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Sensazioni ed emozioni: basi della conoscenza nel lavoro psicoterapeutico secondo il modello della Gestalt

Convegno “LE Radici Emozionali Della Conoscenza”, Salerno, 28-29.10.08

di Anna R. Ravenna

Pubblicato sul numero 12 di Formazione IN Psicoterapia, Counselling, Fenomenologia.

 

La mia anima è una misteriosa orchestra;

non so quali strumenti suoni e strida dentro di me: corde e arpe, timpani e tamburi.

Mi conosco come una sinfonia.

Ognuno di noi è più d’uno, è molti,

è una prolissità di se stesso.

Fernando Pessoa

 

 

Mi dispiace se in apertura vi tedierò con alcune note scontate per un uditorio come questo ma le ritengo assolutamente essenziali per far da cornice alla visione della psicoterapia intesa come processo di conoscenza di sé e dell’altro. Troppo spesso, purtroppo, parlando di modelli psicoterapeutici se ne tralasciano i fondamenti filosofici ed epistemologici.

Molte sono le definizioni della psicoterapia; le riflessioni su come funzioni e quale sia il suo obiettivo sono ancora oggi oggetto di un ampio dibattito con visioni a volte contrapposte. Non si può negare, tuttavia, che la psicoterapia sia un’attività orientata a migliorare la qualità della vita e che la qualità della vita sia indissolubilmente connessa alla percezione del mondo, alla sua conoscenza e quindi alle scelte che si operano nella relazione con l’altro da sé, almeno in una visione dell’essere umano come dotato di libero arbitrio.

Pur nella sua sfumatura depressiva, mi è sempre piaciuto il passaggio di Fernando Pessoa (16) che ho posto in apertura della relazione; lo sento coerente con le espressioni senso della vita e qualità di vita intese come fluidità del dialogo non solo interpersonale ma innanzitutto intrapsichico.

Come in un’orchestra gli strumenti, così nell’animo umano le necessità e i desideri hanno bisogno di trovare forme di dialogo tra loro, prima ancora che con il mondo esterno, per evitare la spiacevole dissonanza tra istanze ognuna in sé significativa e funzionale pur se, a prima vista, contraddittoria rispetto ad altre.

Un’orchestra dà vita a momenti in cui gli strumenti si accordano ognuno per sé e tutti insieme tra loro, non è ancora l’armonia dell’esecuzione in pubblico e, pur tuttavia, sono momenti essenziali perché la sinfonia inizi.

A questo accadere compartecipano gli accordi al “la” del diapason, gli accordi individuali di ciascun musicista col suo strumento, la fluidità armonica dell’insieme degli orchestranti che sanno quando e come offrirsi o sottrarsi al dialogo musicale così come richiesto dall’interpretazione del brano voluto dal direttore d’orchestra.

Tutto questo non si dà in un attimo, come per incanto; è piuttosto frutto di un continuo ed impegnativo lavoro di apprendimento, di conoscenza portato avanti intenzionalmente, con acuta attenzione e profondo amore.

Perché vivere, dare un senso al proprio esistere, dovrebbe richiedere minor apprendimento, minor impegno?

In questo contesto appare superfluo trasferire puntualmente la metafora musicale all’esistenza umana.

 

Mi limiterò a sottolineare che quando impegno e conoscenza non riescono a dar vita ad un’esistenza armonica allora, a volte, nasce domanda di psicoterapia.

La psicoterapia della Gestalt fonda la sua visione del mondo sulla fenomenologia, considera la conoscenza come un insieme che trascende la semplice giustapposizione di livelli cognitivi, teoretici volitivi e affettivi, secondo il noto detto “il tutto è diverso dalla somma delle parti”. In questa visione la cura, o meglio il prendersi cura dell’altro, consiste essenzialmente nell’aiutare a ri-stabilire, nutrire e lasciar evolvere il dialogo interno e relazionale della persona che ha chiesto aiuto e nel contempo il dialogo interno dell’operatore. Come questo processo, che di fatto equivale ad un processo di conoscenza personale ed interpersonale, abbia fondamento, a livelli diversi ma integrati, in sensazioni ed emozioni è quanto cercherò di evidenziare.

L’insopprimibile relazione organismo/ambiente, l’approccio olistico in continuum di consapevolezza, l’assunzione di responsabilità e la creatività individuale sono i principi su cui Fritz Perls fonda negli anni ‘40 un nuovo modello di intervento cui darà il nome di Psicoterapia della Gestalt prendendo le distanze dalla psicoanalisi su cui pur aveva fondato la sua soddisfacente attività professionale in Germania prima ed in Sud Africa poi dove aveva scelto di emigrare come accadeva negli anni ’30 a molti tedeschi di cultura ebraica.

Il lavoro psicoterapeutico secondo il modello ideato da Perls mira al benessere degli esseri umani considerati innanzitutto come organismi viventi in quanto nutriti dall’ambiente attraverso l’attività sensoriale. È l’apparato sensoriale, infatti, il primo ad essere sensibilizzato dall’incessante rapporto con l’ambiente esterno o interno che sia ed a costituire la base di ogni conoscenza (sentire freddo, sete, ecc.). Per ovvie ragioni di sopravvivenza ognuno di noi è biologicamente attrezzato per privilegiare il rapporto con il mondo esterno e le richieste che da esso provengono (Quattrini). Sono le difficoltà con il mondo che obbligano ad entrare in contatto ed essere consapevoli della lettura degli eventi emotivamente connotata e relata al qui ed ora, al contesto ed alla storia personale e, quindi, soggettiva/relativa. Noi immaginiamo che per ognuno sia possibile integrare l’esistenza del mondo esterno ed il proprio vissuto di esso in modo assolutamente personale attraverso la creatività del dialogo,

Già negli anni ’20 del secolo passato, gli psicologi della Gestalt nelle loro analisi strutturali e formali della percezione e del conoscere sensibile avevano sottolineato come non esistano sensazioni cosiddette elementari. In quanto momento del processo conoscitivo, le sensazioni non possono essere separate né dall’oggetto del sentire né dalla coscienza di sentire, sentire di sentire.

Con gli psicologi della Gestalt il lavoro sperimentale sulla percezione aveva consentito il ritorno ai fenomeni, al mondo percepito ed alla soggettività, recuperando la psicologia dell’intenzionalità di Brentano e rimettendo in gioco l’originaria intenzionalità della coscienza. La Gestaltpsychologie ribadiva infatti che il fenomeno psichico (sensazione, emozione e ideazione nel loro insieme) non può costituirsi se non come immediata e originariarelazione all’oggetto rivelando così tutta la contraddittorietà insita nella distinzione tra psiche e materia introdotta da Cartesio, e rendendo problematico, se non impossibile, trattare con gli eventi psichici come si trattano le cose del mondo. Non oserei altrove, e tantomeno in questo contesto, addentrarmi in un excursus filosofico sul tema. Pur nella mia ignoranza mi sia consentito citare la ben nota espressione di Locke (11): Nihil est in intellectu quod prius non fuerit in sensu. Ma già in Aristotele (1) il sentire, sebbene non sufficiente a portare a termine l’atto del conoscere, è descritto come il fondamento indispensabile del pensare, poiché ogni conoscenza ha la sua origine nei sensi.

Se, dunque, il fondamento filosofico della psicoterapia della Gestalt è la fenomenologia (intendendo per fenomenologia quella che da Brentano, passando per Husserl, arriva a Merleau-Ponty (13,14), per noi gestaltisti appare ovvio il carattere rivelativo del sentire: la sensazione è a un tempo manifestazione della cosa stessa e delessere nel mondo dell’uomo.

Ma l’essere nel mondo dell’uomo acquista valore solo attraverso la risonanza emozionale che trasforma ogni evento in esperienza vissuta e, quindi, in conoscenza conferendo all’esistenza un senso che solo il singolo individuo è in grado di attribuirle, senso inteso come significato che per ciascuno assume la propria esperienza e il mondo in cui questa si esprime.

Il senso non è mai già dato ma ogni volta conferito: ed è in questa accezione che la fenomenologia parla dell’uomo come di donatore di senso.

Punto saliente dell’approccio psicoterapeutico in ottica fenomenologica diviene allora la differenziazione frafenomeno primario e fenomeno secondario o, potremmo dire, tra conoscenza conseguita attraverso il pensare e conoscenza conseguita attraverso il sentire, in sintesi la differenza tra teorie ed esperienze.

Riprendendo il pensiero di Paolo Quattrini (17), se il fenomeno primario, è misurabile, oggettivo, o almeno lo è relativamente alle capacità scientifico tecniche che abbiamo di gestirlo, il fenomeno secondario è, e deve rimanere, soggettivo.

Da qui nella psicoterapia della Gestalt l’importanza della indissolubilità tra soggetto percipiente – percezione – oggetto percepito e dello studio delle modalità sensoriale ed emozionali in cui la percezione ogni volta si dà e si trasforma.

Il fenomeno secondario si identifica in sostanza con il sentire sia a livello sensoriale che emozionale. Sappiamo che sensazioni ed emozioni negli esseri viventi sono biologicamente determinate, non dipendono dalla volontà dell’individuo, hanno significati compiuti ma sono prive di senso. Le emozioni possono essere considerate particolari gruppi di sensazioni che richiedono una reazione significativa nell’ottica della sopravvivenza (per es. paura=fuga). Se per le emozioni è determinato lo scopo del comportamento, ma non il modo di raggiungerlo, le sensazioni non implicano nessuna gestione codificata o semplicemente funzionale, e spesso rimangono non analizzate ed inutilizzate anche in situazioni in cui potrebbero essere necessarie, oltre che utili. Il sentire è dunque un fenomeno complesso e, quindi, non privo di problematicità. Sensazioni e emozioni nel loro complesso intrecciarsi, nella loro copresenza spesso contraddittoria sono il sale della vita: non c’è senso senza il sentire.

Ma come orientarsi dentro questo mare sconfinato? Cosa fare di quello che si sente? Come sottolinea P. Quattrini, tra il sentire ed il fare qualcosa di quello che si sente c’è di mezzo il libero arbitrio.

Giungendo a parlare dello specifico oggetto dell’intervento psicoterapeutico, già Carl Gustav Jung (10, pag. 314) scriveva nel 1932: “la psiconevrosi in ultima analisi è una sofferenza della psiche che non ha trovato il proprio senso… la sofferenza è dovuta al ristagno spirituale, alla sterilità psichica”. Jung non vedeva dunque la nevrosi esclusivamente dal punto di vista causale, come voleva Freud, ma come assenza di senso, l’assenza non di una verità assoluta ma di un’interpretazione della coscienza individuale, di un mito personale all’interno del quale la vita di ognuno trova il suo senso.

Ben conosciamo forme significative di disagio psichico connotate da una profonda indifferenza emotiva verso se stessi e verso il mondo, tali da rendere l’esistenza totalmente priva di senso per la persona. Lo stato depressivo, ad esempio, fonde insieme (con-fonde) tutte le emozioni appiattendole in un grigio uniforme definito con profonda, cupa, monotona tristezza e melanconia con perdita di interesse per la vita, perdita di iniziativa e progettualità. Si genera, possiamo dire, un circolo vizioso in cui  la destrutturazione della temporalità e dell’intenzionalità generano e sono generate da un pensiero che sorge lento e monotono, dall’ideazione povera, da nessi difficoltosi. Queste perturbazioni della sfera cognitiva interagendo in modo circolare con l’assenza di risonanza emozionale congelano l’esistenza annullando la dimensione esperienziale, quindi conoscitiva, e bloccano il processo evolutivo spegnendo ogni vitalità. “Sono le emozioni e l’esperienza a dare forma al cervello” scrive Antonio Damasio (6), ma la nostra società non impegna nessuna istituzione nella cosiddetta alfabetizzazione emozionale e nello sviluppo dell’intelligenza emotiva che consente di contenere la tensione dialogica del conoscere per differenza (Bateson, 1979). aiutando ad elaborare i conflitti ed evitando comportamenti antisociali (psicopatia)

In questa visione come può la psicoterapia essere d’aiuto?

È nell’insopprimibile contesto relazionale che il gioco delle emozioni regola le scelte comportamentali sin dall’infanzia. Nello specifico dell’esperienza umana dove l’habitat della specie si identifica in massima parte nella società, il mondo emozionale struttura il comportamento in relazione al modo in cui ci si sente considerati dagli altri con i loro insiemi non solo di principi e opinioni, ma di messaggi relazionali impliciti emotivamente connotati.“L’emozione è essenzialmente relazione” scriveva Umberto Galimberti in un articolo su Repubblica a proposito dellapsicopatia che definisce “immaturità affettiva” collegandola strettamente alla mancanza di educazione emotiva che influenza lo sviluppo intellettivo e l’apprendimento. A seconda dai diversi ambienti questi messaggi subliminali influenzano lo sviluppo dei bambini nutrendo possibili atteggiamenti di autosvalutazione o di ipervalutazione. I primi anni di vita sono fondamentali per la strutturazione del carattere inteso come insieme di visione del mondo e di comportamenti adattativi che, per una naturale economia di risorse, divengono in breve automatici sacrificando in parte quella fluidità comportamentale così necessaria in relazione al costante divenire dell’esistenza.

Nel modello gestaltico si distinguono comportamenti automatici funzionali (es. camminare) e disfunzionali, a questi ultimi si dà il nome di gestalt fisse; si tratta di comportamenti cristallizzati non più adeguati al contesto di vita attuale. Ma i comportamenti sono solo la punta dell’iceberg in quanto ogni comportamento si fonda sulla personale lettura del contesto e, in ottica gestaltica, il mondo emozionale gioca un ruolo fondamentale su questa lettura. E’ la modalità di gestione del vissuto personale, quindi del proprio sentire, che spinge gli individui a muoversi in una direzione piuttosto che in un’altra: gestire la paura di fronte ad un pericolo può esitare nella paralisi, nella fuga o in un atto eroico che altro non è se non un agire con paura. E’ proprio questo il livello in cui lavora lo psicoterapeuta della Gestalt: il setting appare allora come un nuovo contesto esperienziale con nuove possibilità espressive con funzione di nuove conoscenze riequilibranti.

Aiutare a ripristinare una fluida e coerente relazione tra sensazioni, emozioni, immaginazione, pensieri ed azioni all’interno di una data esistenza, ed in un momento dato, apre a nuove modalità di vita che, pur generatrici a volte di benessere a volte di malessere, risultano nel loro complesso più soddisfacenti per la persona in situazione.

Paradigmatico per  questo cambiamento è il processo terapeutico fondato sulla relazione costruita attraverso ildialogo intersoggettivo tra due persone prima ancora che tra curante e curato, dialogo animato da un contatto affettivo tra individui che si confrontano nella loro alterità.

Citando il prof. Borgna (3, pag. 200) “non c’è contatto dotato di senso … se non mediato da sentimenti reciproci (benché… asimmetrici e non equivalenti) di attesa, di immedesimazione, di partecipazione e di attenzione” e, possiamo aggiungere, di differenza. E’ questo atteggiamento che fa della persona che abbiamo di fronte un alteranziché un alienus.

Utilizzando ancora una metafora possiamo paragonare sia la relazione psicoterapeutica che il dialogo interiore ad una danza in cui le persone si muovono con tempi sincronizzati in modo che parola e silenzio, distanza e vicinanza, apertura e chiusura siano funzionali al processo. Ma da cosa sono scanditi i ritmi del processo?

In armonia con la visione costruttivista di Maturana e Varela (12), Fritz Perls (15) sottolinea come in ogni momentol’equilibrio organismico sia messo in discussione dal divenire dell’esistenza e simultaneamente emerga una controtendenza con lo scopo di riguadagnarlo in una nuova forma. Nella psicoterapia della Gestalt i concetti freudiani di conscio ed inconscio sono sostituiti da quelli di figura e sfondo, legati tra loro da una continua dinamica regolata dai bisogni organistici e dai loro ritmi. Quanto più fluida è la dinamica figura-sfondo, quanto più il presente, il qui ed ora, è vissuto dalla persona in continuità con la sua storia, tanto più l’autoregolazione è funzionale all’attuale benessere dell’individuo.

Alle tendenze e controtendenze organismiche in Gestalt si dà il nome di polarità in quanto, nel qui ed ora della situazione data, emergono in figura istanze che spesso appaiono contrapposte e la loro dinamica rischia di generarecomportamenti ripetitivi ed insoddisfacenti sino ad arrivare a livelli sintomatici. E’ proprio tra questi due poli, invece, che la libertà espressiva può aprirsi ad un dialogo emotivamente connotato teso a creare nuove possibilità, nuovi spazi in cui trovano la loro integrazione bisogni e desideri che inizialmente appaiono contrastanti.

E come il valore della danza in coppia è data dalla capacità espressiva di entrambi i danzatori come singoli e nell’insieme, così il valore del lavoro Gestaltico è dato dalla possibilità di dar voce, nel setting terapeutico, a diversi stati d’animo delle persone ed alle diverse configurazioni relazionali, a partire da quella cliente-terapeuta, per trovare il modo di ricomporle in un tutto originale e adeguato all’attuale situazione. Questa esperienza cocostruita e vissuta nel contesto del setting può così trasformarsi in conoscenza partecipata ed esportabile nella vita quotidiana.

Per esemplificare, possiamo raggruppare le diverse istanze in due sole polarità, l’una portatrice di bisogni e desideri legati ad istanze adulte, all’aspetto riflessivo e lungimirante governato, come direbbe Freud, dal principio di realtà nonché legato al piacere narcisistico. L’altra polarità è portatrice di bisogni e desideri pulsionali legati ad istanze infantili, all’aspetto istintivo e immediato regolato, in termini psicoanalitici, dal principio del piacere.

Il lavoro gestaltico, scrive Quattrini, richiede di ballare con il proprio bambino interno, dall’autore paragonato al cuore piccolo e giallo della fiamma, una parte piena di energia che è impossibile costringere a comportamenti coerenti con necessità e desideri della parte adulta, ma che non può neppure essere impunemente soffocata pena l’emergere di ciò che chiamiamo sintomo. Occorre ascoltare con attenzione la voce interna di entrambi i poli focalizzandone la componente sensoriale ed emotiva in quanto entrambi sono portatori di istanze significative per lapersona. Come già sottolineato, il lavoro terapeutico, in questo modello, ha come obiettivo trovare le modalità non solo per l’ascolto, ma anche per la soddisfazione delle diverse istanze proponendo esperienze emotivamente connotate ed espressione della creatività individuale. Ogni scelta richiede sacrifici e prezzi adeguati, ma adeguati per chi? Solo la persona può dire quale scelta e quale prezzo sia adeguato per lei nel qui ed ora, non attraverso la deduzione logica fondata su preconcetti e stereotipi ma attraverso il vissuto soggettivo su cui si fonda l’unicità dell’essere umano. Pensare e sentire, entrambi necessari per il benessere, sono incommensurabili ma nonnecessariamente contrapposti. In ottica gestaltica, sul vissuto soggettivo, cioè su sensazioni ed emozioni, e solo su di esse, trovano fondamento coerente sia quella pre-azione che è il pensiero, sia la vera e propria azione responsabileche può portare benessere e soddisfazione come dolore e frustrazione, in ogni caso sentimenti in sintonia con l’attualità dell’esistere.

È frequente in psicoterapia (e non solo) che alle domande che effetto ti fa questo?cosa senti mentre parli di questo?la risposta sia nessuno oppure nulla. Spesso ripetendo la domanda ed aiutando la persona ad ascoltare le sue percezioni sia a livello sensoriale che a livello emozionale si arriva a risposte utili per l’analisi esistenziale del vissuto con significatività e meraviglia per la persona stessa, che non si dà conto della difficoltà iniziale nel rispondere. Il fatto è che non abbiamo l’abitudine ad essere in contatto con il mondo delle sensazioni e delle emozioni e, quindi, non sappiamo riconoscerle nelle loro infinite sfumature, né renderci conto del ruolo che ricoprono nella conoscenza del mondo così come ogni individuo lo costruisce ed all’interno del quale effettua le sue scelte.

E, nelle scelte, la gestione dell’attenzione è un punto focale: siamo abituati a concentrarla sulla validità logica e condivisa dei nostri pensieri e dei nostri ragionamenti. E’ così difficile accorgerci dell’effetto che ci fa ciò che stiamo guardando, ciò che stiamo ascoltando, non ci rendiamo conto del nostro vissuto, del fenomeno secondario, per dirla con Brentano (4).

In Gestalt non abbiamo interventi tecnici attuati sul paziente inteso come oggetto, abbiamo piuttosto contesti diincontro fondati sulla relazione intersoggettiva emotivamente connotata così come esperita da entrambi i partecipanti. Lo psicoterapeuta non esprime alcuna verità, ma attraverso la propria esperienza, il proprio sentire, la propria fantasia offre all’altro la possibilità di aprire nuove finestre sul mondo. È la capacità di suscitare sensazioni ed emozioni nell’altro, è la possibile attrattiva costituita da nuove visioni che può funzionare come un magnete che aiuta la persona ad uscire dal pantano di visioni ricorrenti e confusive generatrici di malessere. La psicoterapia non ha il potere di eliminare il malessere dalla vita delle persone, può aiutarle a non restarci impantanate attraverso esperienze di contatto con sensazioni ed emozioni, basi biologiche di pensieri ed azioni e, quindi, della conoscenza e del possibile benessere.

 

 

 

Bibliografia

1.                  Aristotele, in Nuovo Sommario di Filosofia di E. P. Lamanna, vol. I, ed. Le Monnier,

Firenze, 1994

2.                  Bateson G. (1979), Mente e natura, ed. Adelphi, Milano, 1984

3.                  Borgna E., L’arcipelago delle emozioni, ed. Feltrinelli, Milano, 2002

4.                  Brentano F., La psicologia dal punto di vista empirico (1874), vol. I,II,III, ed. Laterza,

Roma-Bari, 1977

5.                  Carniello D., Alterità e alienità, ed. Feltrinelli, Milano, 1977

6.                  Damasio A., L’errore di Cartesio, ed. Adelphi, Milano, 1995

7.                  Dilthey W., in Materiali per Dilthey. Idee su una psicologia descrittiva e analitica a cura di

A. Marini, ed. Franco Angeli, Milano 2002

8.                  Galimberti U., L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani, ed. Feltrinelli, Milano, 2006

9.                  Husserl E. (1925), Psicologia fenomenologica,trad. it. di P.Polizzi, Palermo-São Paulo, Ila

Palma, 1988

10.              Jung C. G. (1932),  I rapporti della psicoterapia con la cura delle anime, in Opere, ed.

Boringhieri, Torino, 1973, v. IV

11.              Locke J. (1690), Saggio sull’intelletto umano, ed. Unicopli, Milano, 2007

12.              Maturana H. R., Varela F. J., L’ albero della conoscenza, ed. Garzanti, Milano, 1999

13.              Merleau-Ponty M. (1945), Fenomenologia della percezione, ed. Il saggiatore, Milano, 1972

14.              Merleau-Ponty M. (1964), Il visibile e l’invisibile, ed. Bompiani, Milano, 1969

15.              Perls F. (1942), L’io, la fame e l’aggressività, ed. Franco Angeli, Milano, 1995

16.              Pessoa F., Il libro dell’inquietudine di Bernardo Soares, ed. Feltrinelli, Milano, 2000

17.              Quattrini G. P., Fenomenologia dell’esperienza, ed. Zephyro, Milano, 2006

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