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Ipnosi e strategia: un’altra maniera di navigare nelle acque insidiose del mutamento interno

di G. Paolo Quattrini

Pubblicato sul numero 13 di Formazione IN Psicoterapia, Counselling, Fenomenologia.

 

La trance:

D. – Che cos’è l’ipnosi?

R. – L’ipnosi è una tecnica per indurre un determinato stato psichico che si chiama trance, e che consiste in una situazione di particolare concentrazione.

D. – Fammi un esempio pratico.

R. – Quando per esempio a teatro o al cinema sei assorbita dallo spettacolo, puoi arrivare a scordarti che sei seduta in una platea, che ci sono altri spettatori e che quello è solo uno spettacolo e può darsi che finisci per avere l’impressione di stare dentro alla situazione rappresentata, il che significa che la tua attenzione è tutta concentrata lì e tendi a perdere di vista lo sfondo, cioè il contesto: quando lo sfondo non c’è più, vuol dire che è cominciata latrance.

D. – Come si fa a ipnotizzare una persona?

R. – Dipende da chi è la persona. In qualcuno si può indurre la trance al limite anche solo leggendo un foglio di istruzioni. La capacità sta piuttosto in chi entra in questo stato che in chi lo induce: non tutti infatti hanno una uguale capacità di concentrasi, e chi ipnotizza è appunto qualcuno che aiuta la persona a farlo.

D. – Ma in pratica cosa bisogna fare?

R. – Per cominciare può essere utile chiedergli come sta, a cosa presta attenzione, su che immagini interne è concentrato, cioè insomma cosa sta vivendo: è importante sapere con cosa è occupata la sua mente se si vuole aiutarlo a concentrarsi, e non bisogna trascurare di prendere in considerazione le sue reazioni alla situazione, perché può darsi per esempio che abbia paura della trance, soprattutto se è la prima volta che la sperimenta. Bisogna sapere cosa gli sta succedendo, se ha bisogno di rassicurazioni oppure di informazioni per orientarsi, e bisogna fra l’altro spiegargli che può uscire dalla trance quando vuole. Se ha paura o ha sensazioni sgradevoli è importante che ne parli: parlandone le paure fantasmatiche calano di intensità, e questo rende meno difficile l’andare avanti. Chi induce la trance deve sempre parlare e comportarsi in modo da non far nascere opposizioni. A un certo momento può chiedere di fissare l’attenzione su qualcosa e di lasciarla lì, mettendosi poi a parlare in modo da seguire il ritmo del respiro: parlare seguendo il ritmo del respiro dell’altro aiuta a non disturbare il flusso della sua vita interiore, e quindi a non obbligarlo a difendersi da una intrusione.

D. – Come si fa a seguire il ritmo del respiro?

R. – Si parla durante le inspirazioni e le espirazioni, fermandosi nelle pause: in questa maniera chi ascolta entra piano piano in uno stato preipnotico, dove la consapevolezza fisica si riduce, come quando uno spettacolo è così attraente che quasi ci si dimentica di avere un corpo e si può anche stare scomodissimi senza farci caso, mentre l’attenzione è sveglia e tutta fissata sulla scena. A questo punto si può proseguire con la tecnica della dissociazione, che consiste nel parlare contemporaneamente su due livelli differenti, cioè alternando per esempio un discorso razionale a uno irrazionale. La trance può essere indotta anche da due persone che parlano contemporaneamente, una in un orecchio e l’altra nell’altro.

D. – E come mai?

R. – Ci sono varie teorie riguardo alle ragioni di questo fenomeno, e una è questa: la nostra mente è sempre occupata a tessere una rete di relazioni prospettiche fra la cosa di cui si occupa, oggetto persona o situazione che sia, cioè il primo piano, e lo sfondo, cioè tutto ciò a cui momentaneamente prestiamo attenzione solo con la coda dell’occhio[1]. Quando due oggetti d’attenzione rifiutano di farsi mettere in questo rapporto gerarchico e insistono ostinatamente per escludersi a vicenda dal primo piano, dopo un po’ la mente si arrende, rinuncia a occuparsi di tutti e due gli oggetti e rimane focalizzata a vuoto e senza sfondo, con una disponibilità  per qualunque cosa chiunque metta nel suo campo visivo, in un certo modo deprivata da possibilità autonome di scelta da uno sfondo altrettanto vuoto che il primo piano: infatti dato che l’attività selettiva della mente è ancorata al contesto, senza contesto non si sa più cosa scegliere di notare e si è costretti a notare tutto. Questa tecnica annullando il contesto rinforza la focalizzazione dell’attenzione: il risultato è che la persona è totalmente concentrata e senza pregiudizi.

D. – Come si fa a parlare su due livelli contemporaneamente?

R. – Seguendo contemporaneamente due linee di pensiero che non si amalgamano fra loro, in modo che la persona non possa connettere insieme i due discorsi. Per esempio spiegando da una parte un teorema e dall’altra parlando di critica d’arte, o recitando una poesia e raccontando una storia, o parlando della fame nel mondo e del rubinetto in cucina che perde, o qualunque altra dissonanza ti venga in mente.

D. – Da cosa dipende la maggiore o minore capacità di entrare in trance ?

R. – Su questa capacità influiscono molte cose, ma soprattutto la diffidenza: chi è molto diffidente non lascia mai la presa sul contesto. Una persona impaurita, sospettosa, qualcuno che si sente circondato, non perde mai di vista il contesto, e anzi, dal momento che per lui il bisogno di difesa è sempre un fatto prioritario, è ben difficile che riesca a concentrarsi contemporaneamente su due cose di uguale importanza, visto che il bisogno di proteggersi tenderà sempre a prevalere e a rimettere le cose in prospettiva. D’altra parte senza la perdita del contesto non esiste lo stato ditrance si capisce quindi che è particolarmente difficile indurre la trance nelle persone con tendenze paranoidi.

D. – Di che c’è bisogno per riuscirci?

R. – Bisogna essere abili strateghi: bisogna riuscire a far trovare al paziente una posizione di sicurezza, in modo che non abbia bisogno di una continua vigilanza. Per questo è importante proporgli cose che non urtino contro i suoi meccanismi di difesa. Per esempio, se il paziente è una persona che di solito tiene d’occhio ogni particolare, sarà estremamente poco indicato chiedergli di concentrare l’attenzione su una cosa sola, perché potrebbe viverlo come un pericoloso allentamento di vigilanza. Sarà invece più indicato invitarlo a concentrarsi su tutti i particolari possibili, a vedere tutto, a tenere presente tutto, a stare attento a ogni cosa, a percepire tutto quello che succede intorno a lui. In questo modo probabilmente non si sentirà minacciato dalla richiesta, dato che è quello che farebbe comunque, e così se si è abbastanza abili si riesce a ottenere la concentrazione necessaria e a indurre la trance anche in persone sospettose.

D. – Cosa si prova durante la trance ?

R. – Durante la trance si prova quello che la situazione su cui si è concentrati fa provare, esattamente come quando vedi un pezzo di teatro coinvolgente provi le emozioni che la situazione rappresentata induce. Fissando un muro, la persona in trance  non proverà niente, fissando una scena di calma, di pace, un luminoso pomeriggio di primavera in campagna, proverà pace, serenità, calma, e se invece si concentra su un incubo, su qualcosa di particolarmente orrendo, proverà probabilmente spavento, angoscia, terrore.

D. – E dopo si ricorda quello che ha provato?

R. – Quando esci dal cinema ti ricordi quello che hai visto? Nella trance è lo stesso, salvo il caso di uno specifico comando a dimenticare.

D. – Mi sembra di capire che nello stato di trance, a causa del profondo grado di concentrazione si può avere una percezione differente delle cose. E’ così?

R. – In un certo senso è così. Nello stato di veglia tutto è messo continuamente in relazione con noi stessi: per esempio se guardi una sedia inevitabilmente ti viene da pensare come ci starebbe in casa tua. In stato di trance non ti verrebbe mai da pensarlo, perché avendo perso il contesto, non ti ricordi nemmeno di averla una casa, e sei completamente occupata con la sedia: allora probabilmente se ti piace ti piace proprio, mentre se invece non ti piace la trovi proprio brutta, perché sei tutta assorbita nell’esperienza e non in operazioni razionali che distanziandola la fanno sbiadire.

D. – Come si fa a far uscire una persona dalla trance?

R. – Gli si chiede si svegliarsi, cioè gli si ricorda lo sfondo. Svegliarsi vuol dire accorgersi che c’è:

1) – una situazione, cioè lo stato di trance, che non è l’unica situazione possibile;

2) – una persona che l’ha indotto;

3) – una ragione perché è stato indotto;

cioè insomma il contesto di quel momento.

D. – Per usare l’ipnosi ci vuole uno specialista?

R. – Dipende dal genere di uso. A indurre una trance per esperimento ci riesce chiunque, ma ovviamente una terapia richiede operazioni complesse e le chances di operare cambiamenti apprezzabili si fondano sulla possibilità di saperle condurre in porto.

D. – Quindi non è possibile farlo senza una preparazione adeguata?

R. – Perlomeno poco probabile, oltre che poco auspicabile. Per condurre qualsiasi psicoterapia, oltre che di un equilibrio psichico consolidato c’è bisogno di molte conoscenze teoriche e di un complesso addestramento pratico.

D. – Come si fa a fare terapia con l’ipnosi?

R. – In diversi modi: per esempio si possono trattare i sintomi con le cosiddette suggestioni postipnotiche, un curioso fenomeno per cui suggerendo durante la trance alla persona di fare certe cose dopo che si è svegliata, se la persona non ha forti motivi di  opposizione inevitabilmente le fa, perché si trova con una decisione che sembra aver attraversato tutti i necessari vagli interni[2] anche se invece è stata messa lì da fuori. Per esempio in una persona molto agitata si può indurre la suggestione postipnotica di reagire con calma alle situazioni: quando si sveglia dallatrance per un certo tempo lo fa, ma naturalmente in linea di massima dopo un po’ ritorna di nuovo agitata come prima, per cui il valore di questo sistema di terapia è limitato.

D. – Che altri modi ci sono?

R. – La trance permette alcune particolari capacità:

1) – si può produrre allucinazioni, cioè vedere o sentire delle cose che non ci sono, e viceversa non vedere e non sentire cose che ci sono;

2) – si può distorcere il senso del tempo, allungandolo o accorciandolo;

3) – si possono separare delle parti della persona da altre, per esempio il pensiero dalle sensazioni, oppure la percezione di una parte dalla percezione del resto del corpo;

4) – si può ricordare cose dimenticate e dimenticarne delle altre; queste sono tutte capacità che possono essere sfruttate per la terapia. Per esempio Freud all’inizio utilizzava la capacità di ricordare per riportare alla mente dei suoi pazienti gli avvenimenti più remoti; usando invece la capacità di dimenticare si può indurre una persona a lasciarsi alle spalle le cose sgradevoli. Nella ipnoterapia ericksoniana per esempio si utilizza anche la possibilità che la concentrazione offre di sperimentare vividamente una storia per far fare al paziente delle esperienze che normalmente evita accuratamente, ma di cui invece ha estremo bisogno.

 

 

Erickson 

D. – Cos’è l’ipnoterapia ericksoniana?

R. – E’ un sistema di terapia inventato da Milton Erickson, uno psichiatra americano nato in una fattoria del Wisconsin e cresciuto nella cultura di quest’area rurale americana. Quella che Erickson ha elaborato è forse la psicoterapia che deve meno, relativamente parlando, al pensiero europeo.

D. – In che senso?

R. – Erickson sviluppò le sue tecniche in buona parte proprio a partire dall’esperienza personale, che fu molto dura. Da piccolo infatti (e una seconda volta da grande) ebbe una poliomielite gravissima, e per un lungo periodo rimase a letto quasi completamente paralizzato, capace di muovere soltanto gli occhi: fu proprio lì che sviluppò le sue capacità di osservare il mondo in modo straordinariamente acuto.

D. – Poi è guarito?

R. – Come si guarisce in genere dalla poliomielite, cioè restando con gli arti lesionati. Erickson però era un individuo così straordinario, che in questi anni passati a letto invece di deprimersi reagì con tanta tenacia da riuscire a riacquistare buona parte delle capacità motorie[3]. Qualche anno dopo ancora mezzo paralizzato risalì il Mississipi in canoa da solo.

D. – E come ha fatto se era ancora mezzo paralizzato?

R. – Nei suoi scritti racconta per esempio che quando arrivava a una cascata si trascinava con la canoa fuori dall’acqua, si sedeva su un sasso e aspettava che passasse qualcuno: poi lo convinceva in un modo o in un altro a aiutarlo a risalirla. Era evidentemente una persona con una forza d’animo incredibile, ed è stato uno dei maghi della psicoterapia.

D. – E non è mai tornato fisicamente normale?

R. – Abbastanza da vivere, lavorare un numero incredibile di ore al giorno e tirare su una famiglia con tanti figli, che ha anche educato molto bene perché era fra l’altro un educatore eccellente e originale.

D. – Cioè?

R. – Nel libro “La mia voce ti accompagnerà” racconta per esempio la storia di un suo scontro con una delle figlie da piccola, e il modo in cui fa fronte all’irrispettosità e alla prepotenza della bambina: la prende per un piede e quando lei divincolandosi si libera gli prende l’altro, e va avanti così con la bambina che strilla e si divincola e fa il diavolo a  quattro  senza fare  altro che  tenerla  restando tranquillissimo, fino a che lei si arrende e ammette che il padre è più forte e ubbidisce, riconoscendo così che i genitori hanno di fatto un potere su di lei.

D. – Qual è la cosa importante in questa storia?

R. – Il fatto che in questo modo la bambina supera la crisi di prepotenza senza venire picchiata e neanche minacciata, cioè senza essere stata offesa né spaventata: semplicemente le è stato dimostrato in modo assolutamente inequivocabile che i genitori sono più forti di lei e hanno la possibilità di obbligarla alla loro volontà, cosa che mette in risalto l’apprezzabilità di relazioni pacifiche[4].

D. – Cioè lei si è resa conto che sono più forti senza essere stata umiliata: un’ammissione della  loro superiorità che  però non  è distruttiva per la sua dignità.

R. – Appunto, un modo che non comporta né offesa né paura, cose che fanno malissimo ai bambini. Questo tipo di interazione è un esempio di approccio strategico. Erickson non se lo è inventato tutto da solo, ma ha sviluppato al massimo quella che era già una modalità di comportamento in uso nella sua famiglia, cioè un modo serio, intelligente, benevolo e straordinariamente furbo di affrontare i problemi. In un certo senso si può dire che Erickson abbia trasportato nella psicoterapia la saggezza della cultura contadina da cui proveniva.

D. – Come funziona l’ipnoterapia ericksoniana?

R. – Erickson riusciva a sfruttare al massimo tutte le possibilità che l’ipnosi gli metteva a disposizione, e sarebbe arduo esemplificarle in modo esauriente. Fra le varie modalità di intervento però ce n’è una particolarmente interessante e più facilmente descrivibile. Te la riassumo in breve. Immagina che il paziente sia già in trance. Dal colloquio iniziale l’analista ha inquadrato il problema su cui lavorare trasferendo la definizione data dal paziente in questo schema descrittivo:

1) quale emozione non riesce a sopportare?

2) quale comportamento non riesce a tenere?

3) quale atteggiamento verso la realtà sta evitando? 

Se a questo punto racconta al paziente in trance delle storie dove avviene senza catastrofi quello che di solito lui evita accuratamente, dato il livello di concentrazione in cui il paziente si trova è probabile che viva la storia con un intensità simile a un vero e proprio avvenimento, e che possa perdere almeno in parte i pregiudizi negativi riguardo a quel genere di esperienza, aprendosi la strada a nuove possibilità di decisione.

D. – Come si fa a sapere quali emozioni non sopporta il paziente e quali comportamenti evita? Si domanda a lui?

R. – Anche, ma non è detto che il paziente lo sappia.

D. – Appunto, e allora?

R. – L’analista lo deve capire da quello che gli viene raccontato e dalle indagini che fa. Per esempio, se il paziente dice che non riesce a studiare, l’analista può chiedergli i dettagli della faccenda, e probabilmente finisce per scoprire che in realtà ha paura dei professori agli esami. Questo significa che evita gli esami per sfuggire alla paura. In questo caso l’emozione non tollerata è la paura, e il comportamento che il paziente non riesce a tenere è l’accettazione dell’autorità: l’atteggiamento evitato è probabilmente l’affidarsi a figure genitoriali.

D. – Sì, però immagino che ci siano molti motivi per cui una persona può avere paura di un’autorità. Come si fa a capire qual’è quello che si sta cercando?

R. – Se c’è bisogno di sapere di più si può continuare a fare domande finché il quadro non appare abbastanza chiaro. D’altra parte da un punto di vista pratico il problema è il fatto che la persona non sopporta la paura, non il perché non la sopporta. Lo scopo dell’ipnoterapia ericksoniana in effetti non è un aumento generale della consapevolezza, ma una reimpostazione dell’atteggiamento del paziente: con una persona che non sopporta la paura si cerca quindi di elevare la sua soglia di tolleranza. A questo scopo gli si può raccontare per esempio una storia di qualcuno che cede sempre alla paura e proprio per questa ragione gli succedono guai e disastri di tutti i tipi, e intrecciata con questa una storia dove c’è qualcun altro che ha una paura terribile e deve fare qualcosa che lo spaventa tanto, e poi va a farla, con tutta la paura, ha una paura terribile, è là . . .  sta aspettando . . .  nella stanza d’aspetto del dentista con una paura terribile, e poi lì c’è una ragazza così carina, così bella, che a lui piace tanto, e sta a guardarla, lui ha paura, una paura terribile del dentista, perché non sopporta il dolore, ed è così carina la ragazza, ha un vestito azzurro, favoloso, sembra una fata, una fatina di quelle che si vedono a volte a primavera sui fiori che ci sono in certi prati . . .  dove scorre l’acqua, scorre sui sassi, scorre fresca sui sassi . . . è caldo e ci sono i fiori e c’è l’erba, verde, ma di un verde incredibile, proprio verde smeraldo, e nell’acqua ci sono i pesci che nuotano . . . i pesci d’argento . . . e poi lo chiama il dentista e lui va . . . e il torrente è così bello ma così bello . . .

D. – Qual è la funzione di una storia così?

R. – Praticamente con la storia si aggancia uno stato d’animo, in questo caso la paura, e piano piano si stempera fra altre sensazioni finché si dissolve, facendogli sperimentare che non è una presenza ineluttabile.  Se si chiede alla persona di non ricordare l’esperienza, quando esce dalla trance è come se avesse dimenticato un sogno. Probabilmente hai notato che i sogni lasciano strascichi, e che se fai un bel sogno può darsi che rimani allegra tutta la giornata anche se non te lo ricordi bene. Allo stesso modo si possono indurre fantasie che lasciano uno stato d’animo incline a scelte di apertura verso le cose piacevoli, invece che di attaccamento a quelle spiacevoli.

D. – Quindi in questo caso quando avrà paura saprà che non deve per forza esserne travolto.

R. – Ecco, non si tratta di un sapere consapevole. Si può dire che probabilmente non reagirà per forza infognandosi di nuovo nella paura, perché ora ha qualcosa come un precedente storico per un altro tipo di reazione, cioè lasciare svanire la paura.

D. – Ora ho capito un po’ di più. Quindi la capacità dell’analista sta nel capire qual è l’emozione che il paziente non sopporta e qual è il comportamento che non riesce a tenere.

R. – Questa è la capacità diagnostica: individuare bene questo significa fare una buona diagnosi, ma poi l’abilità terapeutica consiste nel pilotare il viaggio, cioè nel riuscire a costruire delle storie adeguate e a destreggiarsi in modo che la persona non si opponga e lo segua. Per ottenere questo bisogna continuamente nascondere le tracce, cioè il racconto non deve mai essere trasparentemente allusivo, in modo che la persona non possa mai dire: “Ah, a me non succederebbe mai così”, oppure: “Ah io avrei fatto in un’altra maniera”.

D. – E allora come dev’essere?

R. – Non deve alludere chiaramente ai problemi del paziente: per esempio se ha paura del dentista, nella storia non ci deve essere un dentista; se ha problemi con la moglie non ci dev’essere una moglie.

D. – Ma anche se nella storia c’è un’altra fonte di minaccia non si capisce lo stesso che parla di paura?

R.- Sì, ma se la fonte è abbastanza diversa e non la riguarda così specificatamente da  suonare allusiva, non arriva a svegliare l’attenzione di una persona in trance.

D. – Ma se è una persona molto acuta?

R. – Tutta l’abilità sta appunto nel costruire una storia che passa attraverso le maglie delle sue difese. Meno il paziente si accorge di cosa sta succedendo e più la suggestione ha effetto, quindi l’importante è che venga trasportato dalla magia del racconto. Se l’analista racconta storie sufficientemente affascinanti il paziente viene distratto dal bisogno di capire. Il fascino serve appunto a far perdere le tracce, attraverso lo spostamento dell’attenzione della persona.

D. – Fammi un esempio.

R. – Immagina una macchina da presa che improvvisamente si mette a fare primi piani intensi, per esempio improvvisamente rose. . .  rose rosse . . . petali di rose rosse . . . tante bellissime rose una dopo l’altra, rosse, più vicine, sempre più vicine . . . quando torni indietro con lo zoom con tutta probabilità il paziente non si ricorda più di che cosa si stava parlando, e se la prima volta se lo ricorda, facendogli fare tre o quattro zoomate successive perde sicuramente il filo, perché tra l’altro essendo in trance ha già forti difficoltà a coordinare le immagini. In questa maniera le connessioni logiche piano pian si perdono. Quando si comincia a saltare di qua e di là, nello stato ditrance è impossibile ricucire i passaggi, e così spariscono le tracce di quello che è stato suggerito.

D. – Ma i racconti non mantengono una loro logica interna?

R. – Non necessariamente, anzi un intero racconto può anche essere lì per contenere e nascondere una sola parola (per es. la parola “tranquillo”), e può consistere in una serie spezzettatissima di storie insensate.

D. – Che altri modi di intervento ci sono?

R. – Un’altra tecnica di lavoro è la ridefinizione. Immagina per esempio una donna che in famiglia è oberata di lavoro e deve sempre darsi da fare, il marito vuole una cosa e i figli un’altra, e qualcuno strilla che non è pronto da mangiare, e lei deve correre, correre, correre perché ha paura che non le vogliano più bene se non li accontenta tutti. Nella trance le si potrebbe raccontare una storia che va a finire con lei in una vasca da bagno, nell’acqua calda, che sta così bene, e si lava via tutta la fatica, mentre il marito la chiama dalla cucina, dove sei, non è pronto da mangiare, e lei sente la voce del marito ed è felice perché sente quanto lui ha bisogno di lei, e la figlia che dice: “non sono ancora ricuciti i miei pantaloni”, e lei sente quanto anche la figlia ha bisogno di lei, ed è felice, e si rilassa in questo bagno caldo, cullata dalle voci di casa, di tutte queste persone che hanno bisogno di lei e le sono così legate e le assicurano il loro amore chiamandola: ribaltando la definizione del richiamo, invece dell’aspetto ansiogeno si mette in luce quello rassicurante, che è congruo al suo bisogno di rilassamento.

D. – L’attività principale dell’analista consiste in questi racconti?

R. – In effetti l’inventare storie piene di fascino è un elemento centrale dell’ipnoterapia ericksoniana. Le storie poi per essere trascinanti, devono trascinare un po’ anche chi le racconta: ci vuole un alto grado di partecipazione per entrare dentro il mondo delle fiabe, il  mondo dove le immagini si generano, la casa dei sogni, quel magma che c’è dentro di noi in continua ebollizione, che accenna a condensarsi in mille forme e si definisce solo in qualcuna.

D. – Cos’è questo magma, la fantasia?

R. – E’ il cosiddetto “immaginario”, un’attività mentale che si svolge autonomamente e continuamente: dentro di noi c’è come un oceano di forme semisolide che continuamente si agita, come la lava di un vulcano che bolle e abbozza delle immagini che poi si rifondono e tornano di nuovo magma e che solo quando schizzano fuori dal cratere si condensano in forme stabili. E’ un’attività continua della mente: se ascolti molto attentamente dentro di te ti accorgi di un flusso di immagini che si abbozzano appena e subito si disfanno, come un fronte d’onda che avanza. Se chiudi gli occhi vedi macchie di luce e di ombra, e se le guardi bene ti accorgi che cambiano continuamente: se fai ancora più attenzione ti accorgi che possono prendere qualunque forma, e se c’entri in rapporto puoi fare come un direttore d’orchestra, spingendo una forma piuttosto che un’altra fino a fare emergere delle immagini compiute. Da qui nascono ovviamente le arti visive, ma in realtà anche qualsiasi altra creazione umana. Qualunque cosa creata dall’uomo è creata in questa maniera, anche un discorso: quando io parlo con te ho una in-tensione, e l’in-tensione si articola su questo fronte d’onda di fondo, cioè come se con l’intenzione di dirti qualcosa orchestrassi le protoforme che arrivano, facendole diventare queste parole, queste immagini.

D. – Questo succede a tutti?

R. – Questa è un’esperienza che chiunque fa continuamente, in modo più o meno consapevole, e ovviamente ognuno a modo suo: è quello che si chiama comunemente pensare. Quando si pensa siamo sintonizzati su un fluire di  protoimmagini, e scegliendole e combinandole fra loro ci si muove su questo fiume: più chiaramente si potrebbe dire che quando si pensa non fabbrichiamo le forme dal nulla, ma attingiamo da quelle che ci sono messe a disposizione da un serbatoio[5] in continuo movimento per poi ricomporle a piacere.

D. – Quindi l’analista deve essere capace di inventare lì per lì?

R. – Si può senz’altro dire che nell’ipnoterapia ericksoniana abilità indispensabili siano la strategia e la creatività. D’altra parte in tutti i mestieri c’è sempre bisogno di un po’ di creatività, perché chiunque non faccia un lavoro strettamente routinario deve orchestrare questo magma interno e inventare nuove forme per gestire le situazioni che via via gli si presentano.

 

NOTE



[1] Quando si fotografa un animale poco conosciuto spesso gli si mette vicino un oggetto di dimensioni note per far capire quanto è grande.

[2] Se suscita contrasti interni sarà però bloccata e rimessa in discussione.

[3] Non è un caso rarissimo: Moshè Feldenkreis, l’autore di “Curarsi attraverso il movimento”, ha recuperato con il suo metodo pazienti in situazioni fisiche disperate, perché tramite l’uso le vie nervose lesionate possono ripararsi, e aree non interessate dal danno possono ipersvilupparsi compensativamente.

[4] L’interazione non è ovviamente astraibile dal contesto del loro rapporto: nondimeno, pur rimanendo il contesto interamente affidato a l’immaginazione del lettore, la storia è di una innegabile suggestività.

[5] La memoria, cosciente e subconscia, i cui contenuti agitati dalle pulsioni danno luogo all’immaginario.

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