rispetto all’esperienza. L’arte, infatti, è di per sé esperienza, un territorio in cui il gestaltista, forse, può muoversi con maggiore sicurezza ontologica.
Lo sguardo e l’azione, invece, è proprio un libro di gestalt. Gestalt in azione, appunto. Oliviero Rossi riesce nella difficile operazione di raccontarsi e raccontare, prescindendo e riducendo quella distanza tipica tra le due sedie, quella del terapeuta e quella dello scrittore, di cui si parlava prima. È un lavoro che sintetizza un’esperienza, la videoterapia, affrontata sia da un punto di vista tecnico che da un punto di vista personale.
Comincia con la prefazione di Bruno Callieri, omaggio senz’altro gradito e prestigioso, che delinea i confini contestuali all’interno dei quali inserire il corpo del testo. Ed è un testo appunto per certi aspetti decisamente “tecnologico” e innovativo, dove per tecnologico ci si riferisce, non solo alla materialità oggettuale evocata dagli strumenti della video e fototerapia, quanto a un “saper fare” terapia proprio della gestalt e nuovo per ispirazione e motivazione. Lo sguardo e l’azione non è tanto un libro di arte-terapia, come semplicisticamente si potrebbe pensare riferendosi alle tecniche descritte e tornando nel merito dell’incipit di questo articolo, bensì un libro sull’arte della terapia, o meglio della relazione d’aiuto. Non è un caso infatti che la maggior parte dei riferimenti bibliografici vada a scomodare autori come Roland Barthes o Susan Sontag, perchè il senso proprio di tutta la narrazione, più che nell’enunciazione di metodi terapeutici, sta nell’evocazione di nuovi sguardi sulla persona mediati dalle immagini.
Potrebbe apparire una tendenza contemporanea quella di centrare l’attenzione sull’immagine come nuovo e invadente filtro percettivo della nostra società, ma in questo caso l’occhio va più nel profondo. Quello che interessa a Oliviero Rossi non è tanto il valore estetico della percezione, ma il suo proprio nesso fenomenologico con l’essere nel mondo della persona. Non la parvenza, ma l’individuazione.
Superando, quindi, e sperando di aver sciolto, i primi equivoci che potrebbero sorgere ad una lettura distratta, entriamo più nel merito delle questioni affrontate da Oliviero Rossi.
Il testo alterna senza soluzione di continuità due registri semantici intrecciati: quello più biografico ed esperienziale e quello più teorico e tecnico. Il dialogo tra i due livelli è forse l’elemento narrativo più significativo, perché permette al lettore una reale esperienza di quello che viene proposto. Sono infatti raccontate, illustrate e spiegate diverse situazioni terapeutiche o didattiche, all’interno delle quali il lettore può muoversi con curiosità e avere un contatto diretto con i contenuti proposti. Partendo dalla propria biografia, poi, Rossi ci introduce al contatto con l’immagine fotografica,primum movens della sua ricerca tecnica, da questa al movimento della ripresa video, per giungere al senso del raccontare e del raccontarsi attraverso di esse.
Ci sono probabilmente infiniti modi di guardare un’immagine, tanti quanti sono gli occhi di chi ha il coraggio di farlo con onestà intellettuale e con la voglia di scoprire. Ma anche qui va fatta una precisazione: saper guardare non significa interpretare, scoprire non si traduce in analizzare. Ogni fotografia genera e porta con sé uno sguardo sulla memoria, sul ricordo. Ma quello che spesso accade, nel momento in cui si guarda una vecchia fotografia, è proprio l’oblio del momento presente. È come se il passato si materializzasse a coprire il presente, a renderlo vacuo, inerme di fronte all’infinito dell’evocazione. Ed è qui che si inserisce, come un chiavistello sottilissimo, l’azione terapeutica: a rendere fecondo nel presente lo sguardo sul passato, spostarlo verso il futuro, e dilatando, in un continuo gioco tra le polarità dialogiche dell’essere umano, la percezione dell’attuale.

Comunità e Koinè nella PTG

di G. Paolo Quattrini

Pubblicato sul numero 16 di Formazione IN Psicoterapia, Counselling, Fenomenologia

 

Nei congressi di PTG capita non di rado che si parli di comunità gestaltica. Ma in realtà, esiste una comunità gestaltica?

Esiste cioè nel mondo un gruppo di persone che si relazionano fra loro in un modo che si potrebbe dire tipicamente gestaltico? Per tipicamente gestaltico si può intendere con comportamenti proposti da autori noti e apprezzati da psicoterapeuti della Gestalt, come Perls, o i Polster, oppure tipico per la connessione con elementi importanti del corpus di teorie riconosciute fondamentali da molti psicoterapeuti della Gestalt, come la teoria del campo di Lewin, o la relazione figura sfondo di Rubin.

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Essere nel mondo e non “del” mondo. Meditazione, contatto, presenza e psicoterapia della Gestalt

Di Shobha G. Arturi

Medico, psicoterapeuta della Gestalt

Pubblicato sul numero 16 di Formazione IN Psicoterapia, Counselling, Fenomenologia

 

Che cosa è meditazione e a cosa serve? Come mai ne parlo in un contesto come questo in un convegno di psicoterapia della Gestalt intitolato peraltro “Il Superfluo e la Sostanza”? A queste domande cercherò di dare alcune risposte in base alla mia esperienza in materia.

Il mio primo incontro con alcune pratiche di meditazione provenienti dalle tradizioni buddiste tibetane, tantriche, zen, sufi e taoiste, risale a 30 anni fa, grazie agli insegnamenti di Osho , maestro contemporaneo geniale e controverso, che ho avuto la fortuna di incontrare. A lui risalgono anche alcune tecniche calibrate per gli uomini occidentali di oggi. Ai suoi discorsi e ai momenti di meditazione intorno a lui devo la possibilità di aver incontrato tradizioni e maestri di culture lontane che nel corso dei secoli si sono incrociate con la nostra, influenzandola e fertilizzandola.

Il silenzio e le parole
L’incontro in uno spazio meditativo, con il sapere di un uomo che vive ciò di cui parla, è una forma di apprendimento coinvolgente, diventa carne e non solo una raccolta di informazioni. Un insegnamento che passa attraverso l’ascolto delle pause e degli intervalli, ancor più che attraverso le parole, mentre spazi di silenzio si aprono dentro ciascun ascoltatore.

Un apprendimento iniziatico
E’ stato, in altre parole, un percorso iniziatico, che mi ha trasformato e continua a provocarmi a nuove avventure creative ed esistenziali. Molte sono le analogie con la formazione in psicoterapia della Gestalt secondo la scuola di Firenze, che si pone anche come percorso iniziatico : percorso di conoscenza e di trasformazione di cui fare esperienza in prima persona, per poter trasmettere un’analoga possibilità di trasformazione in chi ci chiede aiuto. Si tratta di trasmissione, cioè di un apprendimento che si basa sulla relazione fra maestro e discepolo, o fra docente e discente, ed è un’esperienza che mette in evidenza gli schemi caratteriali precostituiti, aprendo a nuove possibilità creative e che provoca infine a trovare la propria via, non a seguire quella del maestro.

Il superfluo e la sostanza
Nulla sembrerebbe più superfluo nella vita come la meditazione: non si mangia, né ci aiuta a fare soldi (benché il mercato sia diventato sensibile e la moda fa diventare ricchi alcuni cosiddetti “maestri”), ma poche sono state le esperienze che mi hanno dato di più la sensazione di essere vicina alla “sostanza” della vita stessa.
A proposito di sostanza, uno dei più conosciuti insegnanti di meditazione in occidente, Chogyam Trungpa scrive:”…questa forma base di meditazione concerne il cercare di vedere ciò che è”. Che sembra semplice, e lo è, se togliamo il fatto che il nostro vedere è normalmente falsato e annebbiato da chi pensiamo di essere e dalle mete che ci prefiggiamo. Meditazione è arrivare al cuore delle domande esistenziali che l’uomo si è sempre posto: chi siamo, da dove veniamo, che senso ha questa nostra esistenza. Arrivare al cuore non è esattamente sinonimo di trovare risposte…

Essere nel mondo e non del mondo
Parlare di meditazione può essere semplice, ma per non cadere nella semplificazione, comincerò a dire quello che non è.
Di meditazione e tecniche di meditazione si parla sempre più diffusamente nel mondo occidentale a cui apparteniamo. E non sono pochi i luoghi comuni a cui questa diffusione ha portato e che distolgono non poche persone dal farne esperienza.
Uno riguarda il tema dell’ascetismo o della fuga dal mondo a cui la meditazione porterebbe.
A questo proposito, una delle tante parabole della tradizione buddista racconta   proprio del Buddha stesso: prima di conseguire un stato di consapevolezza da risvegliato era un principe, Siddharta, che abbandonò regno e famiglia un giorno, quando incontrò, lui ricco e bello, la realtà della sofferenza, della malattia, della vecchiaia, della morte. Siddharta iniziò allora un lungo periodo di ascetismo, privazioni e pratiche yogiche. Anni che finirono un giorno quando, ormai stremato, decise di mettersi più comodo accettando un cuscino di paglia da un contadino e un po’ di cibo da una donna. Seduto così sotto un albero, abbandonò ogni ambizione mistica per stare lì. Nel mondo che lo circondava. Presente. Iniziò così il percorso di trasformazione che lo portò al risveglio, all’illuminazione: lo squarcio del velo di maya che gli permise di vedere ciò che è. Cominciò quindi a viaggiare per l’India e intorno a lui si raccolsero centinaia di discepoli. Era circondato dal mondo, in un contatto quotidiano con i dolori di quanti gli chiedevano aiuto per la loro vita.

L’ascetismo, o un ritiro riflessivo, può essere parte di un cammino meditativo come anche di un desiderio di comprensione di sé, ma non può essere fine a se stesso. Lo stato meditativo ci porta più intimamente in contatto con noi stessi e con il mondo intorno, in una relazione più attuale con la realtà fatta di eventi concreti e di persone.

Nella mia esperienza il primo incontro con le pratiche meditative mi portò a uno stato di apertura che mi permise di accogliere molto di più la stessa realtà che avevo intorno: mi trovavo nello stesso posto dove abitavo e che avevo fino a quel momento percepito come dolorosamente limitato. E la mia percezione, il mio modo di sentire e di stare in quel luogo, diventò completamente diversa. Non so perché, ma questa sensazione fu accompagnata da un immenso e sottile piacere: lo stesso luogo che io detestavo era diventato sorgente di piacere: il cielo, il traffico, le persone… Come un innamoramento… Tutt’altro che svanita, mi occupavo delle cose di tutti i giorni, come prima, ma con un senso di quiete, di gioia e un leggero sorriso mi accompagnava anche mentre lavavo i piatti.
Nella mia esperienza meditazione e ascetismo o fuga dal mondo non solo non sono sinonimi, ma sono in qualche modo opposti. 
Lo stato meditativo ci consente di stare dove siamo in uno stato di apertura e disponibilità e di rispondere in una maniera fluida agli eventi che ci circondano, e anche magari di andare in giro per il mondo, ma non più fuggendo, tutt’altro: tuffandocisi dentro. Al tempo stesso la capacità di attenzione fluttuante a cui ci allenano le tecniche di meditazione, ci permette, pur essendopienamente immersi nella vita, a vedere le cose della vita, i fenomeni, quel che accade, con una certa distanza, diventando consapevoli e facendo esperienza diretta del mistero di essere in un mondo che in parte costruiamo e in parte è quel che é. Secondo Paolo Quattrini: “il fenomeno è unico,creazione e rivelazione, oggetto e soggetto allo stesso tempo, libertà e necessità per il percipiente, abitante di quel mondo che allo stesso tempo costruisce e che non può dis-costruire a volontà. Non è come potrebbe sembrare, un gioco di parole, ma una realistica descrizione dell’esser-ci del mondo: “Essere nel mondo senza essere del mondo” è un’indicazione chiarissima, se si considera l’essenza intrinseca del fenomeno”.
E ancora Trungpa: ”Senza il mondo esterno, il mondo dei fenomeni, sarebbe praticamente impossibile praticare la meditazione, perché il mondo esterno e il mondo interno non esistono separatamente, semplicemente co-esistono
Se di trascendenza si può parlare è qui una trascendenza che non è superstizione e che non è opposta all’immanenza del mondo dei fenomeni, ma ne deriva, vi appartiene.

Mondo interno e mondo esterno
A sottolineare la co-esistenza di mondo esterno e mondo interno, possiamo anche leggere le parole con cui inizia il Dhammapada, una delle raccolte delle parole di Buddha :

Siamo ciò che pensiamo.
Tutto ciò che siamo origina con i nostri pensieri.
Con i nostri pensieri facciamo il mondo.
Parla o agisci con una mente impura
E i problemi ti seguiranno
Come la ruota segue il bue che tira il carro.
Parla o agisci con una mente pura
E la felicità ti seguirà
Come la tua ombra, stabilmente

Ascoltando o leggendo queste parole come non pensare alle scoperte della psicologia della Gestalt che a partire dall’intenzionalità di Brentano, fa della percezione un processo attivo, per cui il mondo che ci appare non è così semplicemente come lo percepiamo a prescindere dal soggetto che percepisce e da quello che pensa e sente…

Corpo, mente, emozioni: presenza e continuum di consapevolezza
Tutti noi abbiamo l’esperienza di momenti in cui ci sentiamo “scollati”, disconnessi, con il pilota automatico inserito, distratti, assenti, disturbati, assediati da un unico pensiero o accecati da un’emozione e dimentichi di tutto il resto… Se ci facciamo caso, e solo se ci facciamo caso, e, per così dire ci soffermiamo con attenzione proprio sulle sensazioni e pensieri che sono presenti a noi, proprio in quei momenti, possiamo rientrare in contatto con noi stessi nella nostra interezza e nella nostra multidimensionalità, ridiventando, per così dire, padroni in casa nostra.
Per farlo occorre rallentare e mettersi in una disposizione descrittiva, più che interpretativa, lasciare da parte il desiderio di risolvere il rebus esistenziale, per osservarlo. Essere semplicemente presenti a qualsiasi istanza.

 

Le tecniche di meditazione sono molte e diverse, adatte a diverse tendenze caratteriali, alcune implicano movimento altre la stasi o alcune posizioni corporee ma sono tutte pervase da un richiamo alla presenza a se stessi. Qualsiasi sia la tecnica, quello che conta è rimanere presenti a se stessi. Se questa tendenza viene a mancare, la tecnica perde senso e diventa ginnastica, o un metodo per rilassarsi o anti-ansia, una distrazione dai nostri pensieri quotidiani, un calmante. Da questo proviene il fraintendimento è che meditazione sia qualcosa di mentale e di avulso dal corpo o viceversa che sia una disciplina fisica, come allenarsi a prendere e stare in una certa posizione.

Rimanere presenti a se stessi è qualcosa di impegnativo. Molte delle esperienze che Perls (che conobbe lo Zen) propone in Teoria e pratica della terapia della Gestalt, sono modi di praticare la presenza a sé. Il continuum di consapevolezza è il fluire di uno stato di presenza, che non rigetta nulla.
La tecnica meditativa, che sia Tai chi, Yoga, Vipassana, Kundalini, Nadhabrahma o Dinamica , è una palestra per allenarsi ad essere presenti al corpo, ai pensieri, alle emozioni. E’ una presenza che è diversa sostanzialmente dal coinvolgimento. Un’osservazione curiosa e attenta, ma anche un po’ distaccata, come un entomologo che osserva i suoi insetti.
La tecnica di meditazione è come un orticello, un momento della giornata, in cui coltivare la capacità di esercitare la presenza, ma non è un percorso di introversione: essere presente vuol dire anche allenarsi ad essere nel presente e presente a tutto quello che c’è: dentro e fuori, non importa dove. Corpo, mente ed emozioni sono materia della la consapevolezza di sé, e sono parte di quel dentro/fuori che è il nostro mondo. Il continuum di consapevolezza implica un attenzione a quello che si presenta alla nostra percezione: un prurito, un crampo, un pensiero, un suono, un profumo, un soffio d’aria, un ricordo, un’emozione di volta in volta saranno presenti a noi.
Possiamo quindi praticare una tecnica che implica movimento o immobilità, respiro o suono, a seconda delle nostre personali inclinazioni, ma in ogni caso il sine qua non, per farne un’esperienza meditativa è la presenza, è la consapevolezza momento per momento, l’essere qui e ora. L’essere qui e ora, che ci porta ad accorgerci di che percepiamo e al tempo stesso a mantenere una certa distanza.

Attenzione e sospensione del giudizio
Un altro luogo comune riguarda il confondere la meditazione con la concentrazione e con un viaggio nella profondità: se è vero che occorre che il faro della nostra attenzione sia ben acceso per accorgersi di quel che percepiamo, è vero anche che l’attenzione stessa è testimone della mobilità e della variabilità delle nostre percezioni. La concentrazione è fissa su un oggetto. Qui gli oggetti sono in continuo movimento. E’ un’attenzione diffusa, come stare alla finestra e vedere quel che accade, non prendervi parte. Un’attenzione fluttuante,Freud ne parlava, di cui abbiamo bisogno nel nostro lavoro e di fatto anche nella nostra formazione ci alleniamo a prestare attenzione al paziente e a noi stessi in contemporanea, allargando l’orizzonte o avendo presente più orizzonti. Un’attenzione, pronta a lasciare andare quel che illumina, perché qualcos’altro è già all’orizzonte, che guarda insieme vicino e lontano. Così si può osservare un pensiero e non prendervi parte in un lungo dialogo, lasciando che si allontani al momento che un’altra sensazione ci occupa. Come nuvole che passano nel cielo. Lo stesso si può fare per le sensazioni fisiche o gli stati emotivi che arrivano, vengono notati, accettati e lasciati andare. Questo è lo stato del testimone, dell’osservazione con distanza.
In termini gestaltici questo ricorda il meccanismo figura/sfondo: un po’ come accogliere la figura e lasciare che dallo sfondo ne emerga un’altra e poi un’altra…Una specie di allenamento a distoglierci dalla fissità con cui certe figure si presentano per ciascuno di noi a seconda del carattere e dei momenti, e di accorgerci con uno sguardo periferico della esistenza dello sfondo, ricca riserva vitale.
E ricorda anche il concetto di Epoché, la sospensione del giudizio di cui Husserl parla,che ci permette di non autoingannarci rispetto alle nostre percezioni e di accogliere quello che appare alla nostra consapevolezza e alla nostra attenzione, indipendentemente da quello che ne pensiamo, anzi accorgendoci anche di quello che ne pensiamo.
Inevitabilmente questo processo porta a uno stato di presenza, di quiete e di spaziosità, come se fossimo impegnati ad osservare un paesaggio i cui confini si allargano fino a portare lo sguardo a un orizzonte vasto e lontano, e al tempo stesso essere disponibili agli innumerevoli dettagli che costituiscono questo paesaggio e proprio questo. Sempre citando Trungpa: “Non è tanto questione di andare in una qualche profondità interiore, ma di diventare più spaziosi ed espansi verso l’esterno”. Così dentro, così fuori: è un ampliamento dell’ orizzonte interno che ci permette di aprire gli occhi diversamente anche sul mondo esterno. Quello che cambia è il modo di guardare e di vedere.

 

Il tempo, la pazienza e il piacere
E’ un processo questo che richiede tempo e allenamento per stabilizzarsi nel nostro organismo. La pazienza è sicuramente un’altra qualità di cui facciamo pratica, ma sin dalle prime esperienze inevitabilmente l’organismo riconosce, con una sensazione di piacere, l’integrità di se stesso. Questo accade se una tecnica ci calza addosso. Non tutte vanno bene per tutti, ma se è quella che fa per noi la riconosciamo dagli effetti quasi immediati. Bastano pochi giorni e ci accorgiamo di un nuovo modo di stare nel mondo, al di là del momento in cui stiamo effettivamente meditando. Se una tecnica praticata con regolarità per qualche giorno ci fa quest’effetto, è tale la sorpresa e anche il senso di piacere, che ci serve da incoraggiamento per continuare a praticarla con pazienza perché i suoi effetti si possano stabilizzare.

L’araba fenice
La pratica di qualcosa di così apparentemente raccolto e individuale (anche se come spesso accade fatto in gruppi di persone) è inevitabilmente accompagnato dall’esperienza della limitatezza delle nostre percezioni abituali e di quello che chiamiamo io. Questo non va senza qualche dolore e protesta: la nostra consolidata identificazione con quello che crediamo di essere e che chiamiamo io, traballa e spesso si fa sentire sotto forma di giudizi e obiezioni: “Sto perdendo tempo… ma che cavolo sto a fare…. Roba da santoni… a me non serve… ho altro a fare…”.
In Gestalt l’Io si manifesta al confine del contatto, compare e scompare, ma non siamo abituati a un percezione così attenta di quello che accade al confine del contatto, così finiamo per chiamare io delle idee preconfezionate dal nostro carattere imbrigliandoci in risposte obbligate, in comportamenti stereotipati e in una percezione della realtà mutilata.
Citando Paolo Quattrini: “ Il sacrificio narcisistico è un mistero, che richiede iniziazione, in quanto il narcisismo, come la Fenice, risorge eternamente dalle proprie ceneri, e questo non può essere compreso se non esperienzialmente, dato che per la mente logica quello che muore non risorge”.
Incontrare una guida, qualcuno che abbia fatto l’esperienza della morte e della rinascita e di cui fidarsi, visto che stiamo proponendo una sospensione delle nostre fissazioni mentali e comportamentali, è importante e forse inevitabile, come in tutti i percorsi iniziatici.
Le pratiche di meditazione allargano il campo e mettono a rischio le nostre abitudini percettive: cominciamo ad accorgerci degli occhiali che il nostro carattere ci mette davanti… a volte può succedere che il velo di maya si scosti un pochino e ci lasci intravedere oltre all’illusione, ed  è davvero come uscire da una gabbia.
Questa esperienza di chiarezza e espansione viene chiamata “Satori” ed è analoga a momenti di “Insight”, momenti in cui qualcosa che era proprio lì davanti al nostro naso e che non vedevamo, diventa visibile ed evidente con stupore e meraviglia con un: Ah! Ecco!
Gli ostacoli che si incontrano praticando una tecnica di meditazione sono in realtà opportunità di conoscenza di sé: proprio lì dove c’è l’ostacolo c’è una porta che attende di essere aperta. Inevitabilmente è vero in questo percorso che “l’ostacolo sarà la tua via” o, come dicono alcuni maestri, l’ostacolo alla via della meditazione sei tu stesso che la pratichi. L’Araba fenice che nel morire genera.
Secondo Trungpa:” … benché parliamo di ego come di  qualcosa di solido che ha vari aspetti, di fatto vive esclusivamente temporaneamente come un continuo processo di creazione. Muore continuamente e rinasce continuamente. Per cui l’ego non esiste realmente. Ma funziona come una sorta di saggezza: quando l’ego muore, lì è la saggezza”.
Nel gap, nell’intervallo fra una morte e una rinascita, questo è lo spazio a cui ci allena la meditazione. Un vuoto fra qualcosa e qualcos’altro. Non un vuoto vacuo, ma un vuoto ricco, spazioso, piacevolmente carico di energia, un vuoto fertile, un vuoto in cui intuizione, comprensione e creazione stanno di casa.

Satyam, Shivam, Sundaram: Verità, Benevolenza, Bellezza
Nella tradizione delle Upanishad SatyamShivam e Sundaram (Saggezza, Benevolenza e Bellezza) sono tre aspetti del divino. La verità, la bontà, e la bellezza sono le tre qualità a cui l’uomo tende e che fanno la differenza fra una vita piena e una vita vuota. Le tre categorie di valori (Logica, Estetica ed Etica) per cui possiamo dare senso alla vita.
Contrariamente al pregiudizio per cui le pratiche meditative provochino un distacco tale dalla vita che uno ne gusti poi meno i sapori, queste sono una metodologia che affina la nostra sensibilità e le nostre capacità logiche e intuitive, in modo da poter discernere, riconoscere e coltivare ciò che ci avvicina alla verità, alla benevolenza e alla bellezza.
Le tecniche meditative portano a un risveglio dei sensi,tutte e non solo quelle del Tantrismo che impiegano più esplicitamente i sensi di altre. Grazie alla migliorata capacità percettiva, all’attenzione, i nostri sensi vengono risvegliati a gustare meglio i sapori, gli odori, i colori di ciò  che ci circonda. Potremmo dire che meditare è un’educazione estetica. E paradossalmente chi medita dopo un po’ diventa anche più bello, qualcosa traluce di questa capacità estetica ed è avvertita intorno. Non a caso si dice che: “la bellezza sta negli occhi di chi guarda” di chi riesce a goderne e a nutrirsene.
C’è anche chi ritiene che meditare offuschi la mente. Questo può essere il caso per quelle tecniche che tendono ad addormentare e a calmare, ma non le chiamerei tecniche di meditazione. La meditazione è un sentiero stretto su cui camminare passo
dopo passo con attenzione, curiosità e pazienza. Se ci addormentiamo, non stiamo meditando. Viceversa la chiarezza della mente è un altro degli effetti che vengono indotti dalle pratiche di meditazione. Non a caso i maestri hanno parlato  di “risveglio”. Solo una mente “risvegliata” e chiara può accogliere la realtà nelle sue molteplici sfaccettature. Si sviluppa così una capacità di visione chiara e di conoscenza che non è ereditata da altri, ma è una conoscenza intuitiva, partecipativa.
fatta di esperienza propria,
Il sentire più attento, e la chiarezza di pensiero orientano anche il fare verso un’attitudine etica che apre il cuore alla compassione verso gli altri oltre che verso se stessi. Nessuno su questa strada è più in alto di un altro, e ognuno sa che in qualche misura la sofferenza ci apparenta. E’ una benevolenza che ha a che fare con l’esperienza del dolore e del limite e non con il precetto e la morale. Il precetto è qualcosa che viene scritto in mancanza di un sentire discriminante. Nel buddismo la compassione e la benevolenza sono segnale di un raggiunto stato di ampliamento della propria consapevolezza. Il sorriso che aleggia sulle labbra e negli occhi di molte statue del Buddha, così come di molti altri maestri viventi e non, ma anche di chi è in uno stato meditativo, è un sorriso amorevole di chi conosce il dolore,ed è rivolto all’umanità intera. Se vi capita di incontrare un sorriso così sapete che vi fa bene al cuore…

Il viaggio è la meta
Una qualità che viene introdotta presto a chi intraprende una pratica meditativa è quella di fare attenzione al processo piuttosto cha alle aspettative di risultati. Avere aspettative e fissare un risultato per una pratica meditativa distoglie l’attenzione dal processo di consapevolezza che in sé è tutto quel che deve accadere. In questo caso il viaggio e la meta sono co-esistenti. Secondo un detto che si fa risalire a Lao-tse , figura forse reale, forse leggendaria, iniziatore del Tao: “Il viaggio è fatto dal primo passo”. Pensare di avere un goal, un obiettivo, sposta l’attenzione sul futuro sulla base delle esperienze passate, lasciando poco o niente spazio a ciò che è. Viceversa se si riesce a stare nel fluire presente, la realtà può apparire, al di là di ciò che pensiamo di conoscere.

Per finire
Quando pratichiamo una tecnica di meditazione stiamo facendo semplicemente pratica di stare nel presente, a contatto con quello che si presenta alla nostra consapevolezza, nel fluire. Quando questa capacità si è stabilizzata, non abbiamo più bisogno di alcuna tecnica. Possiamo vivere questo stato di presenza in qualsiasi momento e in qualsiasi situazione. E’ chiaro  che per ognuno ci vorrà un po’ di pazienza e un po’ di tempo perché questo accada, ma quando accade, la tecnica può essere abbandonata. La vera meditazione è vivere con presenza e consapevolezza, la vita.
Di nuovo le semplici parole di Trungpa: “ per far vedere uno spazio, uno può creare un vaso, ma poi lo deve rompere, e allora puoi vedere che il vuoto dentro è lo stesso vuoto fuori. Questo è la funzione di una tecnica di meditazione.”
Nella mia esperienza mi è utile di tanto in tanto, tornare a una pratica meditativa anche soltanto per ricordarmi il sapore della presenza e della quiete e riportarmi qui in quello che sto vivendo.

 

Osho Rajneesh (1931-1990) maestro nato in India che  ha tramandato vari metodi e tecniche di meditazione, inventandone alcune di grande efficacia per gli uomini contemporanei. Di cultura vasta e generosa ha tenuto una lunga serie di discorsi su saggi, pensatori e filosofi orientali e occidentali, oltre che rispondere alle domande dei discepoli raccolti numerosi intorno a lui. I suoi discorsi sono raccolti in una vasta bibliografia anche in italiano.

Molte volte Osho ha parlato del diverso ascolto a cui ci invita nei suoi discorsi. Cito alcune sue parole: “Quando parla un maestro e si ferma per un attimo, improvvisamente cala un gran silenzio. Lui parla non per dire la verità, perchè la verità non può venir detta. Lui parla per tenere la tua mente occupata e poi, quando si accorge che la tua mente è completamente assorta, fa una piccola pausa. E in quella pausa la trasmissione vera accade… in quegli istanti fra due parole qualcosa di miracoloso dall’essere del maestro penetra nel silenzio del tuo essere”. Dalla raccoltaBodhidharma: the greatest zen master. (cap 12: Every suffering is a Buddha-seed)

Vedi anche la citazione di Paolo Quattrini (Fenomenologia dell’esperienza) riportata più avanti nel testo

Chogyam Trungpa (1939-1987) Lama tibetano fondatore della Naropa University a Boulder in Colorado, Università riconosciuta dal governo americano e ispirata ai principi del buddismo. Trungpa ha portato in occidente con chiarezza e semplicità alcuni dei fondamenti della meditazione secondo il buddismo tibetano e ha scritto alcuni testi fondamentali nel chiarire alcune possibili distorsioni dello spiritualismo, come “Il mito della libertà” o”Al di là del materialismo spirituale”.

Come tutte le tradizioni spirituali, anche la tradizione buddista a cui si richiamano molte pratiche meditative, si avvale di molte e belle parabole: storie sulla vita del Buddha , aneddoti sui suoi numerosi  discepoli.

Anche per noi le crisi e i momenti di passaggio, sono tappe importanti, svolte, momenti di interrogazione e ricerca. E sono anche i momenti in cui spesso qualcuno cerca aiuto anche di uno psicoterapeuta.

Gautama il Buddha (nato nel 566 a.C.) dopo l’illuminazione viaggiò per circa quaranta anni per l’India. Intorno a lui migliaia di persone di diversa provenienza ed estrazione sociale si raccoglieva spontaneamente ad ascoltare i suoi discorsi e le risposte alle domande che gli venivano poste. Non scrisse mai nulla, furono i suoi discepoli che raccolsero le sue parole a scriverle in diverse raccolte. IlDhammapada, è la più vasta raccolta delle sue parole. Qui ho liberamente tradotto il brano citato dalla raccolta di discorsi che Osho ha tenuto sul Dhammapada nel 1979 (opera citata in bibliografia)

  Il Tai Chi, proviene dalla tradizione taoista (iniziata da Lao Tzu IV sec a.C.): consiste in una serie di movimenti armoniosi, lenti e forti collegati al respiro. Lo Yoga ha diverse forme e proviene dagli insegnamenti del maestro indiano Patanjali (visuto tra l’800 e il 300 a.C.). E’ la forma meditativa forse più inflazionata e deformata. Vipassana, proviene dalla tradizione buddista tibetana, è una pratica basata sull’osservazione del respiro e di tutti i fenomeni che appaiono alla nostra attenzione. Kundalini e Dinamica sono due tecniche proposte da Osho,  prevedono fasi in movimento e fasi più statiche. Nadhabrama è una tecnica ripresa da Osho dalla tradizione tibetana, impiega l’effetto del suono vibrazionale.

  Le Upanishad (IX-VIII a.C) gli insegnamenti esoterici  della cultura Induista  precedenti il buddismo, che hanno impregnato tutte le tradizioni successive. Sono stati trasmessi oralmente fino alla prima stesura scritta tradotta dal sanscrito in persiano e voluta da un sultano musulmano nel 1656.

Il Tantrismo è una scuola esoterica che fiorì in India intorno al VI sec p.C. Le tecniche impiegate nel Tanta usano i sensi, la sensualità e anche la sessualità come metodi per affinare la consapevolezza e la presenza. Il Vigyana Bhairav Tantra è il testo in cui sono raccolti 112 metodi di meditazione che sono introdotti da Shiva (la divinità maschile) a Devi (la divinità femminile, in forma di amorose conversazioni, a rappresentare la disposizione ricettiva del discepolo verso i maestro.

 

Bibliografia
S. Freud – Opere complete, Boringhieri
Lao Tzu  – Tao te ching –  Trad. di Stephen Mitchell – Frances Lincoln London
F. Perls- R.F. Hefferline- P. Goodman –Teoria e pratica della terapia della gestalt, Astrolabio
P. Quattrini – Fenomenologia dell’esperienza, 2006,Zephyro Edizioni
Osho Rajneesh – Vari discorsi sono stati tradotti in Italiano e pubblicati presso diversi editori.
Le musiche che accompagnano le tecniche trasmesse da Osho sono reperibili
Contattando il sito www.oshobha.it
                                – Dhammapada, the way of the Buddha, The Rebel Publishing House
– Il libro dei segreti, Bompiani
                                -Tanta: la comprensione suprema, Bompiani
                                – La disciplina della trascendenza, Bompiani
                                – Il manifesto dello Zen, News services corporation
                                – La mente che mente. Commenti al Dhammapada di Gautama il Buddha, Urra
Chogyam Trungpa –  Il mito della libertà , Ubaldini
                                       Al di là del materialismo spirituale, Ubaldini
Meditation in action- Shambala
Upanishad – UTET 1976

Storie di vita e costruzione della diversità nel lavoro con la coppia

di Claudio Billi e Francesca Belforte

Istituto “Mille e una mèta”, Livorno

Pubblicato sul numero 16 di Formazione IN Psicoterapia, Counselling e Fenomenologia 

Introduzione

  1. Sistemi di costruzione e rappresentazione dell’esperienza nella coppia.

Ogni essere vivente necessita di un sistema di conoscenza per interagire in modo funzionale con il proprio ambiente; la conoscenza, a livelli crescenti di complessità nella scala evolutiva, abbraccia un insieme di informazioni non soltanto concettuali, ma anche motorie ed emozionali, attraverso le quali ciascun individuo costruisce la sua rappresentazione del mondo. Nel sistema-coppia lo spazio che si crea dall’incontro di due differenti modalità rappresentative può definirsi essenzialmente seguendo due direzioni:

  1. una intersezione/disgiunzione delle reciproche aree di omogeneità, complementarietà o simmetria, come risorsa dell’incontro di due diversi sistemi rappresentazionali;
  2. la formazione di una neostruttura con cui rappresentarsi la coppia, come risorsa di un nuovo processo creativo che, consentendo una epochè fenomenologica dei reciproci sistemi rappresentazionali, apre lo spazio per la comprensione/spiegazione e la co-costruzione di nuovi significati.

 

  1. I due livelli dell’esperienza.

L’approccio costruttivista propone un modello di uomo come attivo elaboratore di dati e generatore, nel rapporto con il suo ambiente, di significati e conoscenze personali. La funzione della conoscenza è principalmente quella di rappresentare predire, e il suo sviluppo consiste essenzialmente in un aumento del grado di complessità; essa assume così le caratteristiche di una struttura complessa di tipo gerarchico in cui gli schemi e le variabili, a ognuna delle quali il soggetto attribuisce un valore specifico sulla base delle informazioni che è in grado di raccogliere dall’ambiente, possono essere diversamente  differenziate, integrate gerarchizzate. Sono le esperienze concrete che consentono al sistema di crescere e articolarsi; ma nel sistema-coppia tale crescita e articolazione avviene contemporaneamente su due livelli:

c) l’esperienza che il singolo partner fa della propria interazione con l’altro;
d) l’esperienza stessa che si produce dall’interazione di coppia, che costituisce un angolo di osservazione diverso e autonomo, per osservare il quale, richiamando i presupposti filosofici della fenomenologia husserliana, dovremmo far funzionare la coscienza come uno “spettatore” distaccato, o in altre parole, accedere a un livello di meta-esperienza.
Nella relazione con l’altro ciò che percepiamo direttamente di noi stessi è quello che possiamo chiamare “sé soggettivo” (ciò che sento, sentimenti, pensieri, movimenti, percezione del mio corpo) mentre un grande settore della mia vita, di enorme importanza nelle relazioni intime, e cioè il “sé oggettivo” (ciò che vedono gli altri di me, corpo, parole) non lo vedo, ho poche informazioni, è fuori dal mio controllo. In realtà le maggiori soddisfazioni in una relazione intima dipendono dalla capacità di percepire il sé oggettivo e di integrarlo nell’esperienza relazionale con la percezione soggettiva.

  1. L’invalidazione come occasione di crescita.

 

Il processo che permette a un sistema di conoscenza di modificarsi e articolarsi in termini di maggiore complessità, è quello dell’invalidazione. Un sistema flessibile è allo stesso tempo in grado di costruire previsioni e di modificarle, modificando la sua stessa organizzazione interna, quando queste sono sottoposte a invalidazione.
Nel sistema-coppia, anche il processo di invalidazione si articola su due differenti livelli:

e) al livello del sistema di conoscenza di ogni singolo partner, allorché le sue capacità predittive sono invalidate dal comportamento dell’altro;

  1. al livello di coerenza del sistema-coppia stesso, quando i fattori impliciti o espliciti che determinano l’equilibrio nella coppia, sono a loro volta invalidati, per effetto di una invalidazione in qualche modo sotto-ordinata, proveniente cioè da uno o entrambi i membri della coppia.

Un obiettivo centrale perciò dell’intervento con la coppia, sarà quello di favorire le possibilità di evoluzione, in termini di maggiore complessità, di un sistema di conoscenza, al fine di permettere che l’invalidazione sperimentata da ciascuno dei due partner (i cui effetti sono quelli che spesso spingono la coppia a chiedere un aiuto) si trasformi da occasione di scompenso in possibilità di attribuire nuovi significati agli eventi che precedentemente venivano vissuti da entrambi come minaccia al proprio equilibrio interno, formulando una diversa spiegazione dei processi che determinano l’equilibrio e lo scompenso nella coppia.

 

2. Il caso

Carlo, artigiano di 40 anni e Silvia, insegnante di 44, si presentano con una richiesta di aiuto per i frequenti litigi, che assumono talvolta forme violente, anche se quasi mai sfociate in aggressioni fisiche. La coppia ha scelto la convivenza, che dura da 18 anni, dalla quale sono nati due figli, oggi adolescenti. Carlo, nei primi anni della convivenza, ha avuto una precedente esperienza di psicoterapia, iniziata a seguito di una delle frequenti crisi di coppia; Silvia invece ha avuto più di recente alcune esperienze di approccio al lavoro personale, nell’ ambito di occasioni di formazione professionale.
Fin dal primo incontro il loro atteggiamento nei confronti della psicoterapia appare consapevole e fiducioso: è soprattutto Silvia ad esprimere il suo disagio per i litigi, che non coinvolgono mai i figli, ma nel corso dei quali sperimenta una forte paura per la temuta perdita di controllo del partner. Nel corso della loro storia di coppia alcune di queste crisi hanno portato a temporanee separazioni, soprattutto nei primi anni della loro convivenza; all’inizio del nostro lavoro però, benché tali separazioni non si siano più ripetute da molto tempo, i due sono convinti che se il loro problema non sarà risolto, li porterà presto a una decisione di separazione.

 

2.1. La prima fase dell’intervento e il setting..

Chiarite le reciproche motivazioni e aspettative e formulato il contratto terapeutico, che non prevede alternanza  con sedute individuali, (anche se Silvia, in un momento particolarmente drammatico della terapia, cercherà successivamente di forzare questa regola), sono necessarie alcune sedute iniziali, per gestire meglio l’emotività; in questa fase iniziale la coppia viene introdotta a un setting (condotto in co-terapia da due terapeuti uomo e donna) in cui ciascuno ha un suo tempo per esprimere se stesso, rispettando a sua volta lo spazio del partner; i due si assumono l’impegno reciproco, non sempre di facile gestione, ad “ascoltare” l’altro, senza interrompere o commentare, anche quando uno dei due sta esprimendo opinioni ed emozioni difficilmente tollerabili dall’altro, e a riconoscere ed evitare il più possibile le violazioni linguistiche, con le quali la comunicazione si trasforma facilmente in dinamica conflittuale.
A questo proposito i due partners vengono invitati a rivolgersi direttamente l’uno all’altro, soprattutto quando il “lui” o il “lei” vengono usati come distanziamento o triangolazione della comunicazione con il terapeuta, spesso costruito in funzione di “giudice”, o quando il mancato contatto visivo nella coppia, durante una comunicazione emotivamente intensa, funziona da evitamento dell’esperienza emozionale. La possibilità di uno spazio di ascolto reciproco viene gradualmente acquisita e produce come primo effetto una maggiore capacità di tolleranza del conflitto, anche se in questa prima fase tale capacità viene più “delegata” al setting che interiorizzata come effettiva possibilità di comunicazione nella vita personale.
Nel corso di queste prime sedute emerge un problema sessuale, al quale soprattutto Carlo attribuisce la responsabilità delle sue “sfuriate” non tanto nel momento il cui il problema si manifesta, quanto come risultato di una insoddisfazione che si manifesta in momenti successivi, prendendo spunto da conflitti della vita quotidiana. Silvia attribuisce ad una vaginite la causa più evidente del problema: in alcuni periodi il dolore le impedisce di avere rapporti sessuali e comunque, se ne ha, vi partecipa senza piacere e con una costante tensione fisica. Tuttavia la vita sessuale della coppia ha avuto ed ha, anche se negli ultimi tempi in modo molto più sporadico, momenti di piacevolezza e coinvolgimento reciproco.
L’esperienza di un ascolto più aperto del modo in cui il reciproco partner vive questo problema, costituisce una importante fase di elaborazione del problema stesso: i due infatti non ne hanno mai parlato apertamente, spostando piuttosto sui litigi l’espressione di una emotività non condivisa. Ascoltare il racconto dell’altro è una esperienza di intimità che, se è di solito presente nei primi momenti di formazione della coppia, quelli in cui prevale la voglia di raccontarsi, di confrontare le proprie esperienze di vita, di riconoscersi nel racconto dell’altro, viene spesso meno nelle fasi successive della vita in comune.
Inizia proprio dalla possibilità di ascoltarsi in modo autentico la costruzione, da parte della coppia, di un nuovo significato rispetto al tema dell’intimità, e alla funzionalità che il mantenimento del conflitto potrebbe assumere nei confronti di quest’ultima.

 

3. L’uso della storia di vita in terapia di coppia.

3.1 Premessa.

In terapia individuale l’obiettivo al quale può corrispondere la decisione di dedicare alcune sedute iniziali a una raccolta sistematica della storia di vita del paziente è la costruzione, da parte del terapeuta di un’ipotesi sulle caratteristiche attuali del sistema conoscitivo del paziente, ipotesi che gli consenta di comprendere la logica interna al suo sistema e di programmare la strategia del trattamento.
Nella terapia di coppia, a questo obiettivo, che in buona parte rimane necessario, pur all’interno di un intervento che si muove in un’ottica di sistema più che di individuo, se ne aggiunge un altro non meno determinante: attraverso la ricostruzione delle tappe di sviluppo di uno dei membri della coppia, il partner può comprendere il senso che il proprio compagno/a ha attribuito alle sue esperienze passate, costruendo in tal modo una prospettiva diversa sulla genesi e l’evoluzione dell’ attuale modalità di costruzione dei significati e sul comportamento del partner stesso. La comprensione del passato può servire, in altre parole, a far luce e a dare significato al presente.
Nel raccogliere il racconto della storia di vita, non ha alcun senso porsi il problema di quale sia la realtà oggettiva dei fatti narrati. Ciò che interessa è il modo in cui il paziente ricostruisce la sua storia, la coerenza che all’interno della sua ricostruzione possiamo identificare tra i fatti ricordati e le valutazioni che, in maniera implicita o esplicita, egli dà di questi fatti, il modo in cui si spiega perché è avvenuto ciò che ricorda sia avvenuto, e il fatto, eventuale, che egli non riesca a ricostruire per niente alcuni periodi più o meno lunghi della sua esistenza.
In questa fase dell’intervento, il terapeuta dovrebbe porsi in posizione di ascolto, intervenendo il meno possibile, solo lo stretto necessario per indirizzare il racconto del paziente nella direzione desiderata.
Ma nell’intervento con la coppia, è presente anche un’altra importante dimensione di ascolto: quella del partner. Saper ascoltare, dal punto di vista del partner, significa confrontarsi ricordi, sensazioni, immagini, emozioni, silenzi, esperienze o fatti particolarmente dolorosi della vita del proprio partner.
Durante l’ascolto il partner, così come il/i terapeuta/i si trova a osservare un fenomeno a lui in gran parte sconosciuto, cercando di inserire i dati osservativi all’ interno di codici che possano definirne un significato.

 

3.2 La storia della coppia.

Il lavoro svolto nelle prime sedute ha prodotto in Carlo e Silvia una maggiore fiducia nella possibilità di affrontare il problema e nella neutralità del terapeuta rispetto ai reciproci vissuti personali. Concordiamo che è possibile adesso passare ad una fase diversa in cui, abbandonando per un po’ i problemi attuali, ci si confronterà con una dimensione di storia di vita personale e di storia della coppia.
In questa fase del lavoro l’ascolto reciproco subirà una trasformazione nelle sequenze temporali: infatti potrà accadere che il tempo dedicato a ciascuno dei due partner sia molto più lungo, fino ad arrivare in alcuni casi a una intera seduta per ciascuno. Iniziamo dalla storia della coppia, dalla prima conoscenza, all’innamoramento, alle prime esperienze sessuali e al consolidarsi del legame, con le successive crisi, fino alla nascita dei figli e al loro sviluppo.
In questa fase del lavoro vengono dedicate due sedute ad un racconto “fotografico” della storia di coppia: i due partners vengono invitati a scegliere dal loro album 15 foto ciascuno, attraverso le quali selezionare i momenti più significativi della storia di coppia. Alcune foto risultano scelte da entrambi, così come altre no: l’esperienza stessa della scelta, i criteri e le sovrapposizioni, sono occasioni di esplorazione dei diversi significati attribuiti da ciascuno alla propria storia di coppia, così come i vissuti relativi alle scelte comuni.

Dalla storia di coppia narrata da Carlo, emerge un desiderio costante che la propria partner potesse affidarsi a lui come un punto di riferimento, fin dai primi momenti del loro rapporto; Carlo a 20 anni aveva lasciato gli studi e si era reso indipendente dalla famiglia, mentre Silvia usciva da un matrimonio interrotto dopo quattro anni.
I due decidono dopo un anno di fare l’esperienza di una convivenza, nonostante i timori di Silvia di ripetere un fallimento. Carlo, che si sente inferiore culturalmente a Silvia, tenta in tutti i modi di definire un suo ruolo centrale nella coppia, offrendo a Silvia il suo impegno soprattutto sul piano pratico, ristrutturando con le sue mani un rudere in campagna, senza luce né riscaldamento, dove i due decidono di vivere inizialmente una vita da “hippies”, con una lavoro saltuario e la casa sempre piena di gente. Carlo pensa che un figlio, che la sua partner gli chiede, la avvicinerà a lui e acconsente.
Il racconto di Carlo qui si tinge di colori di calda emotività, mentre narra il suo impegno a riparare il tetto della casa e a rendere vivibile quell’ambiente inizialmente un po’ ostile. Dal suo racconto emerge chiaramente il desiderio di riconoscimento del proprio valore personale, insieme all’insicurezza e al senso di inferiorità nei confronti della sua partner che egli costruisce come più colta ed esperta della vita.
Durante questo racconto Carlo comincia a mettere in relazione le sua aspettative con eventi precedenti la storia di coppia e quindi con aspetti riguardanti più la formazione del proprio Sé in relazione all’ambiente familiare e ai messaggi che da questo provenivano. Si tratta di un passaggio importante poiché proprio questa consapevolezza andrà a costituire il ponte con la terza fase della terapia, in cui la narrazione si sposterà, per entrambi i partner, sulla propria storia personale e familiare, prima del costituirsi della coppia.

Contemporaneamente Silvia descrive la prima esperienza matrimoniale fallita, durata quattro anni, costruendola come la conseguenza del suo intenso bisogno di staccarsi dalla famiglia, nonostante i molteplici aspetti problematici, evidenti fin dall’inizio (“ho sposato il primo che si è presentato nella mia vita, un uomo di sette anni più grande; vivevamo come fratello e sorella”; sono già presenti in questa fase i primi problemi sessuali e il vaginismo).
Silvia fa emergere nel racconto una preoccupazione centrata soprattutto su un forte desiderio di autonomia personale prima ancora che di coinvolgimento amoroso. I primi incontri con Carlo sono descritti all’interno di una cornice di emotività e di passionalità che non si stacca mai, però, da un tonalità fondamentalmente preoccupata del coinvolgimento e dei messaggi provenienti dalla propria famiglia di origine, che dopo la separazione torna ad essere percepita come una realtà potenzialmente minacciosa per l’autonomia della donna. Inizialmente pensa però di aver trovato l’uomo della sua vita. Gli piaceva Carlo come personaggio ribelle indipendente a anticonformista. Si sente però spesso inadeguata; iniziano i litigi e i problemi sessuali. Però lei è determinata a trovare un’altra casa, il lavoro e il figlio.
Le prime esperienze di convivenza sono perciò descritte da Silvia in modo ambivalente: da un lato con partecipazione passionale e dall’altro con un senso di insoddisfazione nei confronti del partner che viene costruito come non sufficientemente affidabile sul piano dei bisogni emotivi profondi, in quanto non abbastanza capace, secondo Silvia, di rassicurarla e costituirsi per lei come un riferimento sicuro. Compaiono già in questa fase le prime difficoltà sessuali della coppia. Mentre Silvia racconta questa parte della sua storia di coppia, diviene progressivamente più consapevole dei riflessi proiettati dalle difficoltà incontrate con Carlo sullo sfondo dei propri nodi familiari: cominciano ad emergere ricordi della propria infanzia, legati alla madre e alle esperienze di scarsa autonomia personale.
Anche per lei, come per Carlo, si tratta di un passaggio importante: cominciano a maturare i tempi perché la narrazione si possa progressivamente spostare sulla propria storia personale e familiare, prima del costituirsi della coppia.

Carlo e Silvia continuano in questa fase a ricordare le fasi successive della loro storia di coppia: il racconto si è fatto più intimo e i due appaiono più attenti l’uno all’altro, tanto che a una osservazione attenta si possono cogliere segnali di stupore reciproci, come se questa storia, in questo modo, davvero non se la fossero raccontata mai.
Dopo pochi mesi di convivenza nasce la prima figlia; è Silvia che fa tutto: trova il lavoro, una seconda casa dove decidono di andare a stare insieme, ed è sempre lei che decide di separarsi dopo un periodo di crisi e litigi sempre più frequenti e intensi (“un camioncino, mio padre che mi aiuta, e un sabato porto via tutti i mobili: Carlo torna e non mi trova più”); i due resteranno separati per circa quattro anni.

In questo periodo Carlo intraprende la sua prima esperienza di psicoterapia, di cui parla come di una tappa fondamentale della sua evoluzione personale, che lo ha aiutato a non perdersi in un periodo particolarmente difficile in cui non ha riallacciato altre relazioni affettive significative, rimanendo invece legato affettivamente alla storia con Silvia e alla bambina, che vede il sabato. Di tanto in tanto telefona a Silvia e dice “allora vengo” e lei prova angoscia per la sofferenza di lui. Silvia approva la scelta di Carlo della terapia, anche se l’inizio dell’analisi apre a lui dubbi sull’identità sessuali (ricordi di fantasie omosessuali).
Per Silvia invece questo è descritto come un periodo significativo, soprattutto perché vissuto come la prima vera esperienza di libertà della sua vita; è in questa fase che la donna sperimenta sul piano sessuale nuove relazioni che vive come molto gratificanti e coinvolgenti, a confronto con le precedenti esperienze del matrimonio e del rapporto con Carlo.
I due comunque continuano in questi quattro anni a vedersi periodicamente per la figlia, e a mantenere aperto un dialogo, con molta sofferenza e rabbia da parte di Carlo, che si sente rifiutato, e con momenti di oscillazione tra autonomia e bisogno di sicurezza da parte di Silvia.
Nel frattempo Carlo si è molto impegnato sul lavoro, e da dipendente è riuscito a creare una ditta autonoma, cosa che lo fa sentire molto più realizzato sul piano personale; inoltre si è avvicinato a ideologie politiche che lo coinvolgono sul piano del sociale e che, anche se a tratti fanno emergere i suoi timori di inadeguatezza per la sua presunta impreparazione culturale, lo costringono tuttavia a mettersi alla prova anche in contesti pubblici, con buoni risultati sul piano dell’autostima; il coinvolgimento ideologico è tra l’altro un aspetto che riguarda anche la vita di Silvia in questi anni, e che la avvicina a tematiche femministe e di liberazione della donna.

Il cambiamento di Carlo è avvertito da Silvia, che comincia a costruire il partner come più affidabile e protettivo: ciò provoca un graduale riavvicinamento che porterà a una nuova convivenza e alla nascita della seconda figlia.
La coppia si sposterà adesso in una nuova casa in città, iniziando una seconda fase più connotata dall’impegno sociale e lavorativo per entrambi i partner. Lui costruisce la casa come “risarcimento”. Anche lei inizia l’analisi e riesce a togliere le chiavi di casa ai genitori. L’analista le consiglia di separarsi e invece progettano di fare terapia di coppia.
I problemi sessuali tuttavia ben presto ricompaiono, in relazione con i litigi e le incomprensioni per la condivisione degli impegni e dei compiti familiari. Silvia si lamenta dello scarso impegno messo da Carlo nei compiti familiari e nell’educazione dei figli, mentre Carlo accumula risentimento per i rifiuti di Silvia sul piano sessuale. Non ci sono in questi anni storie extraconiugali, mentre invece assumono maggior rilevanza le famiglie di appartenenza, e in particolare quella di Silvia la cui madre è particolarmente invasiva nella vita della coppia.

 

4. Dalla storia della coppia alla storia personale.

 

Nel ripercorrere le tappe della storia della loro coppia, Carlo e Silvia sono divenuti più consapevoli che molte delle reazioni personali sperimentate nell’interazione con il proprio partner affondano le loro radici in una storia personale precedente a quella della coppia stessa.
Si tratta di un momento centrale nel lavoro di terapia: è qui infatti che si gioca, in buona parte, la possibilità di recupero da una parte dei significati personali, nell’ambito della propria storia di vita, e dall’altra della costruzione di un nuovo spazio di significato della coppia stessa, come processo di differenziazione dai propri bisogni simbiotici.

Nel ripercorrere la propria storia di vita, precedentemente all’incontro con Silvia, Carlo ricostruisce come i genitori e i nonni paterni siano sempre vissuti insieme, nella stessa casa (“si costruiscono anche case più grandi – ricorda – ma continuando a vivere sempre insieme”), in mezzo a continui litigi su una questione di eredità riguardante la madre. Il tema di una ingiustizia subita dalla madre, nei confronti della propria famiglia di origine, è costante nel clima familiare che caratterizza l’infanzia di Carlo.
I nonni materni sono descritti come appartenenti a un “patriarcato freddo e discriminante nei confronti della donna”; privilegiavano i fratelli maschi, e lui stesso si sentiva guardato con disprezzo perché era il nipote: “ero in imbarazzo perché ero il nipote, e venivo comunque dopo gli altri”.
Poi muore il nonno paterno e i rapporti tra madre e la suocera peggiorano. Carlo vuole fuggire da tutto questo: si ribella, non studia, molla la scuola superiore a un mese dall’esame; si avvicina alle prime ideologie politiche. In realtà non si stacca mai veramente dalla famiglia perché, come egli stesso riconosce, il suo tema continua ad essere quello di salvare la madre (“sono sempre stato l’avvocato delle cause perse – ho dovuto dimostrare a mia madre di essere un uomo – ho spesso pensato che avrei dovuto salvarla”).
Descrive il padre come una figura poco presente, passivo, sempre dipendente dalla madre, mentre quest’ultima è continuamente attaccata al figlio e non rispetta alcuna distanza. L’ingiunzione che proviene da parte materna è: “non ci si separa mai”.

Silvia, anche lei come Carlo figlia unica, descrive invece il clima familiare come estremamente rigido e controllante: “non potevo mai uscire; dopo la scuola dovevo tornare subito a casa”, rigidità che continua anche dopo la fine delle scuole superiori, quando i genitori non la vogliono nemmeno mandare all’Università.
Assisteva a litigi violenti e da bambina aveva molta paura. I genitori sono descritti come una coppia altamente conflittuale. Emerge un episodio di violenza da piccola: un giorno Silvia, per punizione, fu chiusa in uno stanzino al buio, e rievoca questo episodio, durante la seduta, con un forte vissuto di angoscia e di impotenza.
Carlo, assistendo alla sofferenza di Silvia, nel rievocare questo episodio, si commuove ed assume un atteggiamento molto protettivo: in seguito espliciterà come anche questo sia stato un momento centrale di cambiamento, che gli ha consentito di costruire, diversamente dalla consueta lettura in termini di pretesa e rivendicazione, i vissuti costrittivi e di rabbia che Silvia talvolta agisce anche durante i conflitti di coppia.
I nonni vengono ricordati da Silvia con una netta differenza: i nonni maschi, mai conosciuti, sono idealizzati e costruiti come due “angeli custodi”; le nonne invece, sono descritte in modo piuttosto ambivalente. La nonna materna trasmette sopratutto regole, rigidità e durezza; la nonna paterna una affettività confusa, e una grossa ambiguità nei sentimenti.
La madre è vissuta da sempre come molto invadente: legge i diari, controlla, giudica. Il padre, figura di secondo piano, asseconda però la madre nella funzione di controllo: quando Silvia lascerà Carlo, sarà lui a restare in contatto con Carlo per cercare a tutti i costi una conciliazione, mentre sua madre che continua ad avere le chiavi di casa, si conferma come presenza intrusiva e controllante.

5. Riapprodare al presente: dal problema della coppia alla responsabilità individuale.

Dalle reciproche storie individuali i temi di litigio e conflittualità appaiono chiaramente come esperienze individuali di vita, prima ancora che di coppia.
Questa è una acquisizione fondamentale, che sposta la costruzione stessa del conflitto di coppia, introducendo una maggiore consapevolezza del ruolo e della funzione che il conflitto ha assunto nelle reciproche storie di vita.
Il processo di costruzione di un tema individuale, attraverso la storia di vita, riguardo al conflitto e all’aggressività, ha portato Carlo e Silvia a distanziarsi dalle dinamiche di rivendicazione reciproca nella coppia; assistere al racconto, talvolta accorato e drammatico, di vicende in cui il proprio partner ha dovuto affrontare situazioni per lui problematiche, ha facilitato la consapevolezza che nella coppia spesso si rivolgono richieste di “cura” delle proprie ferite, che il partner non può essere in grado di soddisfare.
Ciò ha facilitato la comprensione reciproca e diminuito il tono delle pretese da tutte e due le parti, avviando la possibilità per ciascuno di un autosostegno emotivo, nei momenti di disagio. Nello stesso tempo è aumentato il rispetto e la comprensione per l’altro, e con questi una maggiore fiducia di poter a propria volta sentirsi compresi.
Anche il comportamento quotidiano è cambiato: Carlo è ora più attento ai bisogni affettivi di Silvia, e non si ritrae di fronte a compiti e responsabilità familiari; Silvia a sua volta più sicura e disponibile si è riavvicinata emotivamente a Carlo, che costruisce ora come meno minaccioso per la propria autonomia personale.
I due hanno ripreso ad avere rapporti sessuali che risultano adesso soddisfacenti: Silvia prende molto più spesso l’iniziativa e Carlo si sente più cercato e desiderato come uomo. Capita ancora che in alcuni momenti ci sia tensione e disagio, ma a differenza di prima, tutti e due i partner sono ora in grado di costruire il disagio di questi momenti come conseguenza di situazioni in cui si ripetono schemi e meccanismi già noti. Ciò consente alla coppia di metacomunicare su quanto sta accadendo e ritrovare un equilibrio senza bisogno di passare attraverso i consueti scontri e litigi.
La reciproca diversità, da occasione di minaccia, è diventata progressivamente occasione di comprensione e coinvolgimento.
Ritornare a considerare la quotidianità, dopo questo viaggio nella propria storia di coppia e di vita, è una esperienza nuova; le stesse situazioni vengono adesso costruite e vissute con risorse diverse.
La coppia in una delle ultime sedute, elabora insieme il desiderio di sposarsi, vedendo in questo un ulteriore cambiamento del reciproco modo di vivere la dimensione della coppia in quella più allargata della famiglia.
In questa fase i partner parlano molto di più dei figli, che erano rimasti a lungo fuori delle tematiche portate in seduta.
Anche questo aspetto della relazione testimonia di un cambiamento nella costruzione della coppia: per molto tempo infatti, Carlo e Silvia si sono visti più in termini di coppia che di famiglia: l’immagine di famiglia che ciascuno si portava dentro era per entrambi negativa e minacciosa.
Ciascuno dei due parlava del proprio rapporto con i figli come di qualcosa di personale e non condivisibile all’interno di uno spazio comune; adesso lo spazio-famiglia è presente come realtà e come nuova possibilità.
Questo pone a Carlo e a Silvia nuove problemi riguardo alle responsabilità reciproche e nuove opportunità di confronto rispetto alle diverse modalità di entrambi di interagire con i figli.
C’è ora molta meno paura che il partner possa limitare o forzare lo spazio comune, e soprattutto molta più fiducia nella possibilità di una interazione costruttiva anche nei confronti dei figli.
Progressivamente ci avviamo a terminare la terapia, lasciando due sedute di follow up a tre e sei mesi, nelle quali la coppia dimostra di aver ritrovato un buon equilibrio, nel rispetto degli spazi reciproci.
Dopo un anno circa dalla fine della terapia ricevo la notizia che Carlo e Silvia si sposeranno: ripensiamo in quell’occasione a tanti momenti del nostro percorso e provo commozione. Sono passati tre anni circa della loro storia di vita e anche della nostra .

6. Considerazioni conclusive sulla “coppia utile”

Alcune considerazioni conclusive sulla formazione della coppia, sul concetto di “collusione” e sul significato evolutivo della relazione di coppia.
Che cosa significa capire la collusione di coppia e i “motivi” della scelta del partner? Capire la collusione significa capire cosa ciascuno ha scelto di sé nell’altro, significa comprendere la complessa dinamica tra intrapsichico e interpersonale. In particolare: a) quale aspetto di sé valutato; b) quale aspetto negato; c) quale aspetto delle figure parentali.
Quindi la scelta del partner può essere:

  1. DIFENSIVA: rispetto alle proprie difficoltà, angosce, rapporti non risolti con la propria famiglia d’origine. In questo caso la collusione è rigida e la persona cerca complementarietà.

 

  1. EVOLUTIVA: capacità di stare in rapporto con la differenza, bisogno di crescita; il partner assume una “funzione terapeutica”.

Infatti nella collusione di coppia “patologica” difensivamente ambedue i membri della coppia traggono vantaggio a non far evolvere aspetti di sé, mentre nella collusione di coppia “evolutiva” si apprende a stare “dentro e fuori” la relazione con l’altro, modulando il bisogno di identità/individuazione con la ricerca di libertà/autonomia.

La coppia si forma attraverso una rottura (con la famiglia d’origine) ed inizialmente va verso la fusione, l’unità. La coppia, nel momento dell’innamoramento, nasce su un complesso impasto di aspettative. Le aspettative sono la vera causa della frustrazione ma senza aspettative non è possibile l’innamoramento.

Solitamente nella fase dell’innamoramento o dell’“illusione”, i partner si propongono reciprocamente come terra promessa. I modi in cui si costruisce questa illusione sono i veri nodi problematici della relazione. Si parla di una sorta di “primo contratto” in cui c’è la percezione di caratteristiche dell’altro considerate piacevoli e complementari rispetto al soddisfacimento dei propri bisogni. Vengono collocati in primo piano alcuni aspetti che si avvertono particolarmente gratificanti rispetto ai propri bisogni e c’è una esortazione all’altro esplicita o indiretta perché corrisponda sempre più a queste aspettative.

La coppia spesso chiede di chiudere i “buchi dell’infanzia” ma queste ferite non si chiudono, bisogna conviverci e lavorare per una accettazione profonda. Il conflitto si gioca nell’illusione di poter recuperare qualcosa che non ho avuto. Si gioca all’interno della coppia il desiderio di essere amati e la speranza di chiudere le mancanze dell’infanzia. Più alte sono le aspettative, più sono legate a bisogni vitali non espressi dell’infanzia, più forte sarà il senso del tradimento e più complessa la possibilità di passare al “secondo contratto”. Il secondo contratto o “amore a seconda vista” è il passaggio dalla delusione alla dis-illusione, cioè la consapevolezza della diversità dell’altro e l’uscita dalla pretesa attraverso la responsabilità e lo sviluppo di parti autonome.
La coppia è quindi il luogo di Intersezione tra individuo e sistema duale. Di conseguenza è luogo di intersezione tra il disagio individuale e il disagio relazionale.
La sofferenza nasce dal bisogno di ognuno dei partner di assimilare l’altro in un proprio schema interno rigido, di vedere l’altro come colui che soddisferà e risarcirà le ferite dell’infanzia. Ad una distorsione della percezione individuale della realtà corrisponde una forte perturbazione della relazione ed il delinearsi di circuiti disfunzionali.
Un unione ben funzionante è quella in cui le aspettative irrazionali e le motivazioni e fantasie proiettate sul partner sono limitate, con un’accettazione di sé e del partner sufficientemente buona nonostante incrinature e delusioni

La coppia dovrebbe essere un’occasione di apprendimento e non di ripetizione.
L’incontro tra individui è sempre accompagnato dal desiderio di sperimentare parti diverse di sé non convalidate o sperimentate e, insieme, dal bisogno di ritrovare una continuità con le esperienze precedenti.
La possibilità di continuare ad apprendere dall’esperienza nella relazione di coppia  dipende dall’esito del processo di alterazione reciproca tra mondo interno e realtà esterna che si rinnova in ogni fase del ciclo vitale della coppia e della famiglia come capacità di modificare, alla luce dell’esperienza, le proprie fantasie ed aspettative (elaborazione del lutto) come capacità di differenziazione tra sé e l’altro, di limitare il conflitto relazionale, di individuare gli interlocutori e di elaborare il dolore che accompagna ogni perdita.

 

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SCHEDA DEGLI AUTORI

Claudio Billi, psicologo e psicoterapeuta, Specialista in Psicologia Clinica, insegna ha insegnato Psicodiagnostica e Psicologia Clinica presso la Facoltà di Psicologia e di Scienze della Formazione dell’Università di Firenze. Dottore di Ricerca in Qualità della Formazione, dirige l’Istituto “Mille e una mèta” di Livorno, che da anni promuove ricerche, studi e attività di formazione nel campo delle professioni di aiuto. E’ socio didatta della SITTC (Società Italiana di Terapia Comportamentale e Cognitiva), della FEIG (Federazione Italiana Gestalt) e dell’AIPPC (Associazione Italiana di Psicologia e Psicoterapia Costruttivista); è Formatore dell’A.I.Co (Associazione Italiana di Counselling),  del  CNCP (Coordinamento Nazionale Counsellor Professionisti) e dell’AIMEF (Associazione Italiana Mediatori Familiari). Tra le sue pubblicazioni: Processi formativi nell’adolescenza, ETS, Pisa, 1994;  Psicologia generale e sociale, Giunti, Firenze, 1994 (con L.Trisciuzzi);  La formazione del sé. ETS, Pisa, 2004 (con L.Trisciuzzi).

Francesca Belforte, psicologo e psicoterapeuta, mediatore familiare; direttore didattico dell’Istituto Mille e una meta di Livorno e responsabile della sede di Livorno dell’I.G.F.(Istituto Gestalt Firenze). E’ socio formatore dell’AICo , del  CNCP e dell’AIMEf.

 

“Ti vedo, ti sento, ti accompagno”, in cerca di risposte nell’esserci empatico

di Sergio Mazzei

Direttore dell’Istituto Gestalt e Body Work

Pubblicato sul numero 16 di Formazione IN Psicoterapia, Counselling e Fenomenologia

“Avete coraggio, fratelli miei? … Non il coraggio al cospetto dei testimoni, ma il coraggio dell’anacoreta e dell’aquila, che nemmeno un Dio vede più? … Ha cuore chi conosce la paura, ma lavince; chi vede l’abisso, ma con orgoglio. Chi vede l’abisso, ma con occhi d’aquila, – chi con artigli d’aquila afferra l’abisso: quegli ha coraggio”

 

 

Negli ultimi cinquanta anni abbiamo visto un fiorire sulla scena della psicoterapia d’innumerevoli metodi per aiutare le persone con sofferenze psicologiche. Affiancandosi alla tradizionale psicoanalisi freudiana e al comportamentismo di Pavlov e Skinner sono apparse, negli anni ’60 e ’70, la terapia della famiglia di Whitaker, lo psicodramma di Moreno, l’analisi transazionale di Berne, la Gestalt Therapy di Perls, e molte altre geniali risposte al disagio psicologico dell’umanità. Tutti questi approcci, insieme a molti altri, oltre che mobilitare le risorse degli individui alla risoluzione dei problemi legati alla sfera intrapsichica e a quella interpersonale, hanno anche concretamente messo in primo piano l’influenza dell’ambiente nella formazione e quindi come causa di tanti disturbi psichici e della relazione. Ponendosi inoltre come metodo di cura alternativo, superando la storica posizione a orientamento biologico che faceva derivare le problematiche psicologiche da cause prevalentemente organiche curabili con l’esclusiva assunzione di rimedi o psicofarmaci, hanno tutte posto l’accento sull’importanza della relazione e del contatto umano come vero e proprio principio terapeutico fondamentale.
Suzuki, nel suo importante lavoro “Psicoanalisi e Buddhismo Zen , che ha fatto tra i primi da ponte tra la cultura occidentale e quella dell’Oriente, disse che uno degli assunti della filosofia Zen, come peraltro della psicoterapia gestaltica, è che se vuoi conoscere qualcosa o qualcuno, devi diventare quello. Se vuoi conoscere una rosa, egli diceva, devi essere quella rosa e se vuoi conoscere una persona, devi divenire quella persona. L’identificazione dunque una la via per entrare in contatto dall’interno con qualcun altro, per conoscere il suo essere ciò che è, il suo sentire e il suo pensare. Entrare in contatto e identificarsi non vuol dire conversare o discutere con qualcuno ma piuttosto fare del proprio meglio per sperimentare la realtà dell’altra persona dal suo interno. Significa cercare di sentire e ragionare come lui anche se naturalmente ciò non implica il condividerne i punti di vista o le conclusioni sulle cose o sulla vita. Identificarsi non è perdere se stessi e la propria soggettività.
VERO O FALSO?
A mio avviso nella pratica psicoterapeutica o in generale nelle professioni di relazione d’aiuto, non è così importante “chi ha ragione e chi ha torto”, in ciò che il paziente (o cliente) racconta di sé e del suo mondo. Non è così fondamentale che egli abbia una corretta percezione degli eventi che lo riguardano. Anche se avesse “torto”, o in altre parole che nulla di ciò che afferma corrispondesse al vero, non sarebbe poi così importante investigare per stabilire la verità sui fatti ai quali attribuisce la causa delle sue difficoltà. Non si tratta di un “processo” in cui devono essere imputate assoluzioni e colpe. Ciò che credo invece vada fatto è piuttosto aiutare il paziente a mettere a fuoco la sua visione delle cose, aiutarlo a capire chi egli è e cosa gli va, a conoscere la propria verità soggettiva, il suo modo di essere quel che è, rendersi conto della percezione di sé e delle persone con cui è in rapporto. Si deve aiutarlo a divenire più consapevole del suo “mondo vissuto (Lebenswelt).
Il punto di vista della new epistemology, come ho voluto evidenziare in un mio precedente scritto, è, di fatto, che “la conoscenza è una funzione dell’osservatore e del contesto e dipende più dall’idea che si ha del mondo piuttosto che dal mondo stesso . Tenendo quindi presente questa incertezza che ci impone una certa umiltà per non giudicare troppo frettolosamente, credo che anche la psicoterapia non debba occuparsi di “verità accertate” (se anche esistono) ma semmai dei “punti di vista” soggettivi e di come aiutare qualcuno a trovare serenità ed equilibrio nonostante la propria relatività percettiva ed eventuale limitazione di vedute. D’altra parte, come si dice, se ti trovi in una casa avvolto dalle fiamme, reali o immaginarie che siano, in quel momento non ti devi fare molte domande sulle cause dell’incendio o se stai solo sognando, ma devi solo chiederti come uscirne.
COME?
Voglio esprimere ora il mio punto di vista su “come” lavorare con la percezione reale o distorta del paziente, su come esplorare e conoscere la sua visione delle cose e promuovere l’organizzazione della sua “respons-ability”. In che modo possiamo raggiungere veramente un altro essere umano, collaborare con lui e aiutarlo a diminuire il peso dei suoi affanni?
Per quanto sia convinto dell’importanza che possono avere nella personalità del terapeuta fattori quali la creatività, l’umorismo, la fantasia, l’apertura, la generosità, l’intelligenza e molti altri ancora, oltre naturalmente all’esperienza, cultura e competenza professionale, io personalmentepongo l’accento prima di tutto sull’importanza della sensibilità empatica, dell’accoglienza e della capacità di sostenere l’impatto emotivo del paziente mantenendo e trasmettendo un’adeguata capacità di distacco, che non è indifferenza, ma un punto di equilibrio intorno al quale “si può parlare di qualsiasi cosa”, come aspetti fondamentali che concorrono al buon fine di un processo terapeutico.
In principio nella relazione terapeutica è molto importante vedere l’individuo nel suo insieme, nella sua “forma”, sentirne la presenza ovvero percepirne la gestalt, e concentrarsi su questi suoi aspetti della personalità piuttosto che sull’esame del contenuto delle sue parole o del suo racconto. Dice Petruska Clarkson : “Lo scopo dell’approccio della Gestalt è di far scoprire, esplorare e sperimentare alla persona la sua propria forma, il suo modello e la sua interezza”. Per realizzare quest’obiettivo è prioritario “rimanere con lui”, “essere con lui nel suo essere con te”.
L’accoglienza non è certo qualcosa che si “fa” ma piuttosto che si “ha”. O sei accogliente o non lo sei. Ottengo spesso risultati molto più soddisfacenti quando esprimo la mia comprensione e solidarietà sulle paure e angosce dei miei pazienti piuttosto che quando gli interpreto o spiego le ragioni o cause della loro esistenza. Il primo tra i più importanti e fondamentali momenti del lavoro, la posa della prima pietra che influenzerà il processo di lì a venireè pertanto la realizzazione di un buon contatto con il paziente e dunque la costituzione di una tacita alleanza terapeutica.
S’incomincia a vedere e sentire il proprio paziente e a fargli compagnia, gli si sta vicino nella sua discesa entro se stesso, nell’esplorazione del suo mondo. “Vedere” è percepire con il proprioocchio empatico, un occhio che coglie il dolore nelle sfumature della postura corporea, dell’espressione del viso, degli atteggiamenti e movimenti in rapporto alle vicende che narra. E’ un vedere partecipativo in cui non si è neutrali e distaccati, ma si sente e si soffre insieme al paziente. Altrettanto “sentire” è un sentire con il proprio orecchio empatico, che coglie le sfumature ed esitazioni della voce, le emozioni che le accompagnano o che sono assenti. Si cerca di stare attenti e presenti e in tal modo si possono captare attraverso il tono e le inflessioni della voce, le situazioni e la natura delle circostanze che gravitano intorno al paziente. Si può, infatti, “vedere” anche attraverso il “sentire” come del resto si può “sentire” attraverso il “vedere”.
Con quest’atteggiamento presente e di alleanza partecipativa si va con il paziente, si accompagna ovunque egli proponga o ove ci sia un’indicazione, una “freccia”, per usare l’espressione di Erving Polster , che indichi una direzione che abbia un senso. Si è attivi nell’osservazione di tutto ciò che si manifesta. Tutto ciò naturalmente comporta e presuppone lo sviluppo di una buona e stabile fiducia da parte del paziente nei nostri confronti.
Tale stabilità non è realizzabile attraverso un semplice processo cognitivo di comprensione delle cause del suo disturbo ma solo ed esclusivamente attraverso una relazione significativa ed empatica con un’altra persona, simile a quella agognata nelle prime relazioni d’oggetto. Nell’approccio empatico si trasmette accettazione e comprensione profonda per le difficoltà del paziente. 
IL DASEIN
Vorrei ora porre l’accento su alcuni aspetti dell’approccio empatico nelle relazioni d’aiuto a orientamento fenomenologico – esistenziale che considero particolarmente importanti:
In primo luogo, come ho già detto l’importanza dell’“esserci” nella relazione. Esserci come “essere umano” che sente e sperimenta, e parte del campo e in contatto con la situazione, con attenzione e presenza, e non certo come “il morto a bridge” per usare l’espressione di Lacan riguardo alla posizione che l’analista dovrebbe assumere. Un esserci in senso ontologico, dal grecoon, “che è“, e che esprime la fondamentale autoaffermazione di un essere nella sua semplice esistenza. E’ l’esserci nel senso del Dasein di Heidegger o in altre parole “che si realizza nell’esserci, nell’essere con l’altro, nello stare nel mondo”.
Sappiamo che l’essere umano è per sua natura “unico” e non paragonabile a nessun altro o ad alcun’altra cosa e pertanto non possiamo generalizzarne la sua intima esperienza né tantomeno il suo orientamento. Dobbiamo quindi trovare il modo di raggiungerlo direttamente e con autenticità senza peraltro trascurare di renderci conto anche delle nostre “differenze” e quindi dell’importanza di rimanere fedeli alla nostra soggettività evitando le pericolose trappole dell’eccessivo “confluire”.
Heidegger, come prima di lui Husserl, sosteneva che possiamo comprendere un uomo solo attraverso il suo svelamento, nel suo manifestarsi e darsi (sich geben). Per conoscere qualcuno dobbiamo quindi chiedergli di parlarci, ma svelarsi, manifestarsi e darsi sono in realtà tra gli scopi impliciti del processo psicoterapeutico ed è ovvio che la difficoltà a “essere ciò che si é” e di conseguenza l’attitudine al “non darsi”, la troviamo sovente nel mondo delle interazioni umane. Tutto ciò accade in modo particolare quando non vi è il coraggio di prendere contatto prima ed esprimere poi aspetti di sé che si rifiutano o di cui si ha vergogna. Quando non si ha una buona relazione empatica con qualcuno, si tende a trattenersi e a non svelarsi. C’è la paura del giudizio e del conseguente rifiuto, così com’è stato in passato si teme di subire nel presente la stessa umiliazione ed essere nuovamente feriti. Ci si auto-interrompe. Il problema è dunque la paura.

CORAGGIO E ANGOSCIA
Questo cronico processo di auto-interruzione che tanto caratterizza i disturbi nevrotici si manifesta quando viene a mancare ciò che è stato definito il “coraggio di esistere”, in altre parole la capacità di affermare se stesso a discapito di quegli aspetti della propria esistenza che sono in conflitto con il proprio principio di autoaffermazione.
Diceva Tillich : “Il coraggio è autoaffermazione ‘nonostante’, cioè nonostante ciò che tende a impedire all’Io di affermarsi” .
Nella sua raccolta di frammenti che va sotto il nome di “Volontà di potenza”, Nietzsche sosteneva che avere coraggio significa avere la capacità di affermarsi nella vita nonostante questa possa manifestarsi in modo ambiguo e rifiutare la vita a causa della sua negatività è un’espressione di vigliaccheria. Per lui, come per gli stoici, la gioia accompagna l’autoaffermazione del nostro essere essenziale nonostante le inibizioni derivanti dagli elementi accidentali che sono in noi. Nell’atto ontologico dell’autoaffermazione del nostro essere essenziale il coraggio e la gioia coincidono.
Esiste d’altra parte una moltitudine di circostanze più sfumate in cui la presenza della paura e dell’angoscia è ben più sovrastante di quella della gioia.
L’angoscia è un’esperienza umana primordiale profondamente connessa con le incertezze della vita. Si esprime con mille volti. Tra le tante sue forme sono state descritte l’angoscia del “non essere” che minaccia “l’essere” e che si manifesta nell’angoscia della perdita della capacità di affermare se stesso e della morte, l’angoscia del vuoto e della mancanza di significato e l’angoscia della colpa e della condanna. Altrove l’angoscia è stata descritta, come“grande nausea” in Così parlòZarathustra di Nietzsche o “notte dell’anima” o “assalto dei demoni” come molti mistici l’hanno definita. Peraltro possiamo trovare anche tante altre manifestazioni dell’angoscia nella vita ordinaria di tutti i giorni sotto forma delle mille paure che ben conosciamo. Nella ricerca psicoanalitica contemporanea Kohut descrive una condizione che egli chiama “terrore presimbolico”, ove la minaccia per l’individuo è l’angoscia della possibilità di ritorno a un’antica esperienza di disintegrazione (che Lacan chiama “discordia primordiale”). Egli ha ipotizzato l’esistenza negli esseri umani di un’esperienza precoce di “frammentazione” che incute un grande timore ed è simile a quella descritta da Stern (che peraltro non considera questa esperienza inevitabile ma solo come conseguenza di un cattivo rapporto con la funzione materna). L’esperienza di quest’antico terrore di frammentazione come reazione a ciò che non si comprende è ancora più primitiva della rabbia e della vergogna. Il “terrore presimbolico” si sperimenta come perdita del senso della realtà. Si perde la percezione di sé e dell’altro. Non si ha più un centro. E’ come se tutto svanisse o si alterasse. Non vi sono più punti di riferimento. Manca il terreno sotto i piedi. Non si sa più chi si è o chi sono gli altri. Ci si sente senza alcuna protezione. Non si sa come o dove stare. Ci si sente dentro un’infinita scomodità. Si cade in un abisso di paura. Ci si smarrisce.
Ho voluto porre l’accento su queste esperienze poiché sono convinto che il campo terapeutico sia sovente colmo di elementi carichi di angoscia che si manifestano gradualmente nella misura in cui il terapeuta è sensibile e responsivo a ciò che il paziente gli trasmette. Per avere quella confidenza e fiducia necessaria per esplorare e lavorare con contenuti emozionali così potenzialmente dolorosi bisogna essere in grado di trasmettere in maniera inconfutabile la propria alleanza terapeutica con la totale accettazione di qualunque cosa possa manifestarsi mettendosi nella posizione dell’epoche, del non giudizio. Ci vuole calda accoglienza, ammirazione e tranquillizzazione.

 

LE FUNZIONI ALFA E BETA DI BION
Secondo la teoria della funzione alfa di Bion gli individui interiorizzano le esperienze sensoriali solo attraverso un processo che le rende rilevanti ed evidenti. In altre parole affinché queste siano importanti per noi, dobbiamo prima dar loro un senso. La funzione alfa nel bambino è sviluppata e stabilizzata dalla funzione alfa della madre solo quando questa è in grado di rispondere adeguatamente e soddisfacentemente ai suoi bisogni e alle sue richieste. Il riconoscimento e il rispecchiamento sono tra le necessità primarie. Solo in questo caso il bambino sente e si tranquillizza. In questo modo può interiorizzare stabilmente la funzione alfa della madre.
Per Bion nell’interazione della madre con il bambino, insieme agli elementi alfa si manifestano anche quelli beta. A differenza di quelli alfa, gli elementi beta sono prodotti sconosciuti della mente, privi di simbolizzazione e sono vissuti come molto minacciosi, destabilizzanti e sgretolanti. Quando la funzione alfa della madre non è sufficientemente rispecchiante e nutriente, il neonato è bombardato da elementi beta e precipita nell’angoscia.
Le esperienze angosciose derivanti dalla proliferazione di questi elementi beta sono collegate aiterrori senza nome e alle agonie impensabili di cui ha parlato Winnicott e al terrore presimbolico di cui ho detto sopra. Questi vissuti generalmente non si manifestano alla piena consapevolezza ma rimangono sempre sullo sfondo come costante inquietudine umana, come un persecutore interno perennemente in agguato. Possiamo individuarlo principalmente negli stati postraumatici da stress o nelle psicosi ma sotto certi aspetti lo dobbiamo considerare universale. È’ un elemento persecutorio interno caratteristico della condizione umana.
Secondo Winnicott il bambino è in grado di fronteggiare e superare l’impatto di questa esperienza solo attraverso la risposta empatica della madre. Senza la possibilità di accogliere in sé questa empatia tranquillizzante della madre, il bambino sarà sommerso dagli elementi beta e per quanto potrà comunque crescere bene fisicamente, sarà comunque segnato interiormente da un’esperienza devastante.
Per Melanie Klein lo spaventoso impatto di figure persecutorie nella fantasia del bambino come quelle dell’essere distrutto, mangiato, fatto a pezzi, disintegrato, ecc., così vicine all’esperienza del terrore presimbolico, esprime e manifesta l’istinto di morte, quella terrificante esperienza ove il bambino cerca continuamente di espellere dal suo interno il bombardamento di questi elementi disgreganti ma che non sarebbe in grado di reggere senza l’Io ausiliario della madre. Il neonato senza l’appoggio empatico della relazione con la madre rimarrebbe sempre sull’orlo del caos, dell’invasione incontrollata degli elementi beta.

Mi sembra pertanto ovvio che anche il terapeuta, come la madre dotata di funzione alfa, dovrà essere particolarmente attento e presente in tali circostanze per aiutare il paziente a sopportare e accettare l’esperienza emotiva che attraversa, a stare con la sua paura di sgretolamento per cercare di chiarirla e definirla meglio. Dovrà aiutare il suo paziente a sviluppare anche la capacità di raccontarla a chi vorrà e di sostenerla nella sua mente senza la paura di precipitare in un pozzo senza fondo.
Dice Mollon: “L’antidoto a frammentazione, vergogna, rabbia, terrore e alienazione, ciò che fa nascere individualità e autonomia, è l’esperienza dell’empatia data da un altro. Questa è l’eredità terapeutica data da Kohut 

E’ molto probabile che, condizionati, come spesso siamo, dalla moltitudine di persone che vivono nel cosiddetto “stato ordinario di coscienza”, alle volte viene davvero difficile, e magari altrettanto comodo, prestare attenzione ai nostri più sottili meccanismi di autoinganno, di eccessiva compiacenza verso i nostri limiti, di cronico evitamento verso ciò che ci procura difficoltà. Sovente si è arroccati in una posizione depressivo-egotistica che ci interrompe dall’esplorazione del nostro mondo interno e da quelli che Perls chiamava i nostri “giochi di adattamento” (fitting games). Si dà per scontato che non si può cambiare o che non ne vale la pena e ci si accontenta del piccolo territorio che si è conquistato. Rispondeva Ken Wilber a chi gli chiedeva cosa fosse l’Io: “Là dove metti il confine”.

       INTERIORIZZAZIONE TRASMUTANTE

La psicoterapia della Gestalt ha rivoluzionato l’approccio terapeutico soprattutto per la sua impostazione relazionale, per la novità dell’atteggiamento rispetto ad altri approcci che il terapeuta assume nei confronti del suo paziente. Certo è anche “figlia” della psicoanalisi, come peraltro molti altri orientamenti psicologici, ma a differenza di quest’ultima, da cui mi sembra arricchente trarne insegnamento dal punto di vista della ricerca e dell’osservazione clinica, superando l’antico dualismo terapeuta-paziente, per cui il primo è il “sano” che osserva in modo distaccato e non partecipativo e il secondo è il “malato” che deve essere osservato, l’enfasi nel rapporto è andata a collocarsi sulla consapevolezza della verità e sulla comunicazione dell’esperienza “così com’è”, sulla natura del confine del contatto e cioè su ciò che accade davvero tra “me e te”.
Per me, il campo della psicoterapia, nei limiti del possibile, deve offrire a entrambi i suoi protagonisti, il terapeuta e il suo paziente, uno spazio totale per l’espressione della propria verità vissuta ed è ovvio che la sua direzione implicita dovrà essere orientata alla creazione e allo sviluppo di una co-costruzione dialogica, per dirla nell’accezione costruttivista. D’altra parte, identificandosi nel paziente pur rimanendone ovviamente differenziati, poiché paura e vergogna sono esperienze veramente delicate, credo che in tali circostanze di estrema fragilità e vulnerabilità, un “sorriso” sostenente del terapeuta, quando vissuto autentico ed empatico dal paziente nei confronti delle sue difficoltà, quando viene sentito come rispecchiamento del suo valore, meritato dal suo affrontare i propri mostri e draghi interni, sia molto auspicabile per rendere più coeso un sé tendente alla frammentazione e allo smarrimento. In tal modo il paziente potrebbe finalmente sperimentare un’energia che gli proviene dal sentirsi compreso e sostenuto che forse non ha mai davvero vissuto prima.
A mio avviso, solo interiorizzando l’apprezzamento e il riconoscimento di un autorevoleoggetto-sé esterno, come può essere vissuto il terapeuta, si ha davvero la possibilità di accettare nuove esperienze e dimensioni di consapevolezza e realizzare un cambiamento stabile nella propria vita colmando un antico “buco psichico” che Kohut chiamava “struttura psichica mancante”. Lo sviluppo della capacità di prendere contatto, accettare e lavorare con queste antiche emozioni è, infatti, una conseguenza dell’interiorizzazione della funzione calmante dell’oggetto-sé buono interiorizzato (madre/terapeuta). E, come dice il detto, se“lassù qualcuno mi ama”, allora la mia vita ha un senso.
Per Kohut la semplice consapevolezza e la sua successiva elaborazione e interpretazione cognitiva di cause ed effetti delle proprie esperienze interne non sono sufficienti per realizzare una vera e propria “guarigione” del sé del paziente. In modo particolare egli sosteneva tale convinzione riferendosi ai disturbi narcisistici e alle problematiche di perversione. Perché ciò possa avvenire, è piuttosto necessario che il paziente viva nel suo interno quella che ha chiamato “interiorizzazione trasmutante”, incorporando l’oggetto-sé empatico del terapeuta. Per lui tali disturbi come altri avevano la funzione di colmare un deficit strutturale. Il deficit è un buco psichico, una parte mancante che può essere fornita da un’altra persona. è come se in definitiva quest’oggetto-sé si dovesse installare in modo inconfutabile nel sé del paziente per modificare stabilmente la sua condizione di “deficit strutturale primario” e come conseguenza di tale interiorizzazione, il proprio valore di essere umano e la propria potenzialità di relazione nei rapporti interpersonali potrebbero essere finalmente vissuti non più esclusivamente conflittuali o problematici.
In conclusione vorrei comunque dire che l’atteggiamento empatico non va visto come una sorta di tecnica, un “qualcosa che si fa per …”, un metodo “a orientamento umanistico” che si applica quando si ha a che fare con un “poveraccio” che si trova in difficoltà. è piuttosto un’esperienza che si deve sentire veramente, perché si prova davvero e non credo che possa essere confuso con una sorta di posizione genitoriale che vuole nutrire un bambino deprivato (il che mi sembrerebbe quasi offensivo nei confronti del paziente), come una sorta di compensazione per ciò che gli è mancato. Penso piuttosto che l’atteggiamento empatico del terapeuta debba esprimere semplicemente e autenticamente il suo, “essere una persona” profondamente umana, dotata di tenerezza e compassione, capace di emozionarsi, intristirsi o dispiacersi (come peraltro di arrabbiarsi) se e quando un altro essere umano che gli chiede aiuto si trova ad annaspare nelle fangose paludi del suo mondo di dolore, paura e smarrimento.
Naturalmente è comunque sempre necessario vigilare sul rischio dell’essere eccessivamente protettivo e stare attenti a non commettere l’errore di passare da un esagerato e inumano distacco alla troppa compassione che non permetterebbe lo sviluppo delle potenzialità del paziente. Inoltre, benché l’identificazione con il paziente rappresenti una via diretta per la comprensione del suo modo d’essere e della sua visione delle cose, ciò non significa che, al di là della solidarietà e comprensione per le sue difficoltà, non bisogni tener presente la propria soggettività e fare del proprio meglio per modificarne le fissità e rigidità percettive ed interpretative.

Nietzsche F., Così parlò Zarathustra, Adelphi, Milano.

E. Fromm, D. Suzuki, De Martino, Psicoanalisi e Buddhismo Zen, Astrolabio-Ubaldini,Roma

Mazzei S., “La co-costruzione del contenitore dialogico”. Sito Web: www.igbw.it/Rivista

Clarkson P.  “Gestalt-Counselling”, Sovera, Roma

Polster E., “Psicoterapia del quotidiano. Migliorare la vita della persona e della comunità “,Centro Studi Erickson, Trento

Mazzei S., Relazione d’oggetto, contatto e crescita, Rivista “IN Formazione Psicoterapia-Counselling-Fenomenologia” N. 2, Settembre-Ottobre 2003, I.G.F. s.r.l. Editore, Roma

Tillich P. “Il coraggio di esistere”, Astrolabio-Ubaldini, Roma

Bion W.R., “Apprendere dall’esperienza”, Armando, Roma

Winnicott D.W.“La paura del crollo”, in “Esplorazioni psicoanalitiche”, Cortina, Milano

Mollon P. “Liberare il sé”. Edizioni Borla, Roma

Wilber K., “Oltre i confini”, ed. Cittadella, Assisi

Kohut H., “Potere coraggio e narcisismo”, Astrolabio –Ubaldini, Roma

Non Scoraggiamoci!!! Porte aperte al futuro

6-Giugno

un aperitivo per … assaggiare la Gestalt

Leonardo Magalotti, Gianfranco Proietti, Anna R. Ravenna, Diletta Saltara, Pierluca Santoro

6 giugno 2013 dalle ore 18.00 alle 23.00

Teatro Furio Camillo – via Camilla,44

L’ I.G.F. sede di Roma offre l’opportunità di vivere l’esperienza diretta sia del lavoro personale che di formazione secondo il modello della Gestalt ad orientamento fenomenologico-esistenziale. I partecipanti saranno invitati a condividere momenti teorico- pratici relativi all’ambito clinico e alla formazione in psicoterapia e in altri contesti di relazione d’aiuto. Un modo semplice ed attivo per conoscere attraverso il vissuto emotivo e l’esperienza personale.

La partecipazione è gratuita …. e a numero chiuso

Si accettano iscrizioni in ordine cronologico, sino ad esaurimento posti

Iscrizione telefonica: 06/37514179;

per e-mail all’indirizzo roma@igf-gestalt.it

È uscito il nuovo numero della Rivista!

È finalmente uscito il nuovo numero della Rivista Formazione IN Psicoterapia, Counselling, Fenomenologia! Completamente gratuito e consultabile on-line.

Per leggerlo è sufficiente iscriversi inserendo nei campi le voci richieste ed effettuando successivamente il login, il tutto qui.

Buona lettura!

Considerazioni avanzate sul lavoro con il corpo

di Sergio Mazzei

Abstract

Il lavoro con il corpo e la Body Psychotherapy. Anni di esperienza che si coagulano in uno scritto denso di teorie, tecniche e vissuti emozionali, analizzati e descritti in un’ottica gestaltica ed esistenziale.

Di prossima pubblicazione sul numero 21 della rivista INformazione, integralmente on line.