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Kaos e complessità, elementi fondanti in ambito psicoterapeutico

di Silvana Bonanni – Emilio Gattico

Università degli Studi di Bergamo

Pubblicato sul numero 16 di Formazione IN Psicoterapia, Counselling e Fenomenologia

In ogni caos c’è un cosmo, in ogni disordine un ordine segreto (Carl Gustav Jung)

Il nostro contributo, proprio a partire dal titolo “Kaos e complessità: elementi fondanti in ambito psicoterapeutico” vuole essere volutamente provocatorio, ma con l’intento di evidenziare come nel campo scientifico occorra in primo luogo liberarsi da presupposti di qualsiasi genere, in quanto tendono sovente a trasformarsi in pregiudizi. Questi ultimi poi sono non raramente assunti a guisa di principi indubitabili, quali garanti della coerenza delle conseguenze da essi dipendenti e giustificanti qualsiasi risultato.
Si è all’interno di una prospettiva radicalmente determinista, ove qualsiasi accadimento è connotato dal più rigido meccanicismo, con evidente bando di qualsiasi componente casuale o in ogni caso una loro drastica riduzione. Tutto ciò comporterà evidentemente differenti strategie discorsive a seconda degli argomenti dei quali si sarà chiamati a trattare e che daranno vita a differenti organizzazioni del discorso o, come preferiamo dire, schematizzazioni discorsive.
Quando ad esempio si parla della coerenza delle geometrie non-euclidee, o della necessità della presenza attiva dei genitori nelle scuole di infanzia, o delle tipologie di ristrutturazione degli ambienti lavorativi a rischio, o delle carenze del sistema fiscale nel nostro paese, o addirittura dell’attendibilità della psichiatria, è abbastanza ovvio che il primo tema di discussione proposto sia quello nel quale compariranno maggiori elementi in grado di realizzare una strategia discorsiva del tutto condivisibile. Questo solo perché sappiamo che la geometria differenziale è più adatta relativamente a particolari spazi che non quella euclidea: ed una tale affermazione è sostenibile durante una lezione, ancor di più durante una discussione scientifica, ma anche a livello di discorso non eccessivamente formale, come quello che possono fare due amici o compagni di scuola, ricordando le lezioni di un tempo. In senso lato sono i discorsi maggiormente collegati alle scienze della natura, ove l’aspetto formale assume un ruolo pregnante, quelli più adatti per consentire a queste strategie di emergere, per il fatto che permettono alle schematizzazioni di esplicarsi nel modo più completo, preciso e determinato, perché hanno a che fare con oggetti del discorso del tutto controllabili e manipolabili
Quando invece ci si imbatte in discorsi assai più aleatori di quelli accennati, seppure in modo questa volta differente, si può dire di tutto, è possibile sostenere opinioni di qualsiasi genere: il nostro modo di parlare e di pensare ma anche di operare, deve adattarsi alle situazioni contingenti rispetto alle quali si raffronta.
Attualmente si sostiene ed a ragione che la formazione dei bambini sia certamente meglio realizzata quanto più la si ponga internamente ad un contesto, ove la componente sociale, quasi fosse un prolegomeno a tutti i processi comunicativi, sia fortemente marcata. Tutto questo comporta inevitabilmente l’adozione di particolari modalità per la sua realizzazione: l’esperienza maturata sul campo dagli operatori riveste senza dubbio un’importanza primaria. Se però questo è un fatto acquisito, tuttavia pretendere di argomentare che la buona crescita del bambino, che frequenta un asilo nido od una scuola materna, presupponga anche la presenza di un genitore, che si inserisca per un certo periodo nelle istituzioni educative, comporta di sapere tante altre cose: se i genitori lavorano entrambi o meno, se abbiano intenzione di assumersi quest’onere, se preferiscano che siano i nonni ad assolvere questo compito, ma anche quale sia il loro livello di istruzione, quali rapporti intercorrano all’interno della famiglia od altri argomenti simili. Se a ciò si aggiunge il fatto che ciascun genitore ha una sua storia, differente da quella di un altro, e che le vicende personali da loro presentate saranno le più varie, è facile immaginare come le schematizzazioni delle strategie discorsive, da parte di colui che parla di questi argomenti, saranno certamente più complesse e passibili di confutazioni. Come si vede, tutto ciò comporta un notevole accrescimento delle variabili e dei fatti contingenti, nei quali ci si imbatterà di volta in volta: ne consegue come allo stesso modo, quando si dovranno organizzare operazioni interne a questo contesto o discorsi concernenti lo stesso, ci si troverà in situazioni molto meno controllabili, che non in quelle richieste per gli esempi precedenti.
Ma si può e si deve andar ancor più in là sino al punto nel quale qualsiasi forma di organizzazione operativa così come di schematizzazione del pensiero e del linguaggio ad esso connesso, abbia bisogno di essere del tutto superata ed abbandonata. Pena il fatto che in caso contrario si corre il rischio di cadere nella situazione paradossale, con cui si pretende di ricorrere a strumenti e linguaggi rigorosi, precisi e universali per conoscenze, che obiettivamente sono quanto di più aleatorio e non catalogabile vi possa essere. Ecco perché pretendere di definire scienza, attribuendole così un valore altamente oggettivo, una serie di presunte conoscenze, forse più precisamente credenze, concernenti la cura della psiche, sulla cui attendibilità si può dire di tutto come il contrario di tutto, rende possibile sostenere che ciascuno potrà sostenere qualsiasi posizione, a seconda di quello che sarà la sua abitudine a trattare di tali temi, che si basano su una terminologia secolare oramai superata, che ricorre a manuali diagnostici a volte grotteschi e che, purtroppo, assume la sua forza dall’accomodarsi ad esigenze di controllo sociale e personale più che non su una missione terapeutica, per altro sovente fondata su invenzioni.
Questo non significa che non sia possibile affermare quel che si crede o si pensa, così come che vi siano “troppe” cose da dire, ma che non tutte possano essere dette: è questo che rende più ardua questa organizzazione di conoscenze o credenze o convinzioni. Anzi è l’esatto opposto: se ci si richiama al discorso scientifico precedentemente accennato quale primo esempio, sono pressoché illimitati gli argomenti che si possono presentare, così come le contraddizioni nelle quali è possibile ed auspicabile cadere. Sicuramente, trattandosi di un tema sufficientemente neutro in quanto essenzialmente culturale, comporterà un coinvolgimento quasi esclusivamente cognitivo da parte di colui che ne tratta. Tuttavia se la stessa cosa non può dirsi per i discorsi del secondo e soprattutto del terzo tipo, questo non significa che le osservazioni da noi fatte non siano ancora valide. Al contrario risultano tanto più utili in maniera direttamente proporzionale al livello di disorganizzazione delle informazioni da noi possedute a proposito del nostro oggetto di studio.
In campo psicoterapeutico si è in una situazione ottimale per avvalorare e corroborare la nostra posizione, la quale è volta a proporre un nuovo modo di intendere una conoscenza, che tragga origine dal kaos e dal disordine dei dati coi quali ci si raffronta oltre che dalla completa relatività nonché parzialità delle nostre conoscenze. Il fine cui si mira non sarà però quello di prender avvio da un’iniziale situazione caotica in cui si colloca il soggetto, per approdare poi ad un ordine già dato e codificato: in questo caso riproporremmo in forma forse ancor più marcata un determinismo rigoroso e conseguentemente povero di risultati e chiuso ad ogni apertura. Al contrario si tratterà di cogliere tanti ordini individuali nel disordine, attribuendo loro egual valore, ma evitando assolutamente qualsiasi forma di etichettamento secondo parametri dati, nella maggior parte dei casi, dalla calcificazione di nozioni e convinzioni, che proprio per questo scivolano inevitabilmente verso pericolose forme ideologiche. Si tratterà infine di individuare percorsi alternativi, tra loro anche contrastanti seppur volti verso un analogo obiettivo all’interno delle situazioni che si presenteranno di volta in volta, evitando accuratamente qualsiasi ricorso a mezzi e/o tecniche esterni, che impedirebbero di fatto qualsiasi costruzione che il soggetto è in grado di realizzare.
Partendo da questa nostra posizione, toccheremo dunque questi punti:

I – L’esemplificazione dei limiti e spesso dei danni che la pretesa di rendere oggettiva una conoscenza del soggetto può comportare. E questo soprattutto se si richiamano vecchi e superati parametri oppure quando si fa affidamento a risultati che, pure nella loro sempre più specifica e controllata formulazione, hanno ben poco, se non nulla a che fare con altre importanti caratteristiche dell’individuo, quale oggetto di studio, in quanto qualitativamente differenti. La psichiatria, almeno nella sua accezione oggi predominante, sarà un ottimo argomento di discussione.
II – il ruolo della costruzione delle conoscenze e delle loro traduzioni operative della componente caotica.
III – l’approccio costruttivista come una tra le possibili soluzioni ai problemi che il nostro progetto comporta.
IV – la necessità di intendere secondo nuovi parametri il problema psicoterapeutico, sulla base del principio della relatività di qualsivoglia sapere e sul rifiuto dell’assunzione di qualsiasi conoscenza “già data”.
Un epilogo che spalanchi nuovi modi di intendere il problema psicoterapeutico o più precisamente della salute mentale, sulla base di alcune riflessioni di un psichiatra, purtroppo uno tra i pochi, che riesce a far intuire se non proprio vedere come in quest’ambito vi sia veramente molto ma molto da fare, a patto di “leggere” i problemi in modo del tutto nuovo e direi “eretico”, rispetto classiche e codificate e certe conoscenze. Ma per gli autori di questo lavoro è un piacere essere visti come “eretici”.

I

Secondo la filosofia della scienza, nella sua più comune accezione oggi accolta, sussistono varie condizioni affinché una teoria sia questa generalmente fondata sia su congetture, e dunque non derivata da osservazioni, sia su ipotesi, che invece nascono da queste, possa qualificarsi come scientificamente valida. Riconducendola a quelle, a nostro avviso più importanti, per il discorso, riteniamo che una teoria debba essere la più semplice e completa possibile. Già nel XIV secolo il francescano William of Ockham (1288-1348) aveva suggerito un principio metodologico di estrema importanza, per il quale quando si fosse giunti a spiegare qualsiasi cosa, non sarebbe più valsa la pena di ricorrere a ulteriori spiegazioni più complicate, in quanto queste altro non avrebbero fatto che ripetere quanto già noto. Tale principio, certamente più noto come “il rasoio di Ockham” è stato applicato in misura tanto più ampia quanto più rigorose erano le teorie scientifiche e le metodologie ad esse applicate: probabilmente è questo uno dei motivi per il quale la psichiatria non vi fa ricorso.
Allo stesso modo la scientificità di una teoria si basa sulla falsificabilità della stessa. Senza discutere dell’opera di Karl Popper (1902-1992), per cui se una teoria non è dotata di almeno un elemento che possa dimostrarla del tutto falsa, non è scientifica e dunque più che su un parametro ontologico, deve fondarsi su una continua approssimazione alla realtà. Rimane il fatto che determinate conoscenze non possono fare a meno dell’inconfutabilità di alcuni loro assunti, che in quanto tali sono a-scientifici. Sarebbe infatti sancire l’esclusione di qualsiasi modificabilità alla luce di nuovi dati e dunque ogni possibilità di progresso.
Ne consegue allora che qualsivoglia scienza debba esser ritenuta provvisoria, così come che ogni suo risultato mai sia accolto in modo non controllato, ché si cadrebbe altrimenti in situazioni anomale. Non ha dunque alcun valore parlare di spiegazioni o descrizioni esaustive di un fenomeno, in quanto ci si collocherebbe in un contesto extra-scientifico.
Secondo i critici, la psichiatria non si qualifica come una scienza per molti dei punti sopra citati: la maggioranza delle ipotesi biologiche in psichiatria sarebbero non testabili e quindi non falsificabili e questo spiega, se non giustifica, alcune affermazioni quale quella di Thomas Szazs, per cui la schizofrenia è un simbolo sacro della psichiatria, o quelle assai più numerose che la configurano a rango di stigma. Inoltre, per molte sindromi non è presente in letteratura un quadro sintomatologico, con il quale diventano facilmente identificabili, oppure lo stesso insieme di sintomi è condiviso da un numero elevato di sindromi o di comuni malattie fisiche, prive di qualsiasi implicanza psichica: si è all’interno dunque di un contesto poco attendibile, irrimediabilmente poco scientifico, ove ci si basa soprattutto su un’enfatizzata esperienza (a volte anche “sensata”), che però altro non è se non una sommatoria di risultati parziali, dove, in effetti, ognuno può parlare come vuole di quel che vuole, senza però mai giungere a certe dimostrazioni. In ambito psicologico si è entro la cornice del più radicale comportamentismo, che è quanto più si opponga al principio di falsificabilità.
In un contesto nel quale si ritiene che quanto più una conoscenza sia particolare e si occupi di settori sempre più limitati, entro cui ogni disciplina tende a divenir una feyerabendiana “consolazione per lo specialista”, forte dell’incommensurabilità che si postula sussistere rispetto alle altre, è una vera boccata d’aria trovarsi di fronte ad un lavoro, ma anche ad una teoria, che assume la cooperazione attiva e costruttiva tra differenti operatori come il fulcro attorno al quale si dispiega. Emergono infatti altre importanti tematiche, che rimandano ad un universo in cui coesistono differenti modalità di approccio, tramite le quali acquisire le competenze cognitive, pratiche e personali, necessarie a svolgere un lavoro terapeutico e formativo, teso a fare emergere il concetto di persona, colta nella sua complessità, nei confronti di soggetti che presentano particolari difficoltà di comportamento. Si avrà certo bisogno “di tecniche e strumenti, come di regole e procedure”, ma nella consapevolezza che se ci si chiude in queste, ci si perde, ci si arrende alla distanza dall’altro e si finisce per abbandonarlo al suo destino.
Il ruolo ed il metodo specifico delle scienze della natura, fondato su un approccio classificatorio e categorizzatore, ha sempre presentato parecchi vantaggi, che è inutile negare e tantomeno deprecare. Quando però ci si propone di accostarsi a conoscenze che riguardano il mondo del soggetto, dell’essere vivente, inevitabilmente ciò implica che si attribuisca uno spazio considerevole allo studio dell’altro, alla sua struttura esistenziale quale persona, con cui si ha a che fare.
Le attuali prospettive costruttiviste hanno infatti mostrato che tale posizione non è più appagante per alcuna disciplina, anche quelle più precise. Risulta evidente come quanto detto sia fondamentale per le scienze dell’uomo in generale ed in particolare per conoscenze quali quelle psichiatriche, sul cui statuto di scientificità sussistono parecchi e giustificati dubbi, soprattutto nella misura in cui sovente, queste ultime pretendono di leggere i sintomi e/o i comportamenti delle persone, basandosi su schemi stereotipati o stigmi, senza curarsi o ponendo in secondo piano la struttura della persona, colta nella sua interezza esistenziale. La prospettiva di ricerca di ridurre lo studio della vita mentale (ma qualcuno sa dire che cosa sia la mente?) a scambi di informazioni tra neurotrasmettitori, che trova in Wilhelm Griesinger (1817-1868) il suo primo eminente sponsorizzatore, è del tutto superata e rimanda ad una oramai desueta concezione dell’uomo, dove con termini quali “malattia cerebrale onnicomprensiva” o “squilibri biochimici” si è ottenuto il non molto lusinghiero risultato di prescrivere medicinali, ritenuti utili per un’ampia gamma di sintomatologie, dalla gelosia alla depressione, ma uno certamente più appetibile di aver messo sul mercato un insieme di psicofarmaci per un valore di oltre 75 miliardi. E quel che è ancor peggiore e preoccupante è che simili posizioni non sono solo sostenute da una notevole parte degli psichiatri o neuropsichiatri, oramai un’anomala casta con propri riti ed usanze, ma anche da una schiera di soggetti, speriamo sempre più esigua, che più o meno direttamente fanno parte delle équipes da loro dirette. Si tratta infatti di individui che richiamano gli Hanswurste (giullari) schopenhaueriani, i quali ripetono pedissequamente ed esagerando tutto quel che fa o dice il loro superiore e sono pertanto anch’essi autori di una loroWissenschaftslehre (teoria della conoscenza) o più probabilmente di un Wissenschaftsleere (vuoto della conoscenza).
Nel caso si pretenda una forma di conoscenza dell’uomo, che voglia fregiarsi del titolo di scienza e che riguardi non solo le cellule ma la coscienza, è preferibile rifarsi ad uno studio dell’individuo gettato in un mondo che è già dato, dove instaura con quest’ultimo un rapporto totale e completo e che pertanto è inteso quale mondo fisico, umano e soggettivo, ovvero psicologico, (UmweltMitwelt,Eigenwelt). Ed è in questo mondo totale, nel quale si trova la persona bisognosa, che occorre immergersi vivendolo empaticamente; è nell’autenticità con cui il soggetto si pone nei confronti dell’altro e degli altri, che egli stesso diviene attivo e agisce nel mondo e sul mondo.
In tale maniera si ha a che fare con un’analisi dell’individuo di carattere più antropologico che non psicologico stricto sensu e meno che meno psichiatrico, per il fatto che il rapporto col soggetto è liberato dal determinismo causale, ereditato dalla riduttivista cultura del passato. Analizzare solo il comportamento è insufficiente a coniare definizioni di “malato” così come di “normale”: e si generano in tal modo le discriminazioni, il cui fondamento è volto al mantenimento di una specifica stabilità sociale. Se si parte dal fatto che qualsiasi esperienza e pertanto anche quella psicotica sia dotata di un senso, e che si esplichi partendo da una sua intrinseca fondazione basandosi su un altrettanto intrinseca articolazione di significato, seppure dotato di una sua strutturazione diversa, cade lo spartiacque creato dal riduttivo e ideologico programma organicista, che separava una non ben definita normalità psichica dall’ancor meno chiara anormalità psicotica. Al posto di ritenere valide certe eziologie mai comprovate e codificate, che sovente conducono a somministrazioni arbitrariamente protratte per anni di farmaci di dubbia validità (ad esempio i neurolettici), si concentri l’attenzione sull’esperienza del soggetto, colta nella sua immediatezza e si avrà forse maggior possibilità di evitare l’inevitabile ghettizzazione, che si riserva a coloro che vengono definiti “malati”.
Ora, siccome ciò che è arbitrariamente definito patologico occorre invece intenderlo come un possibile essere nel mondo, diviene conseguentemente sempre meno rilevante la distinzione tra sano e malato, che tende a divenire uno stereotipo. Risulta al contrario importante chiarire il senso di queste nuove modalità di confrontarsi con l’uomo in relazione all’esperienza ed al rapporto con lo stesso e col contesto in cui si attua, intendendo quest’ultimo come intreccio complesso formale ed informale di spazi, tempi, relazioni interpersonali e rappresentazioni di desideri, aspettative e timori. Appare utile assumer tali posizioni soprattutto nel momento in cui ci si accosta all’altro anche da un punto di vista formativo. Non si tratta più pertanto di fornire indicazioni già confezionate o, ancor peggio, pre-confezionate, fondate indubbiamente su ricchi bagagli culturali, ma di costruire rapporti realmente intersoggettivi, tra coloro che chiedono aiuto in un dato tempo e in un particolare contesto e chi si propone di fornirglielo. Ad un tal livello, una volta compreso l’essere nel mondo del soggetto, lo si può elaborare quale progetto di vita dello stesso, progetto che bisogna scoprire, accompagnare, corroborare e costruire secondo una differente serie di modalità, sempre collegate allo spazio ed al tempo, in cui questi si trova nel momento in cui si entra in contatto con lui.
Tutto ciò richiede che si instauri un rapporto empatico, inteso come attitudine a offrire la propria attenzione all’altro, mettendo da parte le preoccupazioni e i pensieri personali, e che per certi aspetti rimanda a quel sentimento, non altrimenti definibile, che si prova di fronte ad un’opera d’arte (Einfühlung di Robert Vischer, 1847-1933) così come alla comunicazione mimica di cui parlò Charles Darwin (1809-1882). E’ grazie ad esso che si realizza la sintesi tra differenti modi di accostarsi alle problematiche dell’interazione sociale, dell’accoglimento dei diversi, dell’integrazione di chi è stato escluso dal contesto, dall’accettazione di differenti modalità di affrontare la vita.

II
Da quando Humberto Maturana e Francisco Varela (1946-2001) hanno parlato di modello “autopoietico”, non si parla più di “rumore” ambientale entro il quale l’organismo fornisce risposte secondo una dinamica di adattamento, ma di “perturbazioni” e conseguenti disequilibrazioni. Si è collocati all’interno di un sistema auto-organizzato che, come disse von Foerster (1911-2002), non solo si nutre di ordine ma ricava anche dal rumore, sinonimo di kaos di non codifica, una forte componente costruttiva. Tutto ciò è fondamentale poiché da queste situazioni casuali ed impreviste il sistema, e dunque l’individuo, ricava gli strumenti, con i quali sarà in grado di adattarsi anche alle situazioni, le più inadeguate. Si ha a che fare con un soggetto che è contemporaneamente un sistema chiuso da un punto di vista operazionale, ma allo stesso tempo è anche aperto, proprio perché l’ambiente a lui esterno, gli consente di costruirsi progressivamente attraverso continui input perturbanti e di stabilire una continua interazione con i contesti di realtà e dunque anche quelli umani nel suo insieme.
Ed è questo il punto su cui conviene agire da parte di chi si fa carico di questo obiettivo, spostando l’attenzione sugli effetti interni, sul modo in cui il sistema “percepisce”, “interpreta” i segnali provenienti dall’ambiente: tutto questo contribuisce a collocare l’individuo in una posizione primaria. In questo senso tra due sistemi (o tra quelli che un osservatore esterno definisce il sistema e il suo ambiente) vi può essere un “accoppiamento strutturale”, un costante reciproco innesco di trasformazioni, e quindi una “co-evoluzione”. Si è in questo caso di fronte ad un duplice processo per il quale:
1 – da un lato si hanno continue risposte di ristrutturazione, le quali evidentemente seguono un percorso interno al sistema, con l’intento di conservarne la propria organizzazione e quindi una specifica identità.
2 – da un altro lato l’ambiente innesca le trasformazioni del sistema, senza tuttavia essere in grado di determinarne la forma.
Questa dipendenza del cambiamento dal rumore, ovvero dalla casualità, ma secondo dinamiche che rispondono alla conservazione dell’identità nel quadro di un modello di auto-organizzazione, permette di sfuggire alla doppia morsa di determinismo e finalismo. Non si dovrà più ricorrere ad un meccanicismo dominato dalla causalità, dalla prevedibilità, che alimenta il delirio di onnipotenza e del “controllo”, o ad un idealismo che fa ricorso ad entità indefinite come la finalità, separando (in quale punto dell’evoluzione?) dal mondo della biologia il dominio dell’umano (non biologico?).
Se il meccanicismo deterministico porta alla deresponsabilizzazione e alla delega del potere, e il finalismo all’ingenuo ottimismo di una volontà individuale o all’affidamento a entità superiori, l’auto-organizzazione corrisponde ad una responsabilità, che sorge là dove l’imprevedibilità determina la necessità di prendere decisioni in situazione di incertezza.
Si è in effetti di fronte a situazioni costituenti un sistema con caratteristiche, che rendono attiva la partecipazione dell’individuo, che si rapporta ad esso. Ciò per il fatto che si ha a che fare con contesti sempre assai reattivi alle minime variazioni contestuali e per le quali un medesimo atto, ripetuto contemporaneamente da più persone oppure da uno stesso individuo in momenti differenti (pure con intervalli temporali assai esigui) ha significati differenti, mai riconducibile a preordinate classificazioni. Ma anche perché è imprevedibile l’andamento di un insieme di atteggiamenti e comportamenti, se pure compaiono frequentemente o addirittura ricorsivamente, in quanto l’evoluzione di ogni individuo, pure ammettendo che possa orientarsi verso qualche direzione e che sussista pertanto quello che i matematici chiamano caos determinato, è sempre non calcolabile. Se questo deve mettere in guardia rispetto a chi si fa depositario di una conoscenza acquisita pure in virtù di molteplici esperienze, allo stesso modo deve spingere a costruire sempre nuovi modi di affrontare i problemi, rispetto ai quali si è posti, alla condizione di prender coscienza che anche un errore minimo e apparentemente insignificante può destrutturate tutto quanto sino a quel momento prodotto.

III
Verum ipsum factum”: la verità è nello stesso fare. Così il filosofo napoletano Giambattista Vico, (1668 – 1744), gettava le basi per quella nuova scienza che poneva l’uomo al centro di un processo che consentiva di rintracciare l’esatta genesi di tutto quanto venisse fatto o prodotto dall’essere umano. Era solo un timido vagito, un abbozzo, un’idea, una base di partenza, ripresa vari secoli più tardi da numerosi “scienziati”che l’hanno sviluppata e resa valida supportandola con dimostrazioni e studi approfonditi.
Nel 1955 George Kelly (U.S.A. 1905 – 1967), il più autorevole fra tutti, ne fu considerato il padre, riprendendo ed estendendo quella filosofia che istituisce ufficialmente la corrente di pensiero che fu poi meglio definita come “costruttivismo”, dalla quale si dipartiranno tutte le varie terminologie ad essa afferenti nelle sue differenziazioni. La realtà viene continuamente costruita e ricostruita dal soggetto conoscente: se ne deduce che la conoscenza non derivi dall’oggetto conosciuto, ma dal soggetto che conosce, che fa esperienza.
Questa visione è antitetica al realismo. Per Kelly l’uomo è uno scienziato, il cui scopo è predire e controllare gli eventi, attribuendo ad essi un significato, ed ogni uomo ha la propria visione della vita, osserva il mondo attraverso schemi (costrutti), che servono per conoscere gli eventi e la realtà.
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Il costrutto è una rappresentazione dell’universo, va testato, verificato, a volte si teme che il risultato collochi il costrutto in una posizione ambigua: per questo a volte occorre rielaborarlo, fatto che implica la possibile ristrutturazione di tutto il sistema.
Ogni interpretazione dell’universo è suscettibile di revisione. Questo è un assunto di base. Ci sono sempre diverse soluzioni alternative per come interpretare il mondo. L’alternativismo costruttivo rientra nella gnoseologia. Dicendo che l’uomo costruisce il mondo siamo razionalisti e affermando che possa farlo in modi diversi ed alternativi ci allontana dai realisti che sostengono invece che l’uomo è vittima delle circostanze che si trova a vivere.
Gli eventi sono ordinati in base a costruzioni elastiche, tali costruzioni ci permettono previsioni che danno senso alla nostra vita, attraverso i costrutti integriamo i nuovi eventi.
L’uomo può diventare schiavo dei propri costrutti, ma può anche rideterminarli, ricostruendo la propria vita e guadagnando la libertà. Libertà è l’indipendenza del costrutto dagli elementi ad esso subordinati.
Una teoria collega una moltitudine di eventi che si vogliono raccogliere in una cornice governata da un unico principio comune, è ciò che serve all’uomo per predire il futuro e governarne le potenzialità. Permette di formulare ipotesi verificabili che possano essere confermate. Ma la validità delle ipotesi non vincola la teoria, dovrà comunque essere tenuta in considerazione per altre alternative.
Ciò che lega un antecedente ad un conseguente viene definito variabile interveniente, ma occorre spiegare anche in cosa consistano l’antecedente e il conseguente, e pertanto se l’ansia è la variabile interveniente che lega lo stress alla disorganizzazione, occorrerà definire anche questi ultimi due termini. Tale compito dicesi operazionalismo. Non bisogna però confondere i livelli e tenere i principi ad un livello superiore rispetto agli eventi,:come i risultati di un test sull’intelligenza sono gli eventi, l’intelligenza rappresenta invece il principio e va posta sul livello superiore. Una teoria dovrebbe poter essere modificabile. Nonostante il numero di esperimenti anche le ipotesi più accurate non sono mai definitivamente verificabili. Le ipotesi possono derivare:

  1. Da una teoria specifica (metodo ipotetico-deduttivo): si tratta di una teoria considerata non modificabile e indica la soglia entro cui applicare il metodo deduttivo
  2. Da un’osservazione empirica (metodo ipotetico-induttivo o metodo clinico): sostiene la priorità dei fatti che però sono visti solo da chi osserva (costruzioni personali)
  3. Da una procedura statistica (setaccio statistico): afferma anch’essa la priorità dei fatti, si basa sulla logica e i fatti sono stati osservati in precedenza.

Gli elementi dell’ambiente personale con proprietà energetiche sono definiti “stimoli”(teorie push), mentre le proprietà energetiche appartenenti alle persone sono definite “bisogni”(teorie pull): si sconfina così nell’animismo, perché il lavoro fatto deriva o dagli stimoli o dai bisogni e non dalla persona.
Gli psicologi push individuano negli stimoli lo sprone a muoversi da parte dell’uomo, quelli pulladducono al bisogno la stessa intenzionalità.
Si entra nell’ambito di un metodo fenomenologico a sfondo metodologico. L’assunto di base su cui poggiano tutti gli altri è detto postulato, gli assunti sono collegati attraverso l’impiego di corollari.
Nell’ambito del determinismo, possiamo affermare così che il behaviorismo (comportamentismo) è caratterizzato da determinismo di tipo ambientale, la psicoanalisi è caratterizzata invece da determinismo di tipo storico-evolutiva, la psicologia dei costrutti personali di Kelly non antepone alcun sistema di conoscenza pre-data, di valori pre-costituiti, ma assume il sistema di valori dell’individuo. Importanti sono le regole del linguaggio che costruiscono la percezione. Secondo il costruttivismo attribuiamo all’altro il risultato di una narrazione che, attraverso il linguaggio, assume significati precostituiti.

Parecchie discipline si sono fronteggiate ed alternate nel corso degli anni, da un medioevale centrismo in cui l’uomo, mitico fulcro di un universo, riteneva di essere l’organo propulsore da cui tutto si diparte, si è poi indirizzato verso più universi, ponendo in dubbio e difficoltà la stessa posizione umana sconfitta dalla rivoluzione scientifica, ed ha faticato a riacquistare quella sicurezza che per tanto tempo lo aveva accompagnato, permettendogli di produrre notevoli capolavori ed opere d’arte. Questa prima ferita narcisistica, qualche secolo più tardi era corroborata e rafforzata da una seconda vittoria di una rivoluzione, questa volta in campo evoluzionistico, che lo poneva al pari del suo simile animale, così poco considerato fino ad allora, per concludersi infine con la scoperta di non essere padrone neppure della propria intimità, dovendo continuamente lottare con un inconscio, che spadroneggia a nostra insaputa. Tutte queste cadute si sono pesantemente ripercosse sull’identità umana, ponendola varie volte in discussione, modificandola, rendendola fragile ed attaccabile. Questo mondo sconosciuto che viene divorato dalla curiosità, ambito, agognato e che ci pone in conflitto con noi stessi, facendoci sprofondare nei legittimi dubbi conseguenti non ha contribuito ad ergerci su montagne di sapere che costituissero roccia: essa si è rilevata friabile e come la natura umana suscettibile di frane.

IV
-1- In primo luogo l’epistemologia costruttivista può essere interpretata quale punto di avvio per spalancare nuovi orizzonti, fondati su molteplici schemi di ricerca dei risultati ottenuti, favorendo differenti ermeneutiche, in grado di delimitare specifici e nuovi orizzonti di indagine. Questo per il fatto che la conoscenza è ora intesa come un prodotto dell’esperienza, ricavata da ogni individuo attraverso le azioni da lui realizzate nell’ambiente e nel contesto in cui agisce. Già nel 1937 Jean Piaget aveva sostenuto nel libro La costruzione del reale nel bambino, che l’attività cognitiva è dotata dello scopo e del fine di costruire strutture intellettive, o concettuali, che attraverso la propria formazione rendano possibile la costruzione del mondo. Gli oggetti del mondo sono allora costruiti grazie all’attività del soggetto, dato che il sistema nervoso e quello senso-motorio sono strettamente interdipendenti. E proprio questo il punto, a partire dal quale, nel decennio 1980-1990, H. Maturana e F. Varela hanno introdotto il concetto di autopoiesi, che come prima detto rimanda all’idea di un sistema vivente autonomo, di cui si ricerca maggiormente la distinzione più che non le corrispondenze nei confronti del sistema della natura, oggetto di giudizi assai differenti e che oggi è interpretabile come conoscenza della conoscenza e che è stato fatto proprio da studiosi del calibro di Heinz von Foerster ed Ernst von Glaserfield.
-2- Assunto fondamentale è quello per cui la conoscenza umana, l’adattamento del soggetto all’ambiente e l’esperienza, che lo rende possibile, rimandano ad attività, che comportano una diretta partecipazione dell’individuo. La componente più rilevante del costruttivismo risiede nel fatto che il modo con il quale si stabilisce un rapporto con l’ambiente non deve più considerarsi  come passivo o distante, bensì attivo. Ciò dipende dal fatto che, salvo illustri e famosi, ma pur sempre isolati tentativi, la maggior parte della produzione filosofica occidentale ha sempre stimato che la conoscenza produca strutture, considerate rappresentazioni di un mondo esterno, ovvero denotato da una sua propria ontologia. Ora invece il concetto di rappresentazione, assume  importanza primaria e tende per un lato a sorpassare lo iato soggettività/oggettività, ma secondo una modalità tale per cui nella maggior parte dei casi, viene subordinato al presupposto che la conoscenza umana debba pur sempre perseguire una rappresentazione vera, e dunque oggettiva, di un mondo già esistente in sé. Da questo punto di vista si è sempre di fronte ad una situazione, in cui si cerca di correlare soggetto e oggetto, nel tentativo di superare le posizioni estreme, ovvero quelle idealistiche (il soggetto creatore dell’universo) e quelle che Marx definì assai correttamente rozzo materialismo. Ora la filosofia soprattutto nella veste della fenomenologia husserliana, attraverso la sottile distinzione tra percezione ed intuizione (vale a dire il tentativo di indagare a proposito dell’umana esperienza, ma in modo specifico di poterla ricondurre a sé, in funzione della costruzione della propria identità personale, grazie a cui il soggetto può andare al di là della connotazione personale dell’oggetto ed essere pertanto in grado di coglierne l’essenza), si è prodigata nel tentativo di collocare in un contesto trascendentale, che in questa sede riteniamo analogo a quello di rappresentazione intersoggettiva, il rapporto antitetico tra soggetto ed oggetto. L’approccio costruttivista ha operativamente aggiunto che il processo delle personali trasformazioni dell’individuo possiede anche la caratteristica di agire sulla realtà, stabilirne dei cambiamenti ed attribuirne un senso. Von Glaserfeld afferma che nel momento in cui si ritiene che sono le attività sia fisiche che concettuali a generare e definire le conoscenze, ovvero che queste non devono essere assunte come innate, si colloca il costruttivismo in ambito psicologico.
-3- Su queste basi si ribadisce che quanto è prodotto dal soggetto non rimanda alla rappresentazione di un mondo esterno, inteso quasi come un ostacolo od un corpo estraneo, mentre sarà invece frutto dell’esperienza, che il soggetto attualizzerà in ogni particolare momento della sua vita. A prescindere dalla loro formazione e dalla disciplina ad essi pertinente, si nota che la maggior parte degli scritti di studiosi, che si richiamano alle tematiche costruttiviste, rimanda, quasi come luogo comune, al sottolineare spesso con enfasi, che è arduo, se non addirittura impossibile, trattare di una realtà oggettiva in sé, in modo indipendente da coloro che ne sono parte integrante. Tale difficoltà dipende dal fatto che è quasi impossibile accettare da parte nostra e soprattutto dagli psicologi ed ancor meno dagli psichiatri  la caratteristica di non posseder una conoscenza certa: ciò deriva dal fatto che il mondo che in cui noi viviamo è fondato su una sicurezza percettiva, che non ammette dubbi. Chi ha mai pensato che quell’oggetto, quella persona, quella cosa, possa essere differente da come egli l’ha percepita? Certamente ammettere questo punto può scalfire alla base la presunta onnipotenza cognitiva, che poi in realtà è la più manifesta dimostrazione di impotenza, comune a gran parte di coloro che sono, o pensano di essere, dotti. E in effetti la storia della conoscenza mostra, se solo la si esamina in modo non superficiale, che tali interrogativi sono stati posti non già nell’ambito delle discipline umanistiche o psicologiche, ma all’interno di quelle scientificamente più rigorose ed in primo luogo dunque la matematica e la logica ad essa collegata e che possono essere sintetizzati col postulato di R. Apery, per cui non vi è matematica senza matematici. E allora volendo generalizzare il tutto si ha che “tutto ciò che è detto è detto da qualcuno“.
-4- E’ a tal punto inevitabile chiedersi di quale realtà occorre parlare e su quale occorre porre attenzione? Di certo non si intende qualcosa di dato e di oggettivo, né tantomeno un’ emanazione del soggetto, bensì una co-costruzione realizzata attraverso una reciproca interazione di rappresentazioni. Ed è in questo contesto che il soggetto si costruisce imparando a costruire la realtà, stabilendo un codice della stessa sulla base della funzionalità che questa deve assumere nei rapporti del suo agire. Le nostre attività interne a qualsiasi livello, dunque già quello fisiologico, non codificano la natura fisica degli agenti che hanno procurato una data risposta, non “fotografano” una realtà esterna, ma elaborano unicamente quanto ha avuto luogo in uno spazio ben delimitato del corpo, non che cosa. In altri termini è l’agire, è l’organizzazione delle nostre azioni, quello che è la realtà.
Ciò costituisce un’ulteriore conferma della necessità di relativizzare le conoscenze che devono essere sempre collegate alle esperienze dell’individuo, ovvero in senso più generale e filosoficamente pregnante, alla storia degli individui. I risultati cui si giungerà dovranno pertanto essere sempre considerati in senso ristretto o più precisamente incompleto, soggetto a continue trasformazioni e mutamenti, collocandosi pertanto in pieno diritto nell’attuale panorama post-moderno, che rifugge da ogni visione esaustiva e totale della realtà. Se allora tutte le produzioni del soggetto, a partire da quelle fornite dall’attività percettiva, sono parziali, in quanto dovute ad una selezione tra tante altre possibili interpretazioni, occorre rivolgere l’attenzione a quel sistema complesso costituito dalle personali creazioni linguistiche, immaginative, storiche e narrative da noi stessi realizzate. Ecco perché è possibile intendere la provocazione di Heinz von Foerster per cui il mondo come viene percepito dai soggetti è un invenzione e che pertanto la verità è l’invenzione di un bugiardo. Ma è proprio da questo che si possono avere nuove modalità per favorire nuove e costruttive interrelazioni sociali.
-5- Non è allora ammissibile prescindere dalla complessità del vissuto del singolo individuo, ma occorre invece considerare tutti gli attributi che lo costituiscono, perché solo assumendoli nella loro globalità, ma anche definendoli in specifici, seppur sempre differenti, contesti spazio-temporali, è possibile cogliere il processo costruttore delle sue strutture psichiche. Per lo stesso motivo viene bandita ogni forma di riduzionismo sia biologico, che in ultimo riduce l’individuo ad una serie di processi neurochimici, sia spiritualistico, che lo intende come già in qualche modo pre-ordinato. Il principio epistemologico alla base di queste affermazioni ritiene l’uomo un soggetto conoscente od epistemico, che elabora in continuazione schemi interpretativi della realtà, in cui è inserito e di cui fa esperienza, muovendosi ed agendo all’interno della stessa, essendo attore di se stesso, combinando e scombinando, strutturando e destrutturando, unendo e dividendo, le componenti della propria vita. L’uomo non è più unicamente simile ad un meccanismo organizzato mediante algoritmi e neppure un insieme di performances quantificabili, dunque misurabile e programmabili, né un limitato numero di forme pregnanti cui risalire, ma è un individuo, che proprio per tale motivo è sinonimo della complessità e coautore responsabile del mondo che deve costruire. Se quest’ultima affermazione è usufruibile per descrivere un soggetto epistemico, a livello psicologico lo si deve intendere come partecipe in prima persona a tutte quelle attività, che la classica metodologia della ricerca psicologica tendeva a rendere diafana rispetto all’attivo contributo che il soggetto ogni volta forniva.
-6- Si ha pertanto a che fare con un soggetto, che partecipa attivamente alla costruzione della propria conoscenza, inteso come un sistema in grado di autorganizzarsi e corroborare costantemente la propria integrità (autopoiesi). Questo è in ultimo il motivo per il quale risulta arduo, e per i costruttivisti impossibile, osservare una realtà esterna, prescindendo dalle caratteristiche di colui che osserva. Quando von Foerster afferma che l’osservatore è parte di ciò che osserva e che a tale proposito occorreva passare, da una cibernetica del prim’ordine ad una del secondo ordine, fornisce una giustificazione al rifiuto di una verità assoluta raggiungibile razionalmente ed al bisogno di passare allo studio di come si creano realtà soggettive e mondi possibili: filosoficamente parlando si prescinde dalla verità di una teoria ma se ne ricerca la sua praxis. In questo contesto inseriamo tutta una serie di lavori che, a partire dai contributi di Piaget e Vygotskij, e poi estendendosi a quelli di von Glaserfeld, Gorge Kelly, von Foerster, Niklas Luhmann (1927-1988), Watzlawich, Maturana, Varela, Jean-Blaise Grize, hanno fatto ricorso a questa metodologia per affrontare i più disparati settori della conoscenza. L’epistemologia costruttivista fa sì che i lavori che si richiamino ai suoi principi, ovvero alla complessità dei legami che intercorrono tra differenti sistemi cognitivi e le operazioni mentali che li producono,  consentano di affrontare il problema della conoscenza della conoscenza e dunque dell’apprendimento della stessa.

Appendice
Probabilmente questa risposta data da Eugenio Borgna in un’intervista rilasciata nel 2001 alla rivistaAssunzione Sociale del gruppo Abele riassume meglio di ogni altra cosa quanto abbiamo cercato sinora di argomentare
Domanda. Vorrei chiudere leggendole un brano di Alda Merini, poetessa che ha fatto l’esperienza del manicomio. Me lo sono copiato, sapevo che sarebbe venuto buono a conclusione di quest’incontro. Dice: «Una volta un’ammalata mi appioppò un sonoro ceffone. Il mio primo istinto fu quello di renderglielo, ma poi presi quella vecchia mano e la baciai. La vecchia si mise a piangere: “Tu sei mia figlia” mi disse e allora capii che cosa aveva significato quel gesto di violenza. Di fatto non esiste pazzia senza giustificazione e un gesto, che dalla gente comune e sobria viene considerato pazzo, coinvolge il mistero di una inaudita sofferenza che non è stata colta dagli uomini».
Risposta. Bellissimo. Bisognerebbe che lo leggessero anche quelle schiere impazzite di psichiatri farmacisti, tutti coloro che trionfalizzano il paradigma esclusivamente biologico, dove tutto è destino che nasce all’interno di circuiti nervosi impazziti. Tesi questa apparentemente scientifica, in realtà impregnata di una ideologia materialistica e positivistica per cui ogni esperienza umana che si allontani o comunque sia diversa da quella che viene prospettata come unica ragione normativa di realizzazione, nasce da una alterazione organica del cervello. Già Griesinger, nell’Ottocento, parlava di encefaloiatria, di una psichiatria dove sono in gioco soltanto delle trasmissioni neuronali difettose che bisogna restaurare, riportare alle condizioni iniziali, così scomparirà la depressione, scomparirà l’ansia, ma soprattutto scompariranno i sintomi della follia che nessuno tollera se non faticosamente e drammaticamente.
Ma la psichiatria non è questo. La psichiatria è una disciplina insieme rigorosa e umana. Ha bisogno della riflessione psicologica, del confronto con la filosofia, della voce dei poeti.

Ecco perché gli autori di questo lavoro vogliono concludere affermando che l’incantevole debolezza umana considerata, a volte pessimismo cosmico, ma in realtà vitale linfa che tanto può animare, deve essere lasciata libera di agire, se non compresa. Non si possono frenare gli uragani, legare il vento, bloccare un’eruzione, si può cercare di capire e costruire da quella che sembra un’apparente distruzione.

Bibliografia

Borgna E, Intervista curata da Roberto Carmalinghi, pubblicata su Animazione Sociale Gruppo Abele, 12/2001, Torino
1 – Gattico Emilio, Jean Piaget, Milano, B. Mondatori, 2001.
2 – Gattico Emilio, Gian Piero Storari, Costruttivismo e scienze della formazione, Milano, Unicopli, 2005.
3 – Glasersfeld E. (von), “Introduzione al costruttivismo radicale”, in P. Watzlalawich, 1981, 17-36.
4- Kelly George, The Psychology of personal constructs, Norton Ed., New York, 1955, trad. it., La psicologia dei costrutti personali, R. Cortina, Milano, 2004
5 – P. Watzlawich, 1981, P., (a cura di), Die Erfundene Wirklichkeit, R. Piper & Co. Verlag, München, 1981; trad. it, La realtà inventata. Contributi al costruttivismo, Milano,  Feltrinelli, 1988.
6 – H. Von Foerster, “On self organizing systems and their environments”Self Organizing System,a cura di Yovitz & Cameron, Pergamon, 1960, p. 39.

 

Gattico Emilio docente di Psicologia dello Sviluppo e Psicologia Genetica, Università degli Studi di Bergamo.

Bonanni Silvana, studentessa presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Bergamo collabora con la Cattedra di Psicologia dello Sviluppo.

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