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Essere nel mondo e non “del” mondo. Meditazione, contatto, presenza e psicoterapia della Gestalt

Di Shobha G. Arturi

Medico, psicoterapeuta della Gestalt

Pubblicato sul numero 16 di Formazione IN Psicoterapia, Counselling, Fenomenologia

 

Che cosa è meditazione e a cosa serve? Come mai ne parlo in un contesto come questo in un convegno di psicoterapia della Gestalt intitolato peraltro “Il Superfluo e la Sostanza”? A queste domande cercherò di dare alcune risposte in base alla mia esperienza in materia.

Il mio primo incontro con alcune pratiche di meditazione provenienti dalle tradizioni buddiste tibetane, tantriche, zen, sufi e taoiste, risale a 30 anni fa, grazie agli insegnamenti di Osho , maestro contemporaneo geniale e controverso, che ho avuto la fortuna di incontrare. A lui risalgono anche alcune tecniche calibrate per gli uomini occidentali di oggi. Ai suoi discorsi e ai momenti di meditazione intorno a lui devo la possibilità di aver incontrato tradizioni e maestri di culture lontane che nel corso dei secoli si sono incrociate con la nostra, influenzandola e fertilizzandola.

Il silenzio e le parole
L’incontro in uno spazio meditativo, con il sapere di un uomo che vive ciò di cui parla, è una forma di apprendimento coinvolgente, diventa carne e non solo una raccolta di informazioni. Un insegnamento che passa attraverso l’ascolto delle pause e degli intervalli, ancor più che attraverso le parole, mentre spazi di silenzio si aprono dentro ciascun ascoltatore.

Un apprendimento iniziatico
E’ stato, in altre parole, un percorso iniziatico, che mi ha trasformato e continua a provocarmi a nuove avventure creative ed esistenziali. Molte sono le analogie con la formazione in psicoterapia della Gestalt secondo la scuola di Firenze, che si pone anche come percorso iniziatico : percorso di conoscenza e di trasformazione di cui fare esperienza in prima persona, per poter trasmettere un’analoga possibilità di trasformazione in chi ci chiede aiuto. Si tratta di trasmissione, cioè di un apprendimento che si basa sulla relazione fra maestro e discepolo, o fra docente e discente, ed è un’esperienza che mette in evidenza gli schemi caratteriali precostituiti, aprendo a nuove possibilità creative e che provoca infine a trovare la propria via, non a seguire quella del maestro.

Il superfluo e la sostanza
Nulla sembrerebbe più superfluo nella vita come la meditazione: non si mangia, né ci aiuta a fare soldi (benché il mercato sia diventato sensibile e la moda fa diventare ricchi alcuni cosiddetti “maestri”), ma poche sono state le esperienze che mi hanno dato di più la sensazione di essere vicina alla “sostanza” della vita stessa.
A proposito di sostanza, uno dei più conosciuti insegnanti di meditazione in occidente, Chogyam Trungpa scrive:”…questa forma base di meditazione concerne il cercare di vedere ciò che è”. Che sembra semplice, e lo è, se togliamo il fatto che il nostro vedere è normalmente falsato e annebbiato da chi pensiamo di essere e dalle mete che ci prefiggiamo. Meditazione è arrivare al cuore delle domande esistenziali che l’uomo si è sempre posto: chi siamo, da dove veniamo, che senso ha questa nostra esistenza. Arrivare al cuore non è esattamente sinonimo di trovare risposte…

Essere nel mondo e non del mondo
Parlare di meditazione può essere semplice, ma per non cadere nella semplificazione, comincerò a dire quello che non è.
Di meditazione e tecniche di meditazione si parla sempre più diffusamente nel mondo occidentale a cui apparteniamo. E non sono pochi i luoghi comuni a cui questa diffusione ha portato e che distolgono non poche persone dal farne esperienza.
Uno riguarda il tema dell’ascetismo o della fuga dal mondo a cui la meditazione porterebbe.
A questo proposito, una delle tante parabole della tradizione buddista racconta   proprio del Buddha stesso: prima di conseguire un stato di consapevolezza da risvegliato era un principe, Siddharta, che abbandonò regno e famiglia un giorno, quando incontrò, lui ricco e bello, la realtà della sofferenza, della malattia, della vecchiaia, della morte. Siddharta iniziò allora un lungo periodo di ascetismo, privazioni e pratiche yogiche. Anni che finirono un giorno quando, ormai stremato, decise di mettersi più comodo accettando un cuscino di paglia da un contadino e un po’ di cibo da una donna. Seduto così sotto un albero, abbandonò ogni ambizione mistica per stare lì. Nel mondo che lo circondava. Presente. Iniziò così il percorso di trasformazione che lo portò al risveglio, all’illuminazione: lo squarcio del velo di maya che gli permise di vedere ciò che è. Cominciò quindi a viaggiare per l’India e intorno a lui si raccolsero centinaia di discepoli. Era circondato dal mondo, in un contatto quotidiano con i dolori di quanti gli chiedevano aiuto per la loro vita.

L’ascetismo, o un ritiro riflessivo, può essere parte di un cammino meditativo come anche di un desiderio di comprensione di sé, ma non può essere fine a se stesso. Lo stato meditativo ci porta più intimamente in contatto con noi stessi e con il mondo intorno, in una relazione più attuale con la realtà fatta di eventi concreti e di persone.

Nella mia esperienza il primo incontro con le pratiche meditative mi portò a uno stato di apertura che mi permise di accogliere molto di più la stessa realtà che avevo intorno: mi trovavo nello stesso posto dove abitavo e che avevo fino a quel momento percepito come dolorosamente limitato. E la mia percezione, il mio modo di sentire e di stare in quel luogo, diventò completamente diversa. Non so perché, ma questa sensazione fu accompagnata da un immenso e sottile piacere: lo stesso luogo che io detestavo era diventato sorgente di piacere: il cielo, il traffico, le persone… Come un innamoramento… Tutt’altro che svanita, mi occupavo delle cose di tutti i giorni, come prima, ma con un senso di quiete, di gioia e un leggero sorriso mi accompagnava anche mentre lavavo i piatti.
Nella mia esperienza meditazione e ascetismo o fuga dal mondo non solo non sono sinonimi, ma sono in qualche modo opposti. 
Lo stato meditativo ci consente di stare dove siamo in uno stato di apertura e disponibilità e di rispondere in una maniera fluida agli eventi che ci circondano, e anche magari di andare in giro per il mondo, ma non più fuggendo, tutt’altro: tuffandocisi dentro. Al tempo stesso la capacità di attenzione fluttuante a cui ci allenano le tecniche di meditazione, ci permette, pur essendopienamente immersi nella vita, a vedere le cose della vita, i fenomeni, quel che accade, con una certa distanza, diventando consapevoli e facendo esperienza diretta del mistero di essere in un mondo che in parte costruiamo e in parte è quel che é. Secondo Paolo Quattrini: “il fenomeno è unico,creazione e rivelazione, oggetto e soggetto allo stesso tempo, libertà e necessità per il percipiente, abitante di quel mondo che allo stesso tempo costruisce e che non può dis-costruire a volontà. Non è come potrebbe sembrare, un gioco di parole, ma una realistica descrizione dell’esser-ci del mondo: “Essere nel mondo senza essere del mondo” è un’indicazione chiarissima, se si considera l’essenza intrinseca del fenomeno”.
E ancora Trungpa: ”Senza il mondo esterno, il mondo dei fenomeni, sarebbe praticamente impossibile praticare la meditazione, perché il mondo esterno e il mondo interno non esistono separatamente, semplicemente co-esistono
Se di trascendenza si può parlare è qui una trascendenza che non è superstizione e che non è opposta all’immanenza del mondo dei fenomeni, ma ne deriva, vi appartiene.

Mondo interno e mondo esterno
A sottolineare la co-esistenza di mondo esterno e mondo interno, possiamo anche leggere le parole con cui inizia il Dhammapada, una delle raccolte delle parole di Buddha :

Siamo ciò che pensiamo.
Tutto ciò che siamo origina con i nostri pensieri.
Con i nostri pensieri facciamo il mondo.
Parla o agisci con una mente impura
E i problemi ti seguiranno
Come la ruota segue il bue che tira il carro.
Parla o agisci con una mente pura
E la felicità ti seguirà
Come la tua ombra, stabilmente

Ascoltando o leggendo queste parole come non pensare alle scoperte della psicologia della Gestalt che a partire dall’intenzionalità di Brentano, fa della percezione un processo attivo, per cui il mondo che ci appare non è così semplicemente come lo percepiamo a prescindere dal soggetto che percepisce e da quello che pensa e sente…

Corpo, mente, emozioni: presenza e continuum di consapevolezza
Tutti noi abbiamo l’esperienza di momenti in cui ci sentiamo “scollati”, disconnessi, con il pilota automatico inserito, distratti, assenti, disturbati, assediati da un unico pensiero o accecati da un’emozione e dimentichi di tutto il resto… Se ci facciamo caso, e solo se ci facciamo caso, e, per così dire ci soffermiamo con attenzione proprio sulle sensazioni e pensieri che sono presenti a noi, proprio in quei momenti, possiamo rientrare in contatto con noi stessi nella nostra interezza e nella nostra multidimensionalità, ridiventando, per così dire, padroni in casa nostra.
Per farlo occorre rallentare e mettersi in una disposizione descrittiva, più che interpretativa, lasciare da parte il desiderio di risolvere il rebus esistenziale, per osservarlo. Essere semplicemente presenti a qualsiasi istanza.

 

Le tecniche di meditazione sono molte e diverse, adatte a diverse tendenze caratteriali, alcune implicano movimento altre la stasi o alcune posizioni corporee ma sono tutte pervase da un richiamo alla presenza a se stessi. Qualsiasi sia la tecnica, quello che conta è rimanere presenti a se stessi. Se questa tendenza viene a mancare, la tecnica perde senso e diventa ginnastica, o un metodo per rilassarsi o anti-ansia, una distrazione dai nostri pensieri quotidiani, un calmante. Da questo proviene il fraintendimento è che meditazione sia qualcosa di mentale e di avulso dal corpo o viceversa che sia una disciplina fisica, come allenarsi a prendere e stare in una certa posizione.

Rimanere presenti a se stessi è qualcosa di impegnativo. Molte delle esperienze che Perls (che conobbe lo Zen) propone in Teoria e pratica della terapia della Gestalt, sono modi di praticare la presenza a sé. Il continuum di consapevolezza è il fluire di uno stato di presenza, che non rigetta nulla.
La tecnica meditativa, che sia Tai chi, Yoga, Vipassana, Kundalini, Nadhabrahma o Dinamica , è una palestra per allenarsi ad essere presenti al corpo, ai pensieri, alle emozioni. E’ una presenza che è diversa sostanzialmente dal coinvolgimento. Un’osservazione curiosa e attenta, ma anche un po’ distaccata, come un entomologo che osserva i suoi insetti.
La tecnica di meditazione è come un orticello, un momento della giornata, in cui coltivare la capacità di esercitare la presenza, ma non è un percorso di introversione: essere presente vuol dire anche allenarsi ad essere nel presente e presente a tutto quello che c’è: dentro e fuori, non importa dove. Corpo, mente ed emozioni sono materia della la consapevolezza di sé, e sono parte di quel dentro/fuori che è il nostro mondo. Il continuum di consapevolezza implica un attenzione a quello che si presenta alla nostra percezione: un prurito, un crampo, un pensiero, un suono, un profumo, un soffio d’aria, un ricordo, un’emozione di volta in volta saranno presenti a noi.
Possiamo quindi praticare una tecnica che implica movimento o immobilità, respiro o suono, a seconda delle nostre personali inclinazioni, ma in ogni caso il sine qua non, per farne un’esperienza meditativa è la presenza, è la consapevolezza momento per momento, l’essere qui e ora. L’essere qui e ora, che ci porta ad accorgerci di che percepiamo e al tempo stesso a mantenere una certa distanza.

Attenzione e sospensione del giudizio
Un altro luogo comune riguarda il confondere la meditazione con la concentrazione e con un viaggio nella profondità: se è vero che occorre che il faro della nostra attenzione sia ben acceso per accorgersi di quel che percepiamo, è vero anche che l’attenzione stessa è testimone della mobilità e della variabilità delle nostre percezioni. La concentrazione è fissa su un oggetto. Qui gli oggetti sono in continuo movimento. E’ un’attenzione diffusa, come stare alla finestra e vedere quel che accade, non prendervi parte. Un’attenzione fluttuante,Freud ne parlava, di cui abbiamo bisogno nel nostro lavoro e di fatto anche nella nostra formazione ci alleniamo a prestare attenzione al paziente e a noi stessi in contemporanea, allargando l’orizzonte o avendo presente più orizzonti. Un’attenzione, pronta a lasciare andare quel che illumina, perché qualcos’altro è già all’orizzonte, che guarda insieme vicino e lontano. Così si può osservare un pensiero e non prendervi parte in un lungo dialogo, lasciando che si allontani al momento che un’altra sensazione ci occupa. Come nuvole che passano nel cielo. Lo stesso si può fare per le sensazioni fisiche o gli stati emotivi che arrivano, vengono notati, accettati e lasciati andare. Questo è lo stato del testimone, dell’osservazione con distanza.
In termini gestaltici questo ricorda il meccanismo figura/sfondo: un po’ come accogliere la figura e lasciare che dallo sfondo ne emerga un’altra e poi un’altra…Una specie di allenamento a distoglierci dalla fissità con cui certe figure si presentano per ciascuno di noi a seconda del carattere e dei momenti, e di accorgerci con uno sguardo periferico della esistenza dello sfondo, ricca riserva vitale.
E ricorda anche il concetto di Epoché, la sospensione del giudizio di cui Husserl parla,che ci permette di non autoingannarci rispetto alle nostre percezioni e di accogliere quello che appare alla nostra consapevolezza e alla nostra attenzione, indipendentemente da quello che ne pensiamo, anzi accorgendoci anche di quello che ne pensiamo.
Inevitabilmente questo processo porta a uno stato di presenza, di quiete e di spaziosità, come se fossimo impegnati ad osservare un paesaggio i cui confini si allargano fino a portare lo sguardo a un orizzonte vasto e lontano, e al tempo stesso essere disponibili agli innumerevoli dettagli che costituiscono questo paesaggio e proprio questo. Sempre citando Trungpa: “Non è tanto questione di andare in una qualche profondità interiore, ma di diventare più spaziosi ed espansi verso l’esterno”. Così dentro, così fuori: è un ampliamento dell’ orizzonte interno che ci permette di aprire gli occhi diversamente anche sul mondo esterno. Quello che cambia è il modo di guardare e di vedere.

 

Il tempo, la pazienza e il piacere
E’ un processo questo che richiede tempo e allenamento per stabilizzarsi nel nostro organismo. La pazienza è sicuramente un’altra qualità di cui facciamo pratica, ma sin dalle prime esperienze inevitabilmente l’organismo riconosce, con una sensazione di piacere, l’integrità di se stesso. Questo accade se una tecnica ci calza addosso. Non tutte vanno bene per tutti, ma se è quella che fa per noi la riconosciamo dagli effetti quasi immediati. Bastano pochi giorni e ci accorgiamo di un nuovo modo di stare nel mondo, al di là del momento in cui stiamo effettivamente meditando. Se una tecnica praticata con regolarità per qualche giorno ci fa quest’effetto, è tale la sorpresa e anche il senso di piacere, che ci serve da incoraggiamento per continuare a praticarla con pazienza perché i suoi effetti si possano stabilizzare.

L’araba fenice
La pratica di qualcosa di così apparentemente raccolto e individuale (anche se come spesso accade fatto in gruppi di persone) è inevitabilmente accompagnato dall’esperienza della limitatezza delle nostre percezioni abituali e di quello che chiamiamo io. Questo non va senza qualche dolore e protesta: la nostra consolidata identificazione con quello che crediamo di essere e che chiamiamo io, traballa e spesso si fa sentire sotto forma di giudizi e obiezioni: “Sto perdendo tempo… ma che cavolo sto a fare…. Roba da santoni… a me non serve… ho altro a fare…”.
In Gestalt l’Io si manifesta al confine del contatto, compare e scompare, ma non siamo abituati a un percezione così attenta di quello che accade al confine del contatto, così finiamo per chiamare io delle idee preconfezionate dal nostro carattere imbrigliandoci in risposte obbligate, in comportamenti stereotipati e in una percezione della realtà mutilata.
Citando Paolo Quattrini: “ Il sacrificio narcisistico è un mistero, che richiede iniziazione, in quanto il narcisismo, come la Fenice, risorge eternamente dalle proprie ceneri, e questo non può essere compreso se non esperienzialmente, dato che per la mente logica quello che muore non risorge”.
Incontrare una guida, qualcuno che abbia fatto l’esperienza della morte e della rinascita e di cui fidarsi, visto che stiamo proponendo una sospensione delle nostre fissazioni mentali e comportamentali, è importante e forse inevitabile, come in tutti i percorsi iniziatici.
Le pratiche di meditazione allargano il campo e mettono a rischio le nostre abitudini percettive: cominciamo ad accorgerci degli occhiali che il nostro carattere ci mette davanti… a volte può succedere che il velo di maya si scosti un pochino e ci lasci intravedere oltre all’illusione, ed  è davvero come uscire da una gabbia.
Questa esperienza di chiarezza e espansione viene chiamata “Satori” ed è analoga a momenti di “Insight”, momenti in cui qualcosa che era proprio lì davanti al nostro naso e che non vedevamo, diventa visibile ed evidente con stupore e meraviglia con un: Ah! Ecco!
Gli ostacoli che si incontrano praticando una tecnica di meditazione sono in realtà opportunità di conoscenza di sé: proprio lì dove c’è l’ostacolo c’è una porta che attende di essere aperta. Inevitabilmente è vero in questo percorso che “l’ostacolo sarà la tua via” o, come dicono alcuni maestri, l’ostacolo alla via della meditazione sei tu stesso che la pratichi. L’Araba fenice che nel morire genera.
Secondo Trungpa:” … benché parliamo di ego come di  qualcosa di solido che ha vari aspetti, di fatto vive esclusivamente temporaneamente come un continuo processo di creazione. Muore continuamente e rinasce continuamente. Per cui l’ego non esiste realmente. Ma funziona come una sorta di saggezza: quando l’ego muore, lì è la saggezza”.
Nel gap, nell’intervallo fra una morte e una rinascita, questo è lo spazio a cui ci allena la meditazione. Un vuoto fra qualcosa e qualcos’altro. Non un vuoto vacuo, ma un vuoto ricco, spazioso, piacevolmente carico di energia, un vuoto fertile, un vuoto in cui intuizione, comprensione e creazione stanno di casa.

Satyam, Shivam, Sundaram: Verità, Benevolenza, Bellezza
Nella tradizione delle Upanishad SatyamShivam e Sundaram (Saggezza, Benevolenza e Bellezza) sono tre aspetti del divino. La verità, la bontà, e la bellezza sono le tre qualità a cui l’uomo tende e che fanno la differenza fra una vita piena e una vita vuota. Le tre categorie di valori (Logica, Estetica ed Etica) per cui possiamo dare senso alla vita.
Contrariamente al pregiudizio per cui le pratiche meditative provochino un distacco tale dalla vita che uno ne gusti poi meno i sapori, queste sono una metodologia che affina la nostra sensibilità e le nostre capacità logiche e intuitive, in modo da poter discernere, riconoscere e coltivare ciò che ci avvicina alla verità, alla benevolenza e alla bellezza.
Le tecniche meditative portano a un risveglio dei sensi,tutte e non solo quelle del Tantrismo che impiegano più esplicitamente i sensi di altre. Grazie alla migliorata capacità percettiva, all’attenzione, i nostri sensi vengono risvegliati a gustare meglio i sapori, gli odori, i colori di ciò  che ci circonda. Potremmo dire che meditare è un’educazione estetica. E paradossalmente chi medita dopo un po’ diventa anche più bello, qualcosa traluce di questa capacità estetica ed è avvertita intorno. Non a caso si dice che: “la bellezza sta negli occhi di chi guarda” di chi riesce a goderne e a nutrirsene.
C’è anche chi ritiene che meditare offuschi la mente. Questo può essere il caso per quelle tecniche che tendono ad addormentare e a calmare, ma non le chiamerei tecniche di meditazione. La meditazione è un sentiero stretto su cui camminare passo
dopo passo con attenzione, curiosità e pazienza. Se ci addormentiamo, non stiamo meditando. Viceversa la chiarezza della mente è un altro degli effetti che vengono indotti dalle pratiche di meditazione. Non a caso i maestri hanno parlato  di “risveglio”. Solo una mente “risvegliata” e chiara può accogliere la realtà nelle sue molteplici sfaccettature. Si sviluppa così una capacità di visione chiara e di conoscenza che non è ereditata da altri, ma è una conoscenza intuitiva, partecipativa.
fatta di esperienza propria,
Il sentire più attento, e la chiarezza di pensiero orientano anche il fare verso un’attitudine etica che apre il cuore alla compassione verso gli altri oltre che verso se stessi. Nessuno su questa strada è più in alto di un altro, e ognuno sa che in qualche misura la sofferenza ci apparenta. E’ una benevolenza che ha a che fare con l’esperienza del dolore e del limite e non con il precetto e la morale. Il precetto è qualcosa che viene scritto in mancanza di un sentire discriminante. Nel buddismo la compassione e la benevolenza sono segnale di un raggiunto stato di ampliamento della propria consapevolezza. Il sorriso che aleggia sulle labbra e negli occhi di molte statue del Buddha, così come di molti altri maestri viventi e non, ma anche di chi è in uno stato meditativo, è un sorriso amorevole di chi conosce il dolore,ed è rivolto all’umanità intera. Se vi capita di incontrare un sorriso così sapete che vi fa bene al cuore…

Il viaggio è la meta
Una qualità che viene introdotta presto a chi intraprende una pratica meditativa è quella di fare attenzione al processo piuttosto cha alle aspettative di risultati. Avere aspettative e fissare un risultato per una pratica meditativa distoglie l’attenzione dal processo di consapevolezza che in sé è tutto quel che deve accadere. In questo caso il viaggio e la meta sono co-esistenti. Secondo un detto che si fa risalire a Lao-tse , figura forse reale, forse leggendaria, iniziatore del Tao: “Il viaggio è fatto dal primo passo”. Pensare di avere un goal, un obiettivo, sposta l’attenzione sul futuro sulla base delle esperienze passate, lasciando poco o niente spazio a ciò che è. Viceversa se si riesce a stare nel fluire presente, la realtà può apparire, al di là di ciò che pensiamo di conoscere.

Per finire
Quando pratichiamo una tecnica di meditazione stiamo facendo semplicemente pratica di stare nel presente, a contatto con quello che si presenta alla nostra consapevolezza, nel fluire. Quando questa capacità si è stabilizzata, non abbiamo più bisogno di alcuna tecnica. Possiamo vivere questo stato di presenza in qualsiasi momento e in qualsiasi situazione. E’ chiaro  che per ognuno ci vorrà un po’ di pazienza e un po’ di tempo perché questo accada, ma quando accade, la tecnica può essere abbandonata. La vera meditazione è vivere con presenza e consapevolezza, la vita.
Di nuovo le semplici parole di Trungpa: “ per far vedere uno spazio, uno può creare un vaso, ma poi lo deve rompere, e allora puoi vedere che il vuoto dentro è lo stesso vuoto fuori. Questo è la funzione di una tecnica di meditazione.”
Nella mia esperienza mi è utile di tanto in tanto, tornare a una pratica meditativa anche soltanto per ricordarmi il sapore della presenza e della quiete e riportarmi qui in quello che sto vivendo.

 

Osho Rajneesh (1931-1990) maestro nato in India che  ha tramandato vari metodi e tecniche di meditazione, inventandone alcune di grande efficacia per gli uomini contemporanei. Di cultura vasta e generosa ha tenuto una lunga serie di discorsi su saggi, pensatori e filosofi orientali e occidentali, oltre che rispondere alle domande dei discepoli raccolti numerosi intorno a lui. I suoi discorsi sono raccolti in una vasta bibliografia anche in italiano.

Molte volte Osho ha parlato del diverso ascolto a cui ci invita nei suoi discorsi. Cito alcune sue parole: “Quando parla un maestro e si ferma per un attimo, improvvisamente cala un gran silenzio. Lui parla non per dire la verità, perchè la verità non può venir detta. Lui parla per tenere la tua mente occupata e poi, quando si accorge che la tua mente è completamente assorta, fa una piccola pausa. E in quella pausa la trasmissione vera accade… in quegli istanti fra due parole qualcosa di miracoloso dall’essere del maestro penetra nel silenzio del tuo essere”. Dalla raccoltaBodhidharma: the greatest zen master. (cap 12: Every suffering is a Buddha-seed)

Vedi anche la citazione di Paolo Quattrini (Fenomenologia dell’esperienza) riportata più avanti nel testo

Chogyam Trungpa (1939-1987) Lama tibetano fondatore della Naropa University a Boulder in Colorado, Università riconosciuta dal governo americano e ispirata ai principi del buddismo. Trungpa ha portato in occidente con chiarezza e semplicità alcuni dei fondamenti della meditazione secondo il buddismo tibetano e ha scritto alcuni testi fondamentali nel chiarire alcune possibili distorsioni dello spiritualismo, come “Il mito della libertà” o”Al di là del materialismo spirituale”.

Come tutte le tradizioni spirituali, anche la tradizione buddista a cui si richiamano molte pratiche meditative, si avvale di molte e belle parabole: storie sulla vita del Buddha , aneddoti sui suoi numerosi  discepoli.

Anche per noi le crisi e i momenti di passaggio, sono tappe importanti, svolte, momenti di interrogazione e ricerca. E sono anche i momenti in cui spesso qualcuno cerca aiuto anche di uno psicoterapeuta.

Gautama il Buddha (nato nel 566 a.C.) dopo l’illuminazione viaggiò per circa quaranta anni per l’India. Intorno a lui migliaia di persone di diversa provenienza ed estrazione sociale si raccoglieva spontaneamente ad ascoltare i suoi discorsi e le risposte alle domande che gli venivano poste. Non scrisse mai nulla, furono i suoi discepoli che raccolsero le sue parole a scriverle in diverse raccolte. IlDhammapada, è la più vasta raccolta delle sue parole. Qui ho liberamente tradotto il brano citato dalla raccolta di discorsi che Osho ha tenuto sul Dhammapada nel 1979 (opera citata in bibliografia)

  Il Tai Chi, proviene dalla tradizione taoista (iniziata da Lao Tzu IV sec a.C.): consiste in una serie di movimenti armoniosi, lenti e forti collegati al respiro. Lo Yoga ha diverse forme e proviene dagli insegnamenti del maestro indiano Patanjali (visuto tra l’800 e il 300 a.C.). E’ la forma meditativa forse più inflazionata e deformata. Vipassana, proviene dalla tradizione buddista tibetana, è una pratica basata sull’osservazione del respiro e di tutti i fenomeni che appaiono alla nostra attenzione. Kundalini e Dinamica sono due tecniche proposte da Osho,  prevedono fasi in movimento e fasi più statiche. Nadhabrama è una tecnica ripresa da Osho dalla tradizione tibetana, impiega l’effetto del suono vibrazionale.

  Le Upanishad (IX-VIII a.C) gli insegnamenti esoterici  della cultura Induista  precedenti il buddismo, che hanno impregnato tutte le tradizioni successive. Sono stati trasmessi oralmente fino alla prima stesura scritta tradotta dal sanscrito in persiano e voluta da un sultano musulmano nel 1656.

Il Tantrismo è una scuola esoterica che fiorì in India intorno al VI sec p.C. Le tecniche impiegate nel Tanta usano i sensi, la sensualità e anche la sessualità come metodi per affinare la consapevolezza e la presenza. Il Vigyana Bhairav Tantra è il testo in cui sono raccolti 112 metodi di meditazione che sono introdotti da Shiva (la divinità maschile) a Devi (la divinità femminile, in forma di amorose conversazioni, a rappresentare la disposizione ricettiva del discepolo verso i maestro.

 

Bibliografia
S. Freud – Opere complete, Boringhieri
Lao Tzu  – Tao te ching –  Trad. di Stephen Mitchell – Frances Lincoln London
F. Perls- R.F. Hefferline- P. Goodman –Teoria e pratica della terapia della gestalt, Astrolabio
P. Quattrini – Fenomenologia dell’esperienza, 2006,Zephyro Edizioni
Osho Rajneesh – Vari discorsi sono stati tradotti in Italiano e pubblicati presso diversi editori.
Le musiche che accompagnano le tecniche trasmesse da Osho sono reperibili
Contattando il sito www.oshobha.it
                                – Dhammapada, the way of the Buddha, The Rebel Publishing House
– Il libro dei segreti, Bompiani
                                -Tanta: la comprensione suprema, Bompiani
                                – La disciplina della trascendenza, Bompiani
                                – Il manifesto dello Zen, News services corporation
                                – La mente che mente. Commenti al Dhammapada di Gautama il Buddha, Urra
Chogyam Trungpa –  Il mito della libertà , Ubaldini
                                       Al di là del materialismo spirituale, Ubaldini
Meditation in action- Shambala
Upanishad – UTET 1976

Il counselling relazionale di gruppo, secondo il tantra e le arti: esperienze corporee fra tabu’ e ampi spazi del cuore

di Ornella Marini

Istituto di Tantra e Arti per la cura della relazione, con sede a Firenze

Pubblicato sul numero 16 di Formazione IN Psicoterapia, Counselling, Fenomenologia

 

La parola Tantra in sanscrito ha molteplici significati, indica allo stesso modo la trama di un tessuto, una dottrina spirituale o magica, intrecci e trame, tessitura di trame infinite, un’opera d’arte o scientifica, lo svolgimento di una cerimonia, la continuità, la successione e la discendenza. Essa deriva dalla radice tan – “espansione” e tra – “liberazione” con la parola tantra si indica dunque un insieme di esperienze e di pratiche millenarie volte all’espansione dell’ordinario stato di coscienza. Questo è il significato maggiormente riconoscibile dalla nostra cultura occidentale: ‘strumento per ampliare la coscienza’. Questo allargamento della consapevolezza include tutti gli aspetti della vita ed il tantra è fra tante l’unico terreno di esperienze in cui è possibile compiere l’ardua sintesi tra gioiosa accettazione e liberazione.
Alcuni rituali tantrici sciolgono la corazza muscolare fisica ed i blocchi emotivi, aiutano ad aprirsi ed ampliare quegli spazi al nostro interno dentro ai quali lasciare scorrere l’energia come manifestazione dell’accadere della vita, con presenza e quella qualità di partecipazione che non cede all’attaccamento. rimanendo con i piedi per terra e con la coscienza aperta, disposti a sperimentare spazi di relazione con abbandono ed attenzione insieme, eccitazione e rilassamento insieme.
A questo fine nelle pratiche Tantriche si usa anche la sessualità come veicolo per accedere più velocemente a se stessi in relazione con l’altro.
Secondo il Tantra ogni accadimento della vita, è vissuto nella totalità dell’esperienza, con i sensi aperti e la disponibilità del corpo dell’anima e dello spirito. Nello stesso modo l’incontro amoroso, è l’incontro di due persone nella totalità dei loro aspetti e nell’accadere del qui e ora dell’esperienza.
Si arriva alla cosiddetta ‘Estasi tantrica’ attraverso l’accoglienza dell’ombra. Pertanto l’incontro amoroso è l’incontro dei corpi- canali dentro ai quali fluiscono energie emotive così come sono. Sensazioni, emozioni, sentimenti disagevoli come il dolore, la rabbia, la sensazione di blocco piuttosto che piacevoli come la gioia, la sensualità, l’amore. L’attenzione all’accadere equivale a stare su quel crinale su cui si cavalcano le energie, esattamente come si cavalca un cavallo, sentendo il fremito dei suoi muscoli sotto le gambe, i movimenti vibranti, il calore del flusso del sangue ed il calore di quella fatica che lascia soddisfazione. E al contempo si osserva, si partecipa, si tengono le briglie per continuare a godere della cavalcata e stare nell’accadere dell’esperienza. Ed è possibile scoprire così la capacità  non solo di non cadere,  ma di vivere la cavalcata fino al cielo. Ed è proprio questo cavalcare l’emozione e lasciarla scorrere che apre nel suo passaggio attraverso i corpi, quello spazio del cuore, dove la distanza fra te e l’altro, fra i luoghi interni ed esterni diventa abitata da quel flusso di leggerezza e amore, qualità naturali dell’energia del cuore.
Quindi l’ombra e la luce nel Tantra non sono separate e non creano separazioni all’interno della relazione.
In questo senso Il Tantra è, una esperienza di iniziazione verso l’apertura del cuore, è un processo di trasformazione da ombra a luce, da dolore a gioia, da rabbia a pace, dai limiti della coscienza all’espansione della coscienza
E questo è anche il processo che avvicina l’esperienza Tantrica all’esperienza Artistica: secondo la mia esperienza, quella che noi chiamiamo “ispirazione” non è altro che la vibrazione di tutti questi spazi interni che si aprono nello stesso attimo e che permettono all’artista di creare la sua opera poiché trasformato in un canale che dà e riceve contemporaneamente, è dall’energia che passa dentro di lui che l’artista lascia uscire la sua opera.
Questa premessa per introdurre due punti di vista che fino ad ora mi hanno molto aiutato nella conduzione di gruppi, spingendomi soprattutto a ricordare che aiutare gli altri non significa risolvere loro la vita ma significa tendere al cuore, ed innanzi tutto al mio, cioè all’apertura del mio cuore verso gli altri.
Per spiegare meglio vorrei introdurli : uno è La Cura come spazio di cuore e l’altro è il Tabù, nello specifico l’avvicinarsi al Tabù con coraggio e attenzione al contempo.
LA CURA COME SPAZIO DI CUORE.
Personalmente faccio fatica a credere nella guarigione: guarire significa che si deve eliminare qualcosa, non sempre è possibile, non sempre è etico, spesso andiamo bene così come siamo. Mi piace più parlare di cura che di guarigione: la cura comporta l’accoglienza del disagio o della malattia. La cura è più dolce, permette di accettare e di curarsi di se stessi nella totalità, comporta di accorgersi di cosa ci succede dentro, accoglierlo e trovare strumenti per trasformare il lato sofferente in qualcosa di più nutriente e soddisfacente.
Proviamo a vederci come una sfera piena.
Questa sfera ha un nucleo interno, un centro.
Dalla superficie al centro ci sono vari spessori, ingredienti e materiali che la compongono.
Il corpo, la mente con le sue convinzioni, i sensi, le emozioni. Al centro il cuore. Per cuore intendo quel nucleo che raccoglie tutto quello di cui siamo fatti e lo trasforma in puro amore, quindi il nostro autentico centro privo di pesantezze e limiti. Poiché nel cuore non ci sono sentimenti, non c’è chi è tanto o poco, meglio o peggio, non ci sono risultati o premi o punizioni, solo un totale SÌ.
Questi materiali, strati, parti, ingredienti, personaggi, insieme al cuore compongono noi stessi. Ognuno di noi è l’insieme di tutto.
Visitarli come strati ci può dare una mappa: nella superficie più esterna c’è il corpo-contenitore, viaggiando verso l’interno incontriamo la mente, poi le emozioni e i sentimenti, fino a giungere al centro, il cuore. La mappa può essere utile per entrare con un certo ordine nel lavoro su di sé ed approfondire un argomento per volta.
Ma sappiamo che dobbiamo tenere ben chiaro che la mappa non è il territorio, il territorio è ciò che nasce dall’insieme di tutti questi aspetti. Il territorio è l’insieme nella sua totalità, la persona nel suo insieme è ben diversa da ognuno dei suoi aspetti presi separatamente.
Nella nostra vita interiore, il procedere non è lineare, bensì circolare e disordinato al tempo stesso, a seconda degli eventi piccoli o grandi della vita.
Non stiamo facendo un viaggio lineare con la meta di arrivare al cuore.
Stiamo viaggiando circolarmente all’interno della nostra sfera che è sempre in relazione con tutte le altre sfere (persone, luoghi, natura, animali, oggetti ecc). Alcune volte incontriamo il blocco corporeo altre volte quello emotivo altre quello spirituale. Ogni qualvolta incontriamo un blocco all’interno della sfera risuona l’onda energetica di quel blocco in tutta la sfera. Poiché la sfera è la nostra energia nell’insieme che contiene tutte le parti di cui siamo composti.
Questa è la ragione per cui si può sentire un’emozione localizzata in una parte del corpo, un blocco spirituale può essere collegato ad una ferita emotiva subita da piccoli, una malattia o un dolore fisico possono corrispondere ad una emozione bloccata, un sentimento può essere non riconosciuto a causa di una convinzione o di un condizionamento mentale, ecc…
La cura non comporta quindi l’eliminazione del disagio o della malattia, ne comporta l’accoglienza e la possibilità di essere arricchiti da questa. Curare può significare riportare alla luce ciò che era rimasto isolato nella sfera e rivitalizzare il collegamento con la vita emotiva, fisica e spirituale, rimettere insieme i pezzi e risentirci compatti nella sfera che siamo.
Ciò che evolve con la cura è la capacità di affrontare quelle onde energetiche che corrispondono ai blocchi o difficoltà personali che incontriamo nel viaggio della vita e che ci permettono di non essere annegati dall’onda stessa. In questo senso il procedere in modo circolare all’interno della sfera può essere paragonabile ad una spirale che, attraverso la cura crea quello spazio sempre maggiore che l’avvicina al suo centro, il cuore.
Non combattere contro il disagio o la malattia è un processo che accade nel cuore, è già un “fatto del cuore”: l’accoglienza, la dolcezza, la comprensione, la con-passione di ogni aspetto, disagio, sofferenza, malattia accade nel cuore.
Quello spazio, riempito dallo scorrere della relazione fra counsellor e cliente ecco che può diventare un’opera d’arte. Sia avvalendosi di competenze tecniche artistiche (che sia la pittura, il teatro o la scrittura o il cinema ecc), sia della capacità di liberare il terreno dalle difese del carattere e delle convinzioni mentali per diventare nel qui e ora canale dell’energia ricettiva e creativa insieme, nasce quel processo di cura che si avvicina ai fenomeni del processo creativo artistico in cui ci troviamo appagati ed appassionati del momento presente, pronti a dare e ricevere nello stesso attimo.
Il proprio vivere, anche il più doloroso, è interessante, importante materiale da visitare, elaborare, sottoporre a quel processo creativo che lo fa diventare un prezioso tesoro, materiale che la parte artistica di ognuno di noi può trasformare attraverso quel processo alchemico che accade nel cuore
Perciò non credo alla guarigione. Credo che stare meglio possa voler dire che le proprie difficoltà si guardano con amore invece che con il terrore che spinge a volerle eliminare.
IL TABU’
“ Il Tabù è un limite, è come un filino elettrico che dà la scossa, se sopporti la scossa ci passi. Una volta che ci sei passato ti accorgi che è effimero e ci puoi ripassare. La conseguenza densa è che se vuoi tenere un tabù lo devi rispettare, lo devi coltivare, perché basta nulla e va giù… Infrangere è normale, rispettare è anormale… Poiché il tabù è una struttura a tua disposizione, che hai ereditato culturalmente per renderti la vita più facile, puoi rompere la struttura quando lo ritieni utile. Può essere di aiuto o di ostacolo a seconda dell’insieme della vita…” P. Quattrini *1
E’ consigliabile tenere da conto il tabù e sentirne la scossa, poiché questo permette di farti avvicinare ai tuoi limiti e sentire se è il caso di valicarli o meno, sentire se il limite ti imprigiona e non ti permette di ampliare i tuoi orizzonti o se invece ti difende dal rendere la tua vita ancora più difficoltosa ed incasinata. Con il rispetto della scossa si può andare molto vicino alla persona e questo è molto utile sia nelle relazioni private che nel mestiere di counsellor.
Per noi occidentali il vero tabù, la vera trasgressione non è fare sesso ma accedere al mondo delle emozioni, delle sensazioni e dei sentimenti e prendere coscienza delle nostre dinamiche psichiche, senza esserne sopraffatti. Cioè il tabù per noi non è fare sesso in se stesso, ma come lo si fa.
L’atteggiamento più comune, nella cultura occidentale, è tentare di allontanare l’ascolto interiore e di uscire dalla presenza a se stessi servendosi dell’eccitazione e dell’ebbrezza. L’onestà interiore consiste nell’accorgersi ed accogliere ciò che sentiamo in ogni momento, rimanendo presenti nell’eccitazione piuttosto che nel dolore piuttosto che nel piacere o nel sentimento, senza cercare di nascondere le imperfezioni o punirci con i sensi di colpa.
E’ dall’avvicinarsi al tabù, cioè alla coscienza e l’accoglienza di quel che c’è, che troviamo gli strumenti per migliorare ciò che non ci piace di se stessi.
Sia il Tantra che le Arti, “mettono a nudo”, a volte il corpo, a volte l’anima, ed in questo secondo caso spesso il tabù è ancora più denso. Si caricano quindi entrambi del tabù di mettere a nudo.
Questo ha una doppia valenza:

  1. propongono la difficoltà di guardare il tabù e di assumersi la responsabilità di averlo.
  2. offrono la possibilità di compiere un percorso per superare il tabù.

Nel Teatro, per esempio, il tabù consiste non solo nel mettere a nudo ma anche nel mostrare la nudità.
Il teatro rivela una vita interiore che a volte si spinge anche oltre l’interiore, una vita soprannaturale: il mistero del teatro ovvero quel clima magico che lo rende vicino, poiché come spettatori ci possiamo identificare o riconoscere in ciò che accade sulla scena o nell’anima del personaggio, e, nello stesso tempo, lontano, poiché è immaginario e fantasioso e accade all’ ‘altro’ (al personaggio, all’attore e non a noi stessi).
Per cogliere il soprannaturale è necessario avere ridimensionato schemi mentali, pregiudizi, blocchi, …e nel ridimensionare si fa spazio, creando spazio vuoto. Ecco che si presenta il vuoto, il vuoto fertile, lo spazio che rivela.
Il fenomeno del mettere a nudo e rivelare può essere tabù.
Tragedie, ammazzamenti, amori, sesso, intrighi, temi frequenti nelle opere teatrali, sono spaventosi e da tenere nascosti, sono ombre oscure da non rivelare, sono un mondo sconosciuto.
Nel teatro di ricerca degli ultimi anni, come negli antichi rituali sacrificali religiosi, si sono uccisi cavalli in scena, dissanguati animali. Ciò rivela il mondo nascosto e spesso spaventoso dell’ombra umana, a volte dell’inumano. Questo è un tabù, un filo da non valicare, troppo fuori dagli schemi, completamente imperfetto.
Come spettatori, soltanto nel mistero, nel buio della platea, nella magia del teatro, nel pensarlo distante da noi troviamo la porta per superare il tabù e accedere al mondo nascosto dell’imperfezione.
Nel counselling artistico per esempio, ma anche nelle esperienze dei rituali tantrici, il cliente trova la forza di superare il tabù per bisogno, per estremo bisogno di cambiare qualcosa che non va, per quella sofferenza che rende indispensabile fare nuove esperienze che oltrepassano il filo che iniziamo a sentire come imprigionante.
Come attori superiamo il tabù per bisogno di rendere il proprio lavoro utile anche all’anima, per continuare a fare esperienza e misurarci con ciò che nella vita non possiamo permetterci: fare una scorpacciata di anima, con tutte le sue spaventose giungle e le sue pacificanti radure.
Come counsellor  ci avviciniamo al tabù rispettando maggiormente la sensazione data dalla scossa elettrica, con delicatezza, ampliando la capacità di ascolto dalla quale nascono le proposte da fare al cliente, di esperienze che possano gradualmente avvicinarlo all’atto di tagliare il filo.
Il teatro, ed ogni altro tipo di Arte come la scrittura, la danza, la pittura, il cinema d’autore, la scultura, possono essere quindi un canale per sciogliere il tabù del mondo nascosto dell’anima e dello spirito, vivendolo e concretizzandolo nella realizzazione dell’opera stessa.
Nel teatro e nella danza, ma anche in alcune esperienze tantriche, un risvolto del tabù del mettere a nudo è l’esibizionismo, è necessaria un certa dose di esibizionismo per mostrarsi.
L’esibizionismo può essere per alcuni un tabù. In questo caso è ancora più necessario aumentare la sensibilità verso “il filo”, se non si sente la scossa del filo, si rompe irrispettosamente un confine provocando un’invasione che invece di avvicinare allontana. Mostrarsi può essere invasivo per alcuni e la conseguenza è la separazione dal gioco e quindi da se stessi oltreché dagli altri.
Il risvolto terapeutico dell’ avvicinarsi al tabù del mostrarsi è togliere gradualmente la maschera ed entrare passo dopo passo in comunicazione intima con l’altro, con gli altri, attraverso quella comunicazione che amo chiamare ‘del cuore’,  priva di giudizio e di critica, ricca di accoglienza, trasparente e profonda nell’offrirsi per ciò che si è nel momento.
Il Tantra in particolare, ma, ancora per troppe persone, anche tutto il mondo dell’Arte, inteso come strumento per mettere a nudo e mostrare, è per se stesso un tabù e come tale è tenuto lontano ed è difficile da praticare. Questo è uno dei motivi per cui le persone non amano mettersi in gioco in queste forme e tantomeno se sono associate a un lavoro che implica un movimento psicologico, di maggiore coscienza di sé o che ha a che fare col cambiamento e il ridimensionamento delle proprie strutture interne, in quanto vorrebbe dire sentire la scossa del mettersi a nudo e prendersi la responsabilità di tagliare il filo o meno.
Mi viene in mente Caravaggio, il dipinto su Giuditta e Oloferne … la pittura così cruda del taglio della testa compiuto da una fanciulla esile e delicata verso un uomo scuro e brutale, un’immagine simbolica dell’esperienza densa del  tabù, una visione davanti alla quale ci si ritira per esserne emotivamente troppo scossi, ma al contempo se ne è attratti, un’opera d’arte spaventosa che ci lascia lo spazio ancora più intrigante della bellezza.
E’ la bellezza di un’immagine che nel suo contenuto non dovrebbe averne. Un taglio della testa con coltello tenuto in mano da una bella ed esile donna, sangue che cola e occhi che escono dalle orbite. Se privata del contenuto artistico, non è di per sé una bella immagine. Eppure ne percepiamo bellezza, la bellezza artistica, una pittura forte e perfetta, una luce talmente intensa che rende l’immagine divina, il sacro ed il profano si sposano. Ecco il tabù: ma la nostra mente è costretta a cedere ed a lasciare che lo schema del giusto o sbagliato, del giudizio, si sgretoli davanti a tanta divina bellezza ed inizia ad accogliere,  ad accogliere la possibilità che quasi…anche un omicidio in termini così divini, si possa accettare.
In questo caso l’arte ci aiuta ad avvicinarci al tabù. Il vantaggio è che se mi avvicino a quel limite imparo ad averne a che fare e cioè a scegliere o no di valicarlo. Il limite-filo così non è più tabù, diventa uno strumento nelle mie mani per ampliare ed approfondire le proprie occasioni di relazione.
IL TABU’ DEL SESSO.
Nel Tantra il Tabù può essere doppio. Il tabù del mettere a nudo è associato a quello sessuale poiché la sessualità tantrica mette a nudo.
Al giorno d’oggi avviene che le persone credano di aver superato il tabù perché socialmente si finge una certa liberazione sessuale, si mostra sesso in tv, nelle discoteche, per strada. C’è l’idea di ostentare il valicare del filo, ma è solo ‘un’idea’. Nel concreto l’esperienza  si rivela solo un tentativo di non sentire la scossa e non prendersi la responsabilità del tabù. Non sentire la scossa del tabù del sesso porta a non avvicinarsi veramente. Dentro di noi il sesso rimane una cosa spaventosa, non autentica, un’esperienza non realmente vissuta, non conosciamo cosa è il rispetto della sessualità, poiché non conosciamo veramente la sessualità. Il Tantra aiuta a sentire la scossa del tabù fin dal primo respiro, aiuta a giungere alla scelta personale di abbatterlo o meno, aiuta a rimettere il sesso e la relazione in uno spazio sacro e ad avvicinarsi a quello spazio con il proprio personale  modo di aprirsi.
Nella mia esperienza di conduttrice di gruppi di Tantra ho potuto vedere che il sesso può fare paura nel momento in cui diventa un autentico banco di prova con se stessi. Perché diventi soddisfacente, infatti, richiede di sentire l’anima e metterla a nudo smascherando come siamo dentro, richiede di considerare anche l’anima dell’altro ed accettarla per quel che è.
Per questo motivo siamo portati a negare o ostentare il sesso, ne facciamo poco e di nascosto o lo sbandieriamo per strumentalizzarlo ed esorcizzarne la paura. E’ così che rimane spaventoso, che è spesso fonte di cinico sarcasmo o di battute da cabaret, e ancora viene sentito come “ moralmente impuro”.
Il sesso è “impuro” perché può tirare fuori l’anima, mettere a nudo l’ombra e la sua imperfezione. Il sesso può richiedere di entrare in relazione profonda, con se stessi e con l’altro, scambiarsi gesti fisici di passione o di tenerezza, aggressivi, veloci, lunghi, sofferti, dolci o frugali, ma comunque gesti che esprimono la vita interiore, gesti comunque intimi. Perciò rende ‘fragili’. Ci aiuta a provare piacere tanto da sciogliere le proprie strutture e ricollegarci al cuore.
Nella mia esperienza ho potuto vedere che avvicinarsi al tabù del sesso aiuta a sciogliere i ghiacci della nostra vita, aiuta ad assottigliare l’incomunicabilità fisica ed emotiva, aiuta a sciogliere quel conflitto interno che nasce dal giudizio e dalla convinzione, spesso del tutto inconsapevole, ma proprio per questo ancora più profondamente radicata, che avvicinarsi al sesso e praticarlo significa essere “puttana” o “porco”.
Per una donna lo spessore del filo è ancora maggiore, i retaggi della cultura cattolica vedono la donna come spezzata: o “santa” o puttana” e non le permettono di interessarsi al sesso come veicolo per mettere insieme piacere e spiritualità. Questo ha creato tabù e separazioni dal mondo materiale ovvero dal proprio corpo. Privandola della fiducia nel proprio corpo, la ha appesantita di disfunzioni del sentire e depressioni, con conseguente perdita di autostima e del coraggio di essere autonoma sia economicamente che affettivamente, pur stando in relazione.
Anche se oggi l’emancipazione consente di avvicinarsi maggiormente come donne al mondo sessuale, ed anche al mondo dell’economia e del potere, si ritiene ancora che sia pratica e terreno maschile, proprio perché siamo ancorate ad uno stereotipo sessuale vicino alla cultura maschile pornografica, cioè finto. Anche se da diversi punti di attrazione, se, così come gli uomini, anche le donne sperimentassero la sessualità per conoscere le autentiche qualità dell’incontro come incontro totale di corpo anime e cuori e quanto questo tipo di incontro sia la porta per accedere alla spiritualità più elevata, ne sarebbero forse più attratte degli uomini stessi e la praticherebbero con meno tabù.
Nel Tantra la donna è rappresentata in ogni immagine femminile spirituale sia rabbiosa e aggressiva, sia guerriera, sia estatica, pacificante, acuta, accogliente, feroce, sensuale… tutti i suoi molteplici aspetti sono riuniti nella spiritualità. “…ed è molto liberatorio poter essere religiose senza dover tenere gli occhi bassi e celebrando il nostro essere FEMMINA” Micaela Zadra *2
Per noi donne può significare ammorbidire quella linea di separazione che ci fa sentire divise al nostro interno, sentirsi perciò intere e al contempo facilmente mobili nella molteplicità degli aspetti e personaggi al nostro interno.
Non sentirsi eternamente isolati o insoddisfatti delle relazioni affettive, può significare sperimentare la comprensione verso l’altro, ampliare la coscienza transpersonale e lo spazio del cuore.
NOTE
*1-dagli atti dello stage di supervisione condotto dal Dott. Paolo Quattrini, Campiglia- anno 2007
*2-TANTRA-la via dell’estasi sessuale, Elmar e Micaela Zadra. Mondadori Editore 1999
ALLEGATI – ESPERIENZE
‘LA LOTTA E L’ABBRACCIO’
Vorrei descrivere un semplice rito che si può praticare facilmente e spesso: Il rito de “L’abbraccio in ascolto”
Consiste nell’abbracciarsi in piedi per circa 10 minuti, possibilmente con il contatto di tutto il corpo dai piedi alla testa, compreso bacino e genitali, cercando di sentire cosa accade al nostro corpo quando sente quello dell’altro. Cercando di accorgersi quali parti del corpo sono in contatto e quali no, quando e se arriva la paura e quali sono i pensieri a riguardo, sentire quando e se si apre il desiderio sessuale, accorgersi di ciò che accade alla propria vita emozionale, oppure accorgersi che non succede proprio niente. Si tratta di abbracciarsi, di respirare e domandarsi ‘cosa sento? cosa provo ora? e dove nel corpo?’.
Riporto alcune testimonianze sull’esperienza.
“ Quella mattina era carica di una nottata di frustrazione. Dopo tanti mesi di difficoltà e di litigi anche il sesso che fino allora era stato sempre il nostro luogo di riconciliazione, quella notte non aveva funzionato. Angelo ad un certo punto ha perso l’erezione ed io sono entrata in una delle mie solite fantasie persecutorie in cui il pensiero migliore era: ‘ecco non gli piaccio più, non sono nemmeno più capace di farlo eccitare, devo perdere i kili che ho preso in questo inverno se non voglio che mi tradisca con una ventenne….’ E via avanti così.  Ci siamo addormentati senza trovare un rimedio, ognuno nella sua parte di letto, senza alcun contatto per tutta la notte.
Quella mattina, dopo circa 7 giorni che sperimentavamo l’abbraccio, ho iniziato a respirare più profondamente, forte, un suono mi usciva ad ogni espirazione. Mi sentivo più presente ma anche più emozionata. Non volevo lasciare l’abbraccio, avevo ancora alcuni minuti di tempo. Non volevo nemmeno mettermi a parlare con Angelo, mi avrebbe allontanato dall’esperienza. Sono rimasta lì abbracciata dai piedi alla testa, in piedi, sulla porta della camera. Respiravo e quasi cantavo. Angelo stranamente non si stupiva anzi, anche il suo respiro aumentava. Ad un certo punto il mio suono è diventato grido, ed una rabbia furiosa mi è uscita dalle mani, stringevo le spalle di Angelo e gridavo. Ad un tratto lui mi ha sollevato. Continuava ad abbracciarmi ed ha iniziato ad emettere suoni anche lui ed inoltre si è messo a girare intorno al suo asse con me in braccio. I corpi di entrambi erano saldi e forti, la voce pure.
Abbiamo continuato così per un po’, Angelo cambiava spesso direzione del giro, io ogni volta urlavo di più.
Quando ci siamo fermati, siamo rimasti ancora un minuto in contatto, sentivo i piedi, la vagina, il cuore che pulsavano insieme. Era difficile staccarsi. La rabbia non c’era più, c’era una strana leggerezza ed una vibrazione nel torace
Non so quanti minuti siamo stati lì fermi insieme in ascolto prima di allontanarci, senza né parlare, né ridere.
Alla fine ci siamo guardati negli occhi… e senza proferire parole ci siamo comunicati un amore infinito.
Adesso ogni mattina utilizziamo l’abbraccio come rito di apertura ai litigi. Cioè dopo l’abbraccio ci prendiamo altri 10 minuti prima di uscire per dire reciprocamente tutto quello che non va.
Il fatto è che spesso non abbiamo proprio più niente di cui litigare, il cuore si apre e ci conduce in quello stato di accoglienza reciproca in cui i motivi di litigio perdono molta della loro importanza”.Carla 37 anni, infermiera

“E’ stato un incubo!.. sono capitata proprio con l’uomo del gruppo che mi repelle di più…. Non ce la facevo proprio ad abbracciarlo. Mi sembrava che lui mi stringesse troppo… sentivo il suo odore e non mi piaceva! Pensavo: Dio mio, adesso me ne vado! Ma perché uno deve abbracciare per forza qualcuno che gli fa schifo, perchè??!!’
Sentivo le forme del suo corpo un po’ molli.., le immaginavo sudaticce e pensavo: ‘meno male che almeno siamo vestiti’, mi sembrava di sentire l’odore del suo alito che non mi piaceva proprio… Ma tu dicevi che comunque fosse l’esperienza, sarebbe stato meglio rimanere, provare a stare lì. ‘Che palle! Ma che roba è, che vuol dire stare lì? Perché devo stare lì con uno che proprio è l’opposto del mio tipo?’ E sentivo l’odore del suo alito, non mi piaceva l’odore del suo alito… Ad un certo punto ho realizzato che la sua bocca era diametralmente opposta alla mia, ‘macché odore dell’alito , ma che sto pensando? io tengo la faccia voltata all’esterno, lui pure… questo non è l’odore del suo alito, è il mio!
Ecco che lì qualcosa è cambiato: con l’attenzione un po’ forzata al mio alito…ho iniziato a sentire me stessa, cioè a vivere l’esperienza da dentro il mio corpo, mi sentivo dalla testa ai piedi, sentivo il contatto con l’altro ma lo sentivo sul mio corpo e… mi piaceva! Sentivo le forme diverse dei due corpi ed il calore che emanava dalle parti che si toccavano e mi piaceva!
Mi sono accorta della tensione che avevo nelle spalle, le ho un pochino rilassate e sono riuscita ad appoggiare la testa sulla sua spalla… mi sembrava quasi che ‘il tipo’ fosse diventato accogliente, per bacco! Mi ci stavo quasi rilassando.
Un po’ mi pesa ammetterlo ma è vero che se me ne fossi andata quando volevo non avrei potuto provare il piacere del contatto, ma soprattutto non mi sarei mai accorta che non mi serve a nulla mettermi lì criticare gli altri, mi serve invece sentire me. Il contato con il mio corpo mi fa anche guardare, sentire, toccare e vivere le cose e gli altri in modo differente.’
Ilaria, 50 anni, consulente commerciale
“Non mi succede quasi mai, ma questa volta, già nei primi secondi ho avuto un’erezione. Dovevo rimanere abbracciato per 10 minuti ed ero già eccitato. E poi non volevo che lei se ne accorgesse, ma il piacere aumentava, avrei voluto strusciarmi al suo corpo, ma non ne avevo il coraggio. Nel frattempo pensavo che dopo le avrei chiesto di passare la serata con me, che avrei voluto farci l’amore. Cominciavo anche a sentire bene le sue tette. Insomma i pensieri hanno preso il sopravvento, non ero più lì a sentire l’abbraccio, l’eccitazione, il piacere e quant’altro. Pensavo a dopo.
Pensavo al sesso che avrei fatto dopo.
Pensavo a dopo, dopo.
E poi pensavo anche , ma se lei non vuole?
E l’erezione diminuiva un po’, poi però sentivo le tette e allora ricominciava.
Non me ne fregava niente dell’abbraccio, volevo che finisse e penetrarla subito.
Ora mi manca un po’ l’abbraccio, cioè è un’esperienza rara. Quando mai si sta 10 minuti ad abbracciarsi?
E adesso mi accorgo che ho perso quel treno solo perché pensavo a qualcosa che se volevo forse avrei potuto avere lo stesso o almeno provare ad avere, senza per forza distrarmi dall’abbraccio a causa dei pensieri vorticosi sull’eccitazione che avevo. Mi sarebbe piaciuto rimanere eccitato, ma in ascolto, lì abbracciati. Non pensare, sentire l’ eccitazione e godermi l’abbraccio e basta. Senza andare con la mente sempre oltre. Poi in un oltre che veramente non c’era.
C’era l’abbraccio… e me lo sono fatto scappare.”
Andrea, 43 anni, ingegnere
“…ancora non mi spiego cosa mi sia successo ieri in quell’abbraccio…quella commozione, quelle lacrime hanno sciolto qualcosa… spero che sia l’inizio di un nuovo percorso per me… l’importante è che sia successo”
Giuseppe, 46 anni, massaggiatore 

Il gelo proprio, non succedeva nulla , quella mattina non sentivo niente. Non mi sembrava nemmeno di stare col mio compagno. Lo abbracciavo con la netta sensazione che non lo amavo, sentivo il cuore chiuso ed una spiacevole sensazione di lontananza, contavo i minuti per arrivare alla fine del rito. Pensavo agli impegni della giornata. L’esperienza raggiunta nella vita però non mi permetteva di subire e basta. Allora mi sono imposta di non pensare al tempo, ho accettato il tempo, non ho più guardato l’orologio, e sono rientrata ad ascoltare il freddo che provavo. Ho accettato che quel giorno era semplicemente così quell’abbraccio. Distante e freddo.
Alla fine ho guardato Gianni e gli ho detto: ‘amato mio, dobbiamo riprendere a divertirci insieme. Durante la giornata pensiamo cosa veramente vorremmo fare per divertirci e stasera ne parliamo’
Non so come mi siano uscite quelle parole. Ma era veramente quello di cui avevamo bisogno.
Anna, 56 anni, pensionata

Questo rito è facilmente praticabile in associazione ad un altro che si chiama ‘La lotta del corpo emotivo’.
Si tratta di prendersi le mani vicendevolmente, in posizione frontale secondo l’immagine che riporto qui 

 , tenere i piedi ben radicati a terra, con le gambe aperte e le ginocchia non rigide. Guardandosi negli occhi il più possibile.
Questo rito può essere molto utile sperimentarlo nel caso di litigi, di rancore accumulato, di quella rabbia che non trova pace nelle parole corrispondenti alla razionalizzazione del problema.
Mi collego con le emozioni forti che provo, la rabbia o il dolore e le sento nelle gambe fino a trasportarle nelle mani. Insieme al partner, senza parlare, metto l’emozione nella forza fisica e la lascio esprimere nel corpo, nella spinta reciproca delle mani e nei suoni. Gridiamo se necessario e spingiamo, dando ‘corpo e suono’ al rancore, al blocco, alla rabbia, al dolore, Può essere che questo sentire trovi una direzione nella forza fisica e nella pressione delle mani, e che una volta percorsa questa strada non abbia più necessità di opprimere corpo e cuore e di conseguenza riversarsi nella relazione con l’altro. Finita questa esperienza si prova ad unire il rito dell’abbraccio, prendendo tutto il tempo necessario, senza perdere l’ascolto e la connessione con l’esperienza, cioè sentendo passo per passo e attimo dopo attimo come entrare in abbraccio in maniera autentica per poter vivere l’esperienza come nasce nel qui e ora. Come anche le testimonianze spiegano abbastanza chiaramente.
Sperimentare spesso la ritualità della lotta e dell’abbraccio, può voler dire avvicinarsi al tabù, percepire il limite che esso pone alla relazione, alla sfera affettiva e al piacere erotico, scegliere consapevolmente di valicare il filo elettrico o meno. Può aiutare ad avvicinarsi alla sensazione che nasce nel cavalcare con presenza le energie e lasciarle scorrere fino ad ampliare quegli spazi interni dove il cuore si apre.

 

La gestalt tra estetica e spiritualità

di Angelo Contarino

Pubblicato sul numero 16 di Formazione IN Psicoterapia, Counselling, Fenomenologia

 

In genere si dice che l’azione del terapeuta, dell’operatore della relazione d’aiuto, dell’amico che ascolta, è tesa a far sì che la persona conosca il suo mondo interiore e possa operare per il suo bene, perché le cose funzionino meglio e  sia più felice.
Con altre parole, prese dal linguaggio della filosofia, si potrebbe dire che chi aiuta deve avere nozioni ed esperienza nel campo della conoscenza(logica-gnoseologica e dell’etica. Del conoscere e del fare.
E il sentireE il percepire?
Chi può aiutare a sentire in un altro modo, ad ampliare la propria percezione di sé e degli altri, a percepire oltre i propri occhiali, a fare attenzione alla forma oltre che al contenuto, al silenzio tra una nota e l’altra della vita e allo spazio che le contiene?
Molti dei nostri problemi derivano proprio dal modo in cui percepiamo le cose e dal modo in cui immaginiamo una soluzione.
Ci può essere cambiamento senza la maturazione di una nuova percezione, di un nuovo punto di vista, di un nuovo sentire?
Questo tradizionalmente sarebbe un campo dell’estetica e della spiritualità, che tanti contatti hanno tra di loro, ma si può ben dire – e opportunamente Paolo Quattrini ci richiama l’attenzione su questo – che alcuni problemi da risolvere hanno una connotazione estetica e che  la dimensione estetica è altrettanto importante delle altre due: la logica legata alla conoscenza e l’etica relazionata con il buon fare.
Fare attenzione alla dimensione estetica della vita significa affinare le proprie “lenti” di essere umano e operatore nella relazione d’aiuto.
A me pare che la profonda,“archeologica”, e originale riflessione di Paolo Quattrini non solo consente di seguire e comprendere il sorgere della Gestalt nel contesto filosofico, scientifico ed artistico in cui è incastonata, ma, tenendo sempre presente la sua dimensione estetica, è un prezioso veicolo per intendere il valore centrale dell’ars imaginativa nel processo di restauro e/o ricostruzione dell’edificio umano per elevare la qualità dell’esistenza.

La qualità della vita è fatta di funzionalità ma anche di godimento estetico.
Se uno dovesse immaginarsi un posto comodo in cui vivere se lo immaginerebbe spontaneamente anche bello.

In un racconto orientale si dice che lungo la via commerciale che da oriente conduceva ad occidente passavano lunghe carovane di cammelli che portavano, tra le molte cose, anche sacchi di thè.
Molta gente aveva visto le preziose foglioline e pensava di sapere che cosa fosse. Quando finalmente un gruppo di persone decise di provarla e ne sentì il gusto allora comprese che cosa fosse. Non era questo, non era quello e nemmeno quell’altro, ed aveva un gusto inconfondibile. Per conoscere in profondità bisogna anche gustare, sperimentare, assorbire.
Il senso di piacere che resta sul palato di chi assaggia il thè parla di qualcosa che è diverso dal bene che se ne può ricavare per l’organismo, anche se è intrecciato ad esso. Va oltre l’etica -lo prendo perché  mi fa bene-  e va oltre la classificazione logica. Il gusto è imparentato con il bello e  può andare oltre la funzionalità e la logicità. La  dimensione del gusto, del sentire un certo sapore, dell’apprezzare il bello, dell’ascoltare i suoni e quant’altro nobilita le nostre percezioni sensoriali e il nostro organismo, è parte importante dell’estetica.

Immagino – perché nella storia non si racconta – che un giorno passò un individuo, che fermandosi nel villaggio, invitò alcuni amici a prendere il thè, ma questa volta lo servì in maniera cerimoniale.
Ispirato da un sentimento nobile di amicizia e da un senso non lineare del tempo, dedicò una particolare attenzione a tutti i gesti che costituivano il momento del bere il thè: la preparazione dell’acqua, della teiera e delle tazze, del modo di servirlo, di stare seduti, di star bene tra di loro e di sorbirlo. Invitando a scoprire altre scansioni del tempo e dello spazio. Proponendo un’altra forma di prendere il thè.
Immagino che quel thè di cui già si conosceva il gusto lasciò in bocca un altro gusto o completò il gusto conosciuto e rivelò la sua “essenza”.  Divenne una conoscenza intima, un sapere, basato sulla grande esperienza del sapore in un contesto di maggior apertura sensoriale ed emotiva. Divenne un’esperienza dai contorni spirituali.
La dimensione estetica, come quella spirituale a cui spesso è associata, è una dimensione sottile: è la dimensione dell’essenza delle cose, della loro “anima”.

E’ più difficile parlarne perchè mostra e parla di modi e di esperienze che non si possono esprimere secondo la logica abituale.
La Gestalt pretende di parlare anche all’essenza della persona, e questo le dà una connotazione  estetica e spirituale. Non è solo il fatto che spesso utilizza metodi e strumenti che sono del mondo artistico-creativo e  spirituale. La Gestalt insegna all’essere umano a restare in contatto con la sua essenza, la sua “anima”.

La parola estetica rimanda etimologicamnete alle sensazioni -aisthetikòs significa sensibile– a quell’infinito, intimo e sottile repertorio di tracce e segni che la complessità dell’organismo intercambia con se stesso e con l’ambiente.
Gestalt, estetica e spiritualità, in effetti,  fanno particolare attenzione alla materia sensoriale e alle percezioni, ai sapori e li nobilitano perché colgono in essi  un’esperienza basica della vita: il respiro, il movimento, la forma, il gusto, il modo di essere e di esprimersi, la congruità tra il sentire e l’agire.

Tempi, attenzione, accoglienza, spazio, fanno parte sia dell’estetica, sia della spiritualità, sia della gestalt, come di tutte quelle cose vive che si intendono preservare dal monotono grigiore della vita quotidiana.
Non accontentarsi del superficiale, andare oltre, cogliere l’essenza delle cose, aspirare all’autenticità, sfiorare il senso del sacro e approfondirlo sono caratteristiche di tutte e tre.

Nel “teatro povero” di Grotowski l’azione organica, ispirata, che nasce da dentro e quindi autentica, coglie la dimensione estetica, che è  il suo modo specifico di raggiungere il pubblico. Autenticità e grazia, spontaneità e bellezza si intrecciano e si confondono. Se ne riconosce implicitamente la stessa origine.
Nelle tradizioni spirituali vive, la comunicazione dell’esperienza può avvenire attraverso pratiche giocose o artistiche, entrambe di grande valore estetico, come nel buddismo zen, il sufismo, il taoismo e il cristianesimo dei poveri di spirito. La stessa pratica della meditazione e della preghiera ha un suo valore estetico.
La dimensione estetica è sempre lì presente, a portata dei sensi, ci è vicina ma non riusciamo a coglierla, occupati come siamo dal bisogno di sbarcare il lunario o di integrarci di più in una società che ha rinunciato alla felicità.
Essa ha bisogno di tempi diversi da quelli ordinari, di una percezione del respiro proprio e degli altri, di uno spazio per il sentire e il gustare, di silenzio, di vuoto.
La dimensione estetica, come l’etica, è legata ai due principi complementari  del “solve et coagula”: il principio di dubitare e togliere ciò che non è così vitale e significativo per l’esistenza umana e quello del contare e affidarsi a ciò che è essenzialmente organismico.
Mentre dunque si valorizza quanto è stato ed è frutto di un’esperienza piena, allo stesso tempo si chiede la disponibilità ad abbandonare le certezze e di spogliarsi, dal punto di vista esistenziale oltre che teorico, di tutto ciò che si sente superfluo e inutile, lontano dalla vita.
Nessun artista è tale perchè aderisce ad una solida teoria estetica. Senza negare l’importanza dei modelli, delle esperienze precedenti, il fatto artistico, che è tale perché assume valore per chi lo compie e per chi ne fruisce, fa affidamento su  un fattore esistenziale, di ricerca, creatività e di trasformazione personale.
Pur apprezzando i modelli estetici che hanno costituito la storia del “bello”, non può esserci  identificazione con nessuno di essi, perché ciò che può essere definito bello è visto in relazione alla persona, al suo momento, al processo, alla situazione e alle dinamiche più grandi.
Il nuovo umanesimo del secolo scorso, con la sua riscoperta del valore dell’uomo, della relatività, del corpo e dei sensi è servito a maturare anche  una nuova idea di “bello”, più aperta e flessibile, che ha superato quella assoluta e tradizionale derivata dal passato.

L’estetica è pertanto legata alla creatività e alla sperimentazione.
Anche  la Terapia della Gestalt è un processo sperimentale, che assomiglia più ad un laboratorio artistico che a quello scientifico.

 

Si creano, nella relazione d’aiuto, e senza pretenderlo, nuove forme, nuove visioni, nuovi orizzonti esistenziali che espandono e completano l’esistenza individuale e collettiva e la rendono più consapevole e bella.
L’accettazione di sé, l’integrazione delle parti, produce spesso una sostanza simile alla bellezza anche esteriore. E’ la magia della presenza, frutto della completezza dell’esserci e della sua spontanea manifestazione.
In realtà un organismo ben integrato non solo funziona meglio ma appare anche più vitale e bello.
La manifestazione autentica ha una sua forza, una sua grazia, una sua bellezza. La congruità tra l’espressività e l’impulso organismico produce una grazia particolare, un profumo personale.
Nel teatro di Grotowski si attende l’azione organica, che fluisce dall’organismo e quando accade ci si accorge della sua bellezza oltre che della sua forza.
La “povertà” del teatro di Grotowski è da relazionare allo spogliarsi degli elementi inutili, falsi, automatici e ridondanti dell’azione teatrale e dell’agire umano.
Il processo organismico non si può dare senza la complementare azione del levare, del destrutturare, del vuoto.
Ma il vuoto a cui ci si riferisce non è da intendere come vuoto in sé, il nulla assoluto, quanto piuttosto come vuoto fertile. In sintonia con le tradizioni spirituali orientali, si tratta di un vuoto che ha come riferimento il suo opposto, il pieno .
L’esserci spesso non è così pieno, si ritaglia uno spazio di sterile esistenza e solo il collegamento all’essere lo può vivificare. Ma questo collegamento richiede un abbandono dei punti di sicurezza, degli orizzonti conosciuti e invita ad un attraversamento del vuoto.
“ Io non mi sento più sicuro di niente. Molte delle mie convinzioni passate ora le metto in dubbio… Ho capito bene quanto sono piccolo nell’universo e che ne rappresento una piccola parte”. Belle, preziose, queste  parole mi sono sembrate quando le ho sentite pronunciare  in un recente convegno di Gestalt a Trieste da Sergio Mazzei, uno dei primi e apprezzati gestaltisti italiani, che ha colto e proposto sempre la dimensione sottile, spirituale, dell’incontro umano anche nel campo psicologico.
Mi sembrano il segno di un percorso di ricerca umana e spirituale che percepisce nel campo delle relazioni, nella mancanza di esistenza in proprio, nel vuoto fertile, il tessuto connettivo della vita.
Il vuoto fertile coglie  il senso  del processo, della “impermanenza”, per cui tutto passa e tutto si trasforma, una composizione in cui l’individuo è la tessera di un mosaico biologico naturale in evoluzione. Il divenire individuale è in relazione non solo alle relazioni orizzontali, con gli organismi degli altri sistemi – famiglia e i diversi gradi di ambiente fisico e affettivo-  che in qualche modo lo compongono e strutturano, ma anche alle relazioni verticali, con quanto lo ha preceduto sia a livello biologico che psicologico. Il vuoto fertile è in relazione al principio della relatività universale e quindi dell’interconnessione universale. 
Accettare l’unità della vita nelle sue profonde diversità, percepire che l’uomo e la natura non si possono separare, che l’uomo è natura in evoluzione, dotato di organi sottili ma anche  di tessuti meno specializzati e quasi materiali, come le unghie e i capelli, ci può condurre al superamento di quel pregiudizio esistenziale e intellettuale che l’uomo è quello che deve domare la natura e piegarla ai suoi fini, può facilitare la trasformazione della percezione che l’uomo e l’umanità siano separati da ciò che li circonda, può far fecondare la percezione di un sé interconnesso, meno granitico ma più fluido e vitale.  Un sé difficile da definire in se stesso, visto che la sua natura è di essere relazione, in relazione spazio-temporale. Dal punto di vista etico ricordare tale origine  significa esaltare la dimensione del “noi”, dell’essere in connessione con le persone e gli esseri della natura. Significa accogliere il concetto di un essere di relazioni al suo interno, in relazione con l’ambiente. Edgar Morin la definisce “relianza”. “Relianza con un altro, relianza con una comunità, relianza con la società, e al limite con la specie umana.” 
Significa comprendere che non esiste beneficio esclusivamente individuale e che la propria azione avrà mille risvolti e conseguenze nel grande mare della vita. Significa dunque essere consapevoli della dimensione ecologica dell’azione e della sua congruità con l’ambiente.
Dal punto di vista estetico significa che il nostro fare creativo, artistico, la manualità e la conoscenza, la stessa creatività sono frutto di tracce e percorsi diversi che si incontrano e si separano a diversi livelli e dimensioni e che pertanto si possono aprire agli influssi di qualsivoglia elemento estetico universale. A condizione che non sia giustapposizione e citazione ma rielaborazione essenziale e personale.

Il vuoto fertile è la condizione della dimensione estetica, di quella spirituale ed anche della Gestalt. Corrisponde al levare i veli di maya, alla sperimentazione, alla ricerca, allo stile personale e autentico, alla leggerezza dell’essere.
Nello Zhuangzi si fa spesso riferimento alla forza del vuoto: “ L’artigiano Shui torniva oggetti così perfetti che sembravano disegnati con il compasso e la squadra; il suo dito seguiva la forma delle cose senza che la sua coscienza intervenisse. Giungeva a simile abilità perché la sua anima, concentrata, era libera da ogni ostacolo”. 
Si può scorgere in tale frase un riflessione sul vuoto : non c’è bisogno di mezzi sofisticati, “occorre seguire la forma delle cose e  fare il vuoto dentro di sé, aiutandosi con la concentrazione”. 
Il silenzio e le varie forme di meditazione sono il giardino dove cresce bene il vuoto fertile, che ha per sua natura la forza della fecondazione e  diventa  principio di creatività nell’individuo e nella sua opera.
Prendendosi cura del proprio giardino si alimenta la tensione continua e spontanea verso la creazione di nuove forme e visioni, lo spostamento degli orizzonti, il richiamo all’autenticità, l’aspirazione alla completezza e alla integrazione armonica. Alla bellezza.

Le pratiche meditative sono spesso basate sul respiro e sulla percezione corporea, sul silenzio e l’ascolto, sull’orientamento spontaneo della propria bussola interna verso ciò che c’è ma non si vede, verso un mondo di possibilità, verso la potenzialità, verso il di più che si può cogliere in tutte le cose. Il “di più” è ciò che ha dato etimomologicamnete origine alla parola magis, da cui magia.
Il mondo della meraviglia, della sorpresa, dello straordinario.
E’ il mondo dello sciamano, egli stesso uomo comune ed artista, che cura se stesso ritornando alle sue origini, le nobili origini dell’essere, che si ricongiunge con la sua anima, a cui lui presta il suo corpo, la sua sensibilità, la sua percezione.
E dal corpo nasce un altro corpo, artistico, attraverso strumenti che sono corporei.
Nasce l’arte. Figlia di una sofferenza che trova accoglienza e che è distillato della dolcezza che la contiene. Figlia anche del godimento e della felicità che trova uno spazio caldo d’accettazione.
Lo sciamanesimo è la prima forma che l’umanità si è offerta di prendersi cura di sé e contemporaneamente la prima manifestazione estetica.
La terapia della Gestalt ha questa esperienza nel suo bagaglio genetico, nel suo back ground culturale.
Perls aveva la facies interna dello sciamano, lo sapeva lui e glielo riconoscevano quelli che gli stavano intorno. Nel suo periodo californiano, il suo operare da vedente, da guaritore delle anime, lo mise in contatto con altri che come lui avevano lo stesso dono.
In un certo senso dire che lo sciamanesimo è nel codice genetico della Terapia della Gestaltsignifica che continua ad esistere oggi, sia per l’operare di quelli che ne continuano a trasmettere l’esperienza sia perché nell’alveo grande della Gestalt c’è l’atmosfera adatta perchè tali talenti sorgano spontaneamente e siano accolti con benevolenza.

Nell’ampio orizzonte della Gestalt, il lavoro di Claudio Naranjo l’ho sempre percepito come  teso a ricordare e vivificare l’esperienza di trasformazione propria dello sciamanesimo, insieme a quella delle tradizioni spirituali.
La finalità è la stessa.
L’aspetto transpersonale della psicologia che Naranjo permette di sperimentare nei suoi corsi di formazione continua la linea di Perls e la arricchisce.

La proposta delle pratiche meditative e di fermento energetico, l’ambiente caldo che Claudio Naranjo riesce a generare attraverso di esse, creano il contesto di quieta profondità che permette ai partecipanti di venir fuori con il loro tumultuoso esserci e di accoglierlo nel suo manifestarsi.
Il conflitto si può manifestare nella fiducia del ristabilimento dell’equilibrio organismico.
La dimensione dionisiaca della vita si raccorda con quella apollinea.
Il vitale, con i suoi aspetti convulsi, impulsivi, sacrificati, tormentati, gioiosi, esaltanti, senza speranza, è accolto da uno spazio di benevolenza e amore.
Il mosaico di esperienze che Naranjo propone come complementari all’esperienza meditativa e spirituale sono di origine creativa ed artistica. La stessa pratica della Terapia della Gestalt, uno dei molti ingredienti dei SAT, riscatta “l’eredità californiana”, sensibile più che alle tecniche al sentire intuitivo dell’operatore. Un sentire che può divenire risorsa nel proprio lavoro e filo rosso di una trasformazione personale e collettiva a cui è si fa sempre spazio.
La qualità della vita richiede la soddisfazione di tanti bisogni, da quelli elementari, basici, di una sana e sufficiente alimentazione – che sono ancora dolorosamente lontani per una parte significativa dell’umanità – a quelli di una realizzazione nel campo estetico e spirituale.
Se immaginassimo, si è già detto, un posto dove vivere felici faremmo attenzione oltre che alla sua funzionalità anche alla bellezza e alla pienezza dell’esistenza.
Etica, estetica e spiritualità non si possono separare.

Le pratiche spirituali (le varie forme di  meditazione, le pratiche di silenzio, la preghiera recitata e immaginativa, danze e arti di rilassamento e concentrazione, movimenti ispirati) di tutte le tradizioni spirituali vive sono la culla e il collante della varie dimensioni dell’esistenza.
Di tutte si dice che sono una cosa misteriosa, ineffabile –  ed è importante avventurarsi nel loro mare sotto la guida di un istruttore, un maestro – ma si può provare a dire qualcosa.
Può sembrare strano che una cosa che mira a realizzare stati di consapevolezza elevati si poggi, per lo meno inizialmente, su uno star seduto, un fare attenzione al respiro, un attivare le sensazioni corporee, un gustare il semplicemente stare, un ricordarsi di avere un corpo e di sentire il processo vitale che si svolge nell’organismo.

In un racconto sufi si dice che per fare un buon pane c’è bisogno di tre elementi: molta farina (grano macinato), una buona dose d’acqua pura (da andare a prendere alla fonte) e un poco di sale (ben depurato). Si fa intendere, metaforicamente, che l’uomo è fatto nello stesso modo: ha un corpo, il grano in buone quantità; emozioni fluide come l’acqua; poco sale ne esalta il sapore. Ma sembra che gli uomini se lo siano dimenticato e si credono frutto di una ricetta in cui gli ingredienti hanno proporzioni invertite.
Ha molto sale in zucca, emozioni stagnanti e contaminate, e poco e niente corposità. Sale per niente depurato dalle incrostazioni dei pregiudizi e le idee folli, emozioni spesso ereditate e tossiche, e poco supporto corporeo, scarsa sensorialità, poca intelligenza corporea, istintiva.

La prima cosa che fa la meditazione, al pari delle altre pratiche, è ristabilire le proporzioni. Ci si ricorda, come ce lo ricorda il nostro codice genetico, che siamo esseri senzienti, con un passato e un presente di istintività e animalità,  con  respiro e un processo organismico naturale. Si prende contatto con la meraviglia di un essere senziente che funziona bene da solo e che ha una sua bellezza. Si scopre che il corpo è intriso di energia, che esso è animato e che ha una sua matura intelligenza.
E’ come diventare più grandi. Dalla testa che pensavamo di essere possiamo recuperare un enorme territorio che è il nostro.
Possiamo cominciare ad abitare la nostra casa, sentirci bene nella nostra pelle, a sentirci respirare ed essere.
Tutto questo lascia un gusto.
Si sperimenta insieme alla sensazione  di qualcosa di buono, la percezione di qualcosa di bello, di sorprendente, di elegante.
Senza negare le difficoltà di stare seduti o in piedi come nel Tai Chi Chuan ed altre pratiche meditative in movimento, la scoperta che il nostro tessuto vitale e energetico è così ampio e la sua integrazione nel nostro vissuto esistenziale può essere un’esperienza profonda ed ispiratrice.
Come lo può essere l’ascolto meditativo della musica.

Nel teatro sperimentale la preparazione psico-fisica è fondamentale, e in un certo senso prevalente rispetto alla stessa attuazione.
Quello che si ricerca nella preparazione è la presenza: l’attore sente la sua presenza, ed anche il pubblico.
Abitare tutto il corpo, sentirsi respirare fluidamente, sentire se stesso nello spazio, concedere spazio a sé e agli altri, permettere che nuove impressioni arrivino alla coscienza, restare recettivo e offrirsi all’esperienza, anche a quella del personaggio, è segno di presenza.
La presenza è una qualità dell’essere: il gatto ha la sua presenza, ce l’ha anche un fiore naturalmente, le montagne hanno presenza, l’uomo ce l’ha ma si dimentica di Sé e in questo dimenticare la presenza s’adombra.

La presenza per manifestarsi  ha bisogno una relazione con il tempo e lo spazio diversa da quella abituale. 
Cherif Chalakani, un riconosciuto terapeuta della Gestalt, che sintetizza un ampio bagaglio di esperienze, che vanno dal lavoro bioenergetico a quello musicale, come uno sciamano moderno, nei suoi “lavori corporei”, insegna percorsi per ricontattare la presenza, per riscattare l’anima,  e dice sorridendo che l’anima ha bisogno di un tempo indio.
L’ho sentito raccontare spesso la scena di un film – ma è così anche nella realtà – in cui le guide del vulcano messicano del Popocatepetl si fermano spesso nella scalata della montagna, molto di più di quanto gli scalatori professionali vorrebbero fare. Alla loro domanda “perché tante soste”, rispondono “per dare tempo all’anima di raggiungerci”.
L’anima ha i suoi tempi, certamente diversi per ognuno, perché è collegata alla capacità d’attenzione nell’esistere. Se non si pone  attenzione la sua fiamma si spegne.
Si tratta di un’attenzione priva di tensione, che non tende a controllare, di un’attenzione panoramica che espande la percezione ed è accogliente. Lascia che le persone e le cose si presentino, si manifestino.
La presenza ha a che fare con la sensazione di essere e  il sentimento  di essere vivo.
Ha bisogno di uno spazio ampio, accogliente, ricettivo, uno spazio più grande del sé e del noi.
Ha bisogno di varcare la soglia dello schema corporeo e sensoriale con cui spesso ci identifichiamo, non si sente ben accolta in un ambiente di fissazioni e ristrettezze emotive, essa è intimamente legata allo spazio delle possibilità e del fluire dei sentimenti, non si sente in sintonia con il  “cri cri” del grillo parlante, ha bisogno di un’altra musica, che abbia un altro tono e un’altra profondità, che evochi territori essenziali con cui ricongiungersi.

L’anima e la presenza non si possono incasellare e richiedono una disponibilità ad andare oltre, altrove, una disponibilità alla meraviglia del viaggio, al brivido  del volo, al dolore della ferita che si pulisce, a vincere la paura del vuoto dietro cui ci potrebbe essere il pieno che non si conosce; richiede una disponibilità a farsi guidare dal suo sentire profondo.
La presenza  è il focolare  dell’ispirazione,  quel sentire tanto sottile che vuole essere coltivato con molta attenzione. E’ come un vento leggero che spira e guida.
L’artista ne ha tanto bisogno, come il terapeuta e il ricercatore, prima di tutto per se stesso.
Si può chiamare in tanti modi, come tante sono  le sue  sfumature (insight, intuizione, intelligenza istintiva, intelligenza emotiva, ispirazione) ma si tratta sempre dello stesso alito che proviene dalla parte più vicina a noi, spesso trascurata.

L’ispirazione, la chiamata, la voce che suggerisce e  comanda, che accompagna il ricercatore spirituale, sostiene anche l’artista e il terapeuta: l’artista la infonde nell’opera per completarsi, sanarsi, sperando che possa servire ad altri, il terapeuta, il counsellor crea con la sua presenza lo spazio e il tempo opportuni affinché esseri umani che soffrono o sono semplicemente disorientati, disadattati, la riscoprano dentro di sé. E facciano della loro vita, del loro semplice quotidiano, un’opera creativa e in qualche caso artistica.

 

 

 Bibliografia

Joseph Zinker, Processi creativi in psicoterapia della gestalt, Franco Angeli, 2002

Jerzy Grotowski, Per un teatro povero, Bulzoni editore,1970

Giangiorgio Pasqualotto, L’estetica del vuoto, Marsilio, 1992

Edgar Morin, Etica, Raffaello Cortina Ed., 2005

Zhuang-zi, XIX, Milano,1980

Giangiorgio Pasqualotto, L’estetica del vuoto, Marsilio, 1992

La formazione e il processo di appartenenza al gruppo. L’esperienza artistica come co-creazione

Maria Grazia Cecchini*
Guanluca Taddei**

Atmos – artiterapeutiche
Centro di ricerca e formazione
Roma

Pubblicato sul numero 16 di Formazione IN Psicoterapia, Counselling, Fenomenologia

 

Quali peculiarità ha, oggi, la formazione in Gestalt? Perché e a che scopo l’esperienza artistica può entrarne a far parte? Quali percorsi può avere oggi una formazione in Gestalt?
Una prima, necessaria riflessione riguarda il modello formativo-pedagogico, che non può essere, per la natura stessa della Gestalt, quello trasmissivo1, ma che richiede un coinvolgimento diretto nell’esperienza formativa, il ricorso ad una prassi osservativa attiva, il riferimento a modelli (nel senso attribuitogli da Bandura2), l’utilizzo degli elementi intrapsichici e di quelli relazionali di studenti e formatori come materia prima per lo sviluppo di competenze e abilità di counselling e psicoterapia, o comunque di sostegno e aiuto alla persona.
Com’è noto, una Gestalt viva3 non si fonda, nel suo apprendimento, su una teoria resa solida da un lungo e profondo percorso epistemologico come quello, ad esempio, della psicoanalisi, perché assai diverse ne sono le premesse. Questo elemento che può essere considerato un aspetto di debolezza è, almeno in parte, giustificato dall’approccio nel contempo pragmatico e spirituale della Gestalt, che considera ogni persona come irriducibile ad una teoria onnicomprensiva e ritiene la terapia non un intervento “riabilitativo” ma un processo di auto-conoscena e liberazione.

Sintetizzando, tre sono i pilastri su cui poggia la formazione in Gestalt: 1) la formazione professionale non può che essere una formazione personale; 2) ogni processo di conoscenza è anche e soprattutto un processo esperienziale; 3) l’elezione per la formazione in gruppo, quale luogo d’incontro dialogico.
Sin dalla loro nascita è stata sempre prerogativa delle Scuole di Gestalt non dividere la dimensione terapeutica da quella formativa, distaccandosi così dagli altri modelli. Questa praxis formativa ha in sé efficacia e ricchezza, ma è anche una metodologia complessa su cui oggi, dopo anni di esperienza, possiamo forse riflettere utilizzando più punti di vista.
Quello che vogliamo proporre qui è uno sguardo su una dimensione fondamentale che riguarda il gruppo: il processo di appartenenza degli allievi ad esso, e il suo essere strettamente connesso al processo di apprendimento.

Il mondo delle persone prende corpo a poco a poco all’interno del campo relazionale4 che si viene configurando nell’interazione in atto, anch’essa irripetibile. La conoscenza è attiva, nel senso che, poiché avviene all’interno di un processo, è in grado di produrre importanti “spostamenti” (concetto meno impegnativo rispetto a quello di “cambiamento” o “trasformazione”) per il solo fatto di avvenire. Se allarghiamo tutto ciò a livello di gruppo, è facile immaginare come questo processo sia ancora più imponente; se poi aggiungiamo anche l’esperienza artistica, eccoci nell’occhio di un vero e proprio “ciclone evolutivo”, il che, evidentemente, richiede una qualche specifica attrezzatura.
Tra le molteplici modellizzazioni relative ai gruppi, due sono particolarmente pertinenti al discorso che stiamo sviluppando: quella di Lewin e quella di Bion. La prima si impone per i riferimenti cui lo stesso Perls, anche involontariamente, fa ricorso; la seconda semplicemente per l’importanza che non ha mai smesso di avere per ogni indagine che tenti di avvicinarsi seriamente al tema dello sviluppo e della gestione di un gruppo. Un terzo riferimento è contenuto nel titolo del nostro scritto, ed è quello al costruzionismo, che del resto è un anello di congiunzione tra molteplici approcci, dalla terapia sistemico – relazionale alla programmazione neurolinguistica fino al modello fenomenologico esistenziale.
Lewin (1979) affermò con chiarezza che il gruppo è più della somma delle sue parti. E’ una totalità dinamica, i cui membri sono in stretta interdipendenza e in cui il cambiamento che avviene in uno degli elementi interessa tutti gli altri componenti. Ogni gruppo sviluppa un sentimento del “noi” che indica il grado di appartenenza delle parti all’insieme; ha una sua soggettività, una struttura, una fisiologia ed una patologia, proprie e diverse da quelle delle sue singole parti. La leadership, in questa visione, è un “movimento” del gruppo verso la soddisfazione del proprio bisogno principale. La coesione interna ad un gruppo può essere così forte da elicitare negli individui il bisogno di rimanere in sintonia con il gruppo di appartenenza (i famosi esperimenti di Asch5 sul conformismo nei gruppi e l’influenza sociale confermarono in pieno questo assunto). Cosicché, diviene più facile abbandonare una convinzione per un’altra se si percepisce che anche il gruppo è disposto a farlo.
Bion6, com’è noto, si muove all’interno di una cornice psicodinamica. Fondamentale per tutto il successivo sviluppo relativo alle dinamiche di gruppo è l’affermazione, frutto dei numerosissimi lavori compiuti al Tavistock Institute, secondo la quale all’interno di un gruppo ne operano in realtà due: il gruppo di lavoro e il gruppo che agisce secondo un “assunto di base”: bisogni di dipendenza, attacco/fuga o isolamento. Riprenderemo questa formulazione in seguito.
Per quanto riguarda, infine, il costruzionismo, di cui non è facile rintracciare con precisione origini e sviluppo (tra i suoi esponenti, se così si può dire, occorre ricordare Maturana, Varela e Bruner) basterà ricordare come esso trasformi profondamente il punto di vista sulla conoscenza, che viene considerata come un processo essenzialmente interiore e soggettivo che nasce dall’esperienza personale di ognuno. L’organizzazione cognitiva delle nostre esperienze costituisce così il mondo nel quale viviamo, che è, per questo motivo, soggettivo. Co-costruire significa dunque organizzare insieme ad altri la conoscenza riferita ad una certa esperienza, e quindi il suo valore di realtà intersoggettiva è il frutto di continue negoziazioni all’interno del gruppo. Contenuti, metodi, processi, dinamiche sono i quattro livelli che caratterizzano, dal livello più superficiale a quello più profondo, la struttura di un gruppo. Questi quattro livelli vanno sempre tenuti presenti nel momento in cui si propone una determinata esperienza ad un gruppo in formazione.
In un lavoro di gruppo ad espressione artistica (ci riferiremo in particolare ad esperienze musicali e/o teatrali) applicare un’ottica costruzionistica e gestaltica significa “riconvertire” i quattro livelli in una forma appunto artistica. Quest’ultima, a sua volta, facilita ed accelera il processo di appartenenza.
La descrizione che segue, fatta da una partecipante ad un laboratorio musicale gestaltico, è illuminante riguardo alla aspettative, al desiderio precoce di appartenenza, agli assunti di base e alle forze in azione nel gruppo:
“Il primo giorno per me di laboratorio musicale. Siamo impacciati ma veniamo accolti dal gruppo pre-esistente con una musica di ben-venuti. S’inizia così, un po’ conoscendosi attraverso le emozioni che ci provocano i suoni degli strumenti, anzi, ancora prima attraverso la scelta degli strumenti. Iniziamo. Invece di parlare, di presentarci, ci suoniamo, il nostro biglietto da visita diventa un suono, dei suoni”. 
In questa descrizione il tema dell’accettazione è presente da subito, e a partire da esso si riverberano le emozioni, lo stupore, la sorpresa: conoscere i suoni per conoscersi, questo è il primo grande rito di accettazione. La nuova arrivata viene scelta per improvvisare a turno con tutti, a volte si va forte, a volte piano, il batticuore della reciproca conoscenza attraverso i suoni, che apparentemente proteggono ma che in realtà mettono più a nudo, cogliendo impreparati i nuovi ma anche i vecchi partecipanti, che si relazionano con modalità, tempi e modi non abituali.

Poi vengo scelta per suonare a turno con ognuno dei componenti. Inizia un duetto, di volta in volta, di come l’altro ci vede e di come noi lo vediamo. Insieme. Si usano suoni, rumori, con gli strumenti, con la voce. A volta si va forte, a volte piano…”
“R. l’avevo sentita suonare, prima che suonasse con me, e avevo capito che a lei spettava l’ultima battuta… l’ho lasciata fare, l’ho lasciata parlare per ultima, perché sentivo che non avrebbe mollato. Era giusto così. Ho giocato. Poi il gruppo ha di rimando rappresentato me attraverso i suoni … Ho sentito tutte le parti di me, quello che sono, quello che ero e quello che voglio essere…”
L’incontro con l’altro richiede intuizione, e si gioca tutto sulle aspettative e sulla decisione di non deluderle. Il gruppo, o meglio la sua produzione sonora, viene poi vissuto come luogo ideale di proiezione del sé e di amplificazione emotiva, sempre in modo proiettivo:
“Il ritmo vocale, calmo, pacato mi riporta al mio filo, alla mia strada oggi… la strada da percorrere che sta li, la mia…. Gli altri erano la mia paura, la mia emozione, il mio lato triste… e poi il mio lato allegro, forte, aperto, curioso”.

E infine l’azione sonora viene portata alle estreme conseguenze, e si apre uno spazio nuovo in cui entra chi vuole:
Ho suonato forte quella sera, fortissimo… volevo esserci, ho deciso di farmi sentire…Volevo sentire il mio rumore, cosa succede quando si alza il tono, la voce…. la maggior parte delle persone mi ha lasciato fare… ha lasciato che io suonassi forte suonando forte a loro volta. Qualcuno è stato al gioco, qualcun altro no. I. è entrata proponendo il battito del cuore. Ecco, questo volevo, il cuore, il sangue, il battito sanguigno della vita che scorre, scorre di fretta, irrompe in ogni piccola parte che trova. Ma è vita! Poi io batto forte, forte, forte perché è vita anche la mia…”
L’ingresso di un nuovo elemento ha sollecitato una nuova dimensione sonora, e altre strategie comunicative, sviluppate lungo l’asse accettazione/non accettazione. Dietro il compito “improvvisa con suoni e voci” sono in azione sottili dinamiche che riguardano l’integrazione (“volevo esserci”), l’affermazione di sé (“ho deciso di farmi sentire”) e della propria vitalità (“il battito sanguigno della vita che scorre”); queste dinamiche trovano spazio e rielaborazione attraverso l’espressione sonora, che in tempo reale le concretizza e le rende manifeste.
La co-costruzione diventa co-creazione: dinamiche sonore di forte volume sostituiscono sonorità più moderate; la pulsazione perentoria di un tamburo diventa la pulsazione ritmica di riferimento di tutto il gruppo, e per alcuni la pulsazione della vita stessa. La durata stessa dell’improvvisazione si dilata per comprendere tutti i movimenti dinamici e ritmici che si sviluppano, dalla varietà all’isoritmia. I partecipanti adeguano le loro capacità strumentali per quanto possibile, forzando se stessi, le loro voci, gli strumenti, a fini espressivi sempre più accesi.

Utilizzeremo a questo punto un altro esempio, più legato al teatro, per mostrare con chiarezza la forza dello sviluppo del senso di appartenenza.
“Editing Edipo” (in origine Edipo Re) è un lavoro aperto, in origine non teatrale, ma musicale e laboratoriale, attualmente ancora in corso d’opera e, tra una replica e l’altra, suscettibile di nuovi adattamenti (un editing permanente). La componente teatrale è frutto di un successivo sviluppo, durante il quale i partecipanti al laboratorio hanno deciso di condensare in una struttura narrativa (ancorché aperta e fluida) i materiali, prevalentemente improvvisativi, emersi nel corso di quasi un anno di lavoro, rendendo Editing Edipo propriamente un’azione scenica, in cui suoni e gesti prevalgono sulle parole.
E’ importante identificare i partecipanti al progetto, ovvero i fruitori, in prima istanza, del laboratorio svolto presso l’Associazione “Atmos-artiterapeutiche”: persone in formazione nei corsi di counselling, tirocinanti del corso di musicoterapia del Conservatorio dell’Aquila e della scuola di Assisi, tirocinanti della facoltà di Psicologia dell’Università La Sapienza, altri partecipanti desiderosi di esplorare le loro capacità musicali e relazionali. Un contesto misto, in cui coesistono istanze formative e personali.
Nessuno è attore, soltanto due persone hanno seguito o seguono corsi di teatro. Proprio le differenti provenienze e capacità hanno orientato il lavoro verso un’esplorazione ed una ricerca interiore sempre più profonda. Ma ricerca di cosa? A che scopo? Ebbene, degli aspetti estetici ed etici personali, a partire dall’esistente, da una sua esatta rilevazione (cosa so fare/non so fare, cosa mi piace/non mi piace di me e di ciò che faccio) per raggiungere consapevolmente un altro stato, un altro modo di essere, transitorio o più duraturo, centrato sul cosa voglio e sul cosa faccio per ottenerlo. Una ricerca che si è occupata in altre parole della transizione da uno stato più o meno accettabile ad uno desiderato, attraversando la categoria brentaniana7 dell’intenzionalità e quella husserliana dell’epochè,8 del non giudizio. Così, il primo passo è stato dare uno spessore fenomenologico al proprio personaggio; per farlo, ognuno ha dato suono (letteralmente) agli aspetti emozionali, di volta in volta articolati su spunti tematici dapprima più generali e poi sempre più particolari e specifici per ognuno.
Riportiamo anche in questo caso il commento di una partecipante, riferito ad un momento di prove “libere”, ancora non strettamente collegate allo spettacolo.
“ Suono dello jambè. In questa esperienza il mio movimento era rapido, veloce, improvviso e privo di finalità… mi piaceva molto andare a sbattere contro gli altri, li cercavo, avevo piacere nell’urtarli e se nei miei movimenti non incontravo nessuno un poco mi sentivo persa, quasi senza finalità… 
Quando abbiamo cominciato ad aggiungere l’utilizzo della voce al movimento tale espressione anticipata appariva più completa, più armonica… Mi capita sempre in queste esperienze di aspettare che qualcuno inizi. Credo che ciò accada non tanto per timidezza o inibizione ma perchè nella coralità acquisisco forza, perchè in quello che già c’è riesco a trovare un modo per inserirmi sentendo di essere parte di qualcosa di preesistente”.
E’ evidente come il sentirsi parte di qualcosa sia vissuto da questa persona come gratificante, con un senso di entrare in un insieme trascendente e proprio per questo capace di evocare suggestioni ed emozioni che diventeranno poi il materiale stesso dello spettacolo.
L’ultimo tocco è quello che testimonia il senso di appartenenza, che esterna al pubblico gli esiti del processo, ovvero la rappresentazione dello spettacolo. Ebbene, le ormai numerosissime repliche, effettuate in tutta Italia grazie all’impegno dei partecipanti (residenti da Napoli a Padova), con un’adesione costante salvo cause di forza maggiore anche a fronte di cachet neppure sufficienti a ripagare le spese; l’impegno assiduo nel continuare a rielaborare lo spettacolo per renderlo sempre vivo e attuale; la voglia di continuare a confrontarsi con nuove persone di volta in volta sopraggiunte; la richiesta di costruire un nuovo spettacolo a partire dalle stesse premesse di elaborazione comune, segnalano gli effetti di un sentirsi gruppo, nel gruppo, percepito come un insieme capace di sintetizzare profondamente tutte le istanze provenienti dai singoli membri.

Appare evidente come l’esperienza artistica, lavorando ad un livello preverbale e sensoriale-emotivo nel qui e ora  favorisca l’attaccamento al gruppo; le esperienze condivise costruiscono una storia intersoggettiva, fondante di un senso di intimità e di identità gruppale. Questo rende possibile il mantenimento del gruppo, la condivisione di significati e quindi l’appartenenza.
E’ solo l’appartenenza che restituirà a ogni individuo e al gruppo la base sicura per superare l’angoscia dell’isolamento e la paura di non farcela, potrà evolversi, funzionare e differenziarsi.
Da qui si potrà costruire la capacità riflessiva e un sistema di valori.

Ora ritorniamo allo specifico di un gruppo di formazione in Gestalt. 
Il gruppo di formazione è un gruppo tipico, che accompagna gli individui sin dalle più precoci fasi di socializzazione, ed ha come evidente riferimento la scuola. Caratteristica dei gruppi scolastici, è che non si scelgono, e sono obbligatori; il senso di appartenenza qui è tutto da creare. Chi decide di formarsi in Gestalt, evidentemente, opera invece una scelta che sin dall’inizio configura un senso di appartenenza in qualche modo scontato, come tra chi ha deciso di intraprendere un percorso comune, e si aspetta di incontrare dei simili. Ma in realtà si tratta di un’idea effimera: lo sviluppo del gruppo si incarica di rivelare le differenti esigenze e aspettative, i diversi investimenti, i vari modi di porsi nella formazione, e così via. In questo caso, l’appartenenza è una ricerca, un punto di arrivo, non tanto una demarcazione tra ingroup e outgroup9 quanto una valorizzazione del sé attraverso la valorizzazione del gruppo, il mostrarsi capaci di condividere un percorso, di esserne protagonisti.

Diciamo che entrare in una scuola di formazione tutt’al più indica un livello di motivazione professionale genericamente inteso e scegliere la Terapia della Gestalt indica un orientamento culturale, che ovviamente è interconnesso con l’esperienza personale. Ma se parliamo di appartenenza dobbiamo appunto vederla come processo individuale all’interno delle relazioni con il gruppo di pari, con il corpo docente e infine come aderenza (soggettivamente vissuta ed elaborata) a ciò che l’Istituto intende per Gestalt e ciò che l’allievo ha personalmente elaborato nel corso della sua formazione. Un processo relazionale strettamente parallelo e interconnesso con quello individuale, per cui solo un processo di differenziazione del sé permette una scelta reale. Si può scegliere se ci si può separare. Per un allievo in formazione vuol dire concretamente passare dall’aspettativa di apprendere un modello per poter identificarsi con questo – “sono un terapeuta” se so fare – ad essere nel fare e nel sapere.

Traslando metodi ed attitudini della conduzione di un gruppo terapeutico a quello di formazione, il formatore esplicitamente promuove il dialogo e la trasparenza; implicitamente le osservazioni e gli interventi sono a molti livelli a seconda della formazione del formatore e, ovviamente, del suo livello di coscienza.

Ma i livelli impliciti sono sempre interessanti da esplicitare e forse possono diventare un ulteriore patrimonio formativo.
Cerchiamo qui di rendere espliciti i nostri personali impliciti.

Ci sembra che rispetto alle relazioni con il gruppo di pari, la Terapia della Gestalt abbia segnato un metodo culturale e pedagogico, che spesso è stato maldigerito dal mondo accademico, ma che a noi è caro non solo per la grande risonanza sul piano terapeutico ma per un aspetto affettivo che permette alle persone di instaurare, in un luogo di apprendimento, relazioni che fanno da cassa di risonanza alla sua crescita e al suo processo di differenziazione e che funzionano da “elemento di contagio” – come lo definisce C. Naranjo – all’ampliamento stesso della coscienza.

Vogliamo qui sottolineare l’aspetto “affettivo”, che nei luoghi accademici fuori della Gestalt sembra quasi un tabù menzionare o, ancora peggio, uno scandalo che sia annoverato tra gli elementi “formativi” (pur ovviamente lavorando tutti su questo aspetto).

Grazie al fatto di non aver tenuto separati né spazialmente né temporalmente la dimensione terapeutica personale e la dimensione di apprendimento, per gli allievi delle scuole di Gestalt è pane quotidiano elaborare i propri processi identificativi e proiettivi all’interno del gruppo; l’accento inoltre sull’esperienza emotiva tipico della Gestalt fa sì che tali processi siano dal primo giorno di forte intensità. Ovviamente altrettanto intensi sono i meccanismi di difesa attivati, che per il formatore/terapeuta gestaltico sono però materiale prezioso di lavoro e anche di “visione diagnostica” dell’allievo. Questo fa sì che ben presto l’allievo può confrontarsi con le sue rappresentazioni dell’altro e connetterle con la qualità psichica delle sue relazioni primarie, i suoi stili di attaccamento, o le sue funzioni all’interno del sistema-gruppo-famiglia di origine.
Stiamo parlando di un processo lungo di auto-conoscenza e di presa di coscienza sempre più profonda della relazione Io-Tu.
Possiamo chiamarlo un “processo di pulizia” che facilità un passaggio importante: da una modalità relazionale automatica e appresa lungo la sua storia al fine di salvaguardare narcisisticamente il suo senso di appartenenza e il suo senso di identità, può passare a un “esserci nella relazione” autentico, dove il processo di identità è un processo di reale individuazione. L’allievo si vede, volente o nolente, impegnato nel qui e ora del gruppo a rivedere i suoi movimenti difensivi rispetto all’altro, a confrontarsi con le sue difficoltà di autonomia rispetto all’altro e sulla falsa immagine di sé che illusoriamente gli dava la sicurezza di esistere con e per l’altro.
Questo processo di crescita psicologica non è disgiunto dall’esperienza amorosa. Insomma si impara ad amare l’altro, si impara a riconoscere l’amore dell’altro.
Il gruppo di formazione diventa una comunità dentro e fuori delle ore istituzionali formative.
L’ampliamento della capacità amorosa, con tutte le sue componenti di rispetto, riconoscimento, accudimento, è la cornice dentro la quale tutto l’apprendimento e le competenze terapeutiche sono contenute. Costituisce la qualità gestaltica dell’essere terapeuta che va oltre la capacità di elaborazione di esperienze e processi psichici, dà un valore oltre all’essere un professionista della relazione d’aiuto in quanto permette al paziente di aprire una porta autentica alla dimensione spirituale.

Fin qui abbiamo semplicemente esplicitato una esperienza comune.

Ma chi è il formatore? Quale il suo ruolo in questo processo?

Se lo vedessimo solo come terapeuta/formatore cadremmo in una lettura non gestaltica dell’esperto fuori da ogni gioco, se lo vedessimo come partecipante del gruppo non terremmo conto del suo ruolo. Per chiarire riportiamo alcune affermazioni di Martin Buber estrapolate dal Dialogo tra Carl Rogers e Martin Burber sulla relazione terapeutica:

Lei (Rogers-terapeuta) è importante per lui (paziente), dal primo momento in cui lui viene da lei, lui è coinvolto nella sua vita, nei suoi pensieri, nel suo essere, nelle sue comunicazioni e così via. Ma non è interessato a lei come lei, come persona. Questo non può essere. Lei è interessato, l’ha detto e ha ragione, a lui come questa specifica persona. Questa sorta di distaccata presenza lui non può averla né offrirla. 
(…) 
Quando lei fa qualcosa per lui, può sentire se stesso toccato da ciò che sta facendo per lui. Lui non può, assolutamente, fare la stessa cosa. Lei è, nello stesso tempo, al suo posto e a quello dell’altro. Qui e lì o, per meglio dire, lì e qui. Dove è lui e dove è lei. Lui non può essere altro che dove è. E questo lei desidera, anzi, non solo desidera ma vuole. (…) Lei è capace di fare qualcosa che lui non è capace di fare. Voi non siete uguali e non potete esserlo. Lei ha un grande compito, auto- imposto, il compito di integrare, di completare, i suoi bisogni e di farlo molto più che in una normale situazione. Ma, naturalmente, ci sono dei limiti e certamente nella sua esperienza come terapeuta, come persona che cura o che aiuta a guarire, lei deve toccare molto spesso questi limiti alla “semplice umanità”. 10

Vogliamo ampliare qui la frase di Buber espandendo l’osservazione al formatore nella relazione con l’allievo e il gruppo allievi.
Lei (Rogers-terapeuta) è importante per lui (paziente), dal primo momento in cui lui viene da lei, lui è coinvolto nella sua vita, nei suoi pensieri, nel suo essere, nelle sue comunicazioni e così via. Ma non è interessato a lei come lei, come persona”.
Sicuramente, come il paziente, l’allievo non è interessato al formatore in quanto persona nel senso specificato da Buber, cioè non si pone certo esplicitamente nella posizione di aiutare o istruire il formatore, non sta a chiedersi se il formatore è in ansia, se ce la fa o non ce la fa.
Ma implicitamente?
Si, implicitamente l’allievo è fortemente interessato al formatore/terapeuta se consideriamo tutte le identificazioni e proiezioni che l’allievo mette in moto rispetto a una figura “generazionalmente” importante e a tutte le attribuzioni consapevoli e non di cui lo investe. Tutti i bisogni di riconoscimento narcisistico a maggior ragione trovano in questa relazione un’intensità preponderante e scatenante antiche frustrazioni, aspettative e bisogni primari di riconoscimento e accudimento.

Stern, quando descrive il processo evolutivo del bambino,11 descrive varie fasi attraverso cui il bambino costruisce il senso di sé.
Nella fase de sé emergente il bambino dimostra un’inattività vigile e ricerca stimolazioni sensoriali; la madre svolge una sorta di regolazione fisiologica che permette al bambino, tra l’altro, di sperimentare il processo di emergenza di un’organizzazione, non solo il risultato, cioè l’apprendimento, che porterà a un primo nucleo del sé (il sé emergente). Il conoscere è una co-creazione nella relazione primaria, i processi cognitivi ed affettivi non sono separati.
Se immaginiamo un gruppo di formazione che inizia il suo percorso come un sistema-organismo alla sua nascita, e se colleghiamo questa osservazione al già citato concetto di Bion12 di assunti di base del gruppo, ci appare chiaro come la motivazione di partenza degli allievi (prepararsi ad una professione) è strettamente connotata dall’interferenza di bisogni primari riattivati.
Il gruppo, come il bambino, è in una fase di inattività e cerca nel suo formatore quella funzione psicologica che gli permetta di sperimentare il suo funzionamento e che, svolgendo per lui alcuni compiti, gli permetta appunto l’apprendimento. Gli assunti di base (dipendenza, attacco/fuga, isolamento) sono le fantasie inconsce che spingono il gruppo a comportarsi “come se”, cioè non più in relazione al compito. Gli assunti di base, ancorché di ostacolo al compito (“il gruppo si rifiuta di apprendere dall’esperienza”) sono fondamentali nel comprendere il ciclo di sviluppo di un gruppo.
Soprattutto ci aiutano a comprendere alcune forme di passività, come la richiesta di integrazioni già elaborate, di risposte precostituite, di apprendimento delle tecniche o la resistenza a impegni cognitivi, come se l’allievo si aspettasse dal formatore un nutrimento “già pronto”, che non solo lo solleverebbe dal confronto con incapacità personali ma soprattutto lo tranquillizzerebbe rispetto all’essere accudito, visto, accompagnato, rassicurato. L’allievo si aspetta di trovare lì un contenimento all’ansia derivante dalla costruzione della sua identità professionale.
Gli assunti di base di Bion ci aiutano anche a capire le rivalità tra i pari che, messe in relazione con il formatore, potrebbero essere lette come conflitti di gelosia fraterna per incontrare un luogo sicuro nella relazione genitoriale o riattivazioni di funzioni familiari (essere il figlio prediletto per rassicurarsi rispetto alla relazione materna, adempiere alla proiezione materna del figlio che riempirà il vuoto della relazione coniugale, o il maschio migliore che garantirà vecchie eredità transgenerazionali, o il figlio a cui vengono attribuite capacità di realizzazione non risolte nella madre o nel padre, etc).
Allora vedremo che nel gruppo ci sarà chi nella relazione con il formatore, si adatta, chi lo mette alla prova, chi si ribella, chi lo protegge, ripetendo così stili di attaccamento e funzioni rintracciabili nelle famiglie d’origine che ritrovano vita ed energia nella relazione triangolare formatore-fratelli.
La definizione di “gruppo di lavoro” (Bion) entra così in conflitto con gli assunti base. L’essere nel fare richiede una ribaltamento dell’illusorio convincimento che il saper fare possa colmare la dimensione esistenziale dell’essere, richiede una sospensione: entrare in un vuoto dove le vecchie definizioni di sé (parziali) non sostengono più la rappresentazione di sé-terapeuta.
L’allievo ha bisogno di costruire l’appartenenza proprio per poter contenere questa ansia su di sé e sul suo futuro; questa è la fase in cui ha bisogno di credere negli altri, in ciò che si è proposto come finalità, nel contenitore/scuola in cui si trova, e per questo è disposto ad usare qualsiasi strategia, ancora di più se nel gruppo ci sono difficoltà a esplicitare disagi o a integrare elementi dissonanti.

Come terapeuti della Gestalt è proprio su questo conflitto che lavoriamo, ed è proprio la polarità tra dipendenza dai bisogni infantili irrisolti e autosostegno che ci permette di formare autenticamente i futuri terapeuti.

Nel proseguo del processo di individuazione l’allievo troverà un senso sempre più integrato del suo sé professionale proprio grazie al qui e ora del gruppo che gli permette nella relazione con i pari e con il conduttore l’elaborazione dei processi “aperti” della storia delle sue relazioni affettive.

Ritornando a Stern, il bambino intorno ai 9 mesi si accorge di avere una mente! È in grado di condividere l’esperienza soggettiva, entra in una coscienza nucleare dell’intersoggettività (l’altro è separato da lui).
Si possono condividere le esperienze proprio perché si comincia a rappresentarsi separati dall’altro e a rappresentarsi l’altro come separato da sé.
È come se dicessimo che a questo punto il gruppo potrebbe non avere più bisogno di adesioni “a priori” o di capri-espiatori che manifestano la diffidenza o il disagio implicito di tutti.

Per inciso, forse proprio in questa fase avrebbe senso chiedersi come formatori se ha valore terapeutico e formativo una esplicitazione (o comunque una presa di decisioni) rispetto a chi si considera non adatto (almeno per ora) a proseguire il processo di formazione.

Sempre secondo Stern, la fase di completamento di questa fase dello sviluppo la si può collocare intorno ai 18 mesi, quando è stabile una rappresentazione di sé come entità oggettiva che può essere vista dall’esterno (oltre che come esperienza soggettiva).

Potremmo azzardare nel dire, quindi, che a un anno e mezzo di formazione (ammesso che tutti abbiano adeguatamente lavorato) il gruppo fa il passaggio a gruppo di lavoro, riorientando i suoi obiettivi sulla base di un sistema motivazionale intersoggettivo. Finalmente gli allievi sono allievi, recuperano la motivazione professionale e hanno chiaro il confine tra bisogno infantile di dipendenza e identità professionale. Avendo co-costruito una storia comune e condiviso le rappresentazioni soggettive posso co-creare una nuova opera artistica: esserci con la coscienza, nei confini formali dello spazio e del tempo della professione.

Ovviamente un altro tema da sviluppare, ma lo rimandiamo ad altra sede, sono i processi di reciproca identificazione tra formatore e gruppo. Come agiscono le aspettative del formatore, le proiezioni sul gruppo e sui singoli, il bisogno narcisistico di essere confermato come “buon formatore”, o il migliore di tutti, il suo senso di appartenenza al gruppo formatori della Scuola e la sua chiarezza sulla definizione di Terapeuta della Gestalt?
Insomma si tratta della distaccata presenza accennata da Buber.

Una complicazione sorge, a nostro avviso, quando differenti formatori agiscono sullo stesso gruppo di studenti.
Come dirigono gli allievi i loro processi identificativi e proiettivi?
La presenza di più figure di riferimento facilita il processo di apprendimento? Accelera o rallenta l’esplicitazione di processi relazionali e affettivi impliciti, e quindi l’elaborazione dei processi psichici?
Sono domande che proponiamo per stimolare una riflessione e affinché coesistano differenti punti di vista di uno stesso fenomeno.

La nostra esperienza nell’ambito della formazione ci fa ritenere che più il gruppo formatori è consapevole dell’implicito nelle proprie relazioni e riesce a sostenere una comunicazione esplicita, più il gruppo allievi si sentirà a sua volta contenuto nella formazione personale/professionale.
Più i formatori hanno “carichi pendenti” rispetto alle relazioni della loro storia affettiva più gli alunni troveranno spazi per dividere/unire. Lì dove un figlio assume in sé l’onere di separare e unire, il narcisismo sarà duro a morire!
Se, come tutti crediamo, il livello cognitivo è strettamente collegato a quello affettivo-emozionale, possiamo dire che il livello di formazione dei nostri studenti non solo dipende, ovviamente, dai livelli di competenza propri e dei suoi formatori, ma ha a che fare pienamente con i processi individuali di crescita e differenziazione di sé dentro la relazione con il sistema-docenti, cioè con il processo di differenziazione e di coscienza di noi formatori.

 

 

* Psicologa, Psicoterapeuta Gestalt e sistemico-relazionale, Supervisore Feig e Formatore AICO

** Dottore in tecniche psicologiche, Musicoterapeuta, Formatore AICO

1 Ci riferiamo qui al modello tipicamente scolastico e universitario, in cui vi è un passaggio di conoscenze di tipo top-down, sostanzialmente acritico e unidirezionale, e non ad una trasmissione di tipo intuitivo, come da “maestro” a allievo, che invece trova riscontro nella Gestalt “storica”.

2 Bandura, Albert (1997), Autoefficacia: teoria e applicazioni. Erikson, Trento, 2000

3 Naranjo, Claudio (2009), Per una Gestalt viva. Astrolabio

4 Concetto affine a quello di campo psicologico di Kurt Lewin, (Antologia di scritti. Il Mulino, 1977; I conflitti sociali. Saggi di dinamica di gruppo, Franco Angeli, 1979) emendato dagli aspetti più legati alla fisica spaziale, e a quello di UCL (Universo Culturale Locale) di B. Porena, (IMC: un’ipotesi per la sopravvivenza, EUE), al netto della centratura sulla cultura.

5 Asch, Solomon, Psicologia sociale. Società Editrice Internazionale, Torino 1989

6 Bion, Wilfred (1943-52), L’esperienza nei gruppi. Armando 2006

7 Brentano, Franz La psicologia dal punto di vista empirico, (3 voll.), Laterza, Roma 1997

8 Husselr, Edmund (1913), Introduzione generale alla fenomenologia pura, Einaudi, Torino 2002

9 Tajfel, Henry, Gruppi Umani e Categorie Sociali, Il Mulino, Bologna 1999

10 ACP – Rivista di Studi Rogersiani – 2002

11 Stern, Daniel (1985) Il mondo interpersonale del bambino. Bollati Boringhieri, Torino 1987

12 Bion, W op. cit.

Gestalt e Imigración

di Macarena Diuana Tarud

Pubblicato sul numero 16 di Formazione IN Psicoterapia, Counselling e Fenomenologia

Abstract

Este trabajo tiene por objetivo analizar y comprender algunos aspectos de realidad del paciente emigrante, en el contexto transcultural, a la luz de la teoría de psicoterapia Gestalt. La literatura de la Gestalt demuestra un escaso abordaje en esta temática, tanto en el aspecto teórico como en su práctica. En este sentido, otro objetivo es poder contribuir para el conocimiento de esta realidad y de encontrar las formas de   intervención, en el ámbito de la Terapia Gestalt. Cada vez más las personas emigran, los países se confrontan con diferentes culturas coexistentes y nuevos desafíos  profesionales se levantan.
En este artículo, se presentan principios teóricos de la Terapia Gestalt aplicados a las dinámicas del paciente que emigra. Se refieren posibles ventajas de esta práctica terapéutica a estos pacientes.  También se hace una breve referencia al acto migratorio en cuanto a sus causas y consecuencias psicológicas.

 

Abstract

The objective of this study is to analyze and comprehend some aspects of the reality of the immigrant patient, within a transcultural context and the Gestalt theory of psychotherapy. Gestalt literature just barely deals in this area, both in theory and in the practical aspect.  Therefore, another objective is to contribute to acknowledging this reality and confronting forms of intervening in the Gestalt Therapy. More and more people are migrating and countries are faced with different coexisting cultures and new professional challenges arise. In this article, Gestalt Therapy theory is presented, applied to the dynamics of the emigrant patient. We refer to possible advantages for the patient as a result of this therapy. A reference will also be made to the causes and psychological consequences of immigration.

Introducción

Cada vez más las personas emigran y los países se confrontan a diferentes culturas coexistentes, a diferentes lenguas, diferentes referentes culturales y formas de interpretar la realidad. Se nos plantean nuevos desafíos como profesionales, situaciones nuevas a las cuales no les podemos dar respuestas sólo con nuestros referentes culturales dominantes. Se requieren de nuevos ajustes creativos. Un gran número de personas pertenecientes a diferentes culturas necesitan ayuda en términos de la salud mental. Diferentes factores bio-psico- sociales están en juego y requieren de nuestra intervención de manera interdisciplinar. La literatura de la gestalt muestra un escaso abordaje en esta temática. En este sentido,  el objetivo de este trabajo es analizar y comprender algunos aspectos de la realidad del paciente emigrante, dentro del contexto transcultural, a la luz de la teoría de la psicoterapia gestalt. Otro objetivo es contribuir al estudio de las interacciones de personas de diferentes culturas, siendo la Terapia Gestalt, por su énfasis en la experiencia y en concepto de contacto, una rica herramienta.
Reconozco que este análisis de la migración, según los conceptos de la gestalt,  no es el producto de una investigación rigurosa, sino que se basa en la observación de mi práctica clínica y de algunas referencias encontradas en la literatura. Los pacientes de diferentes culturas con los cuáles he trabajado,  a pesar de las diferencias entre ellos, muestran aspectos comunes propios de la situación de migración. Varios de estos aspectos, siendo yo misma una inmigrante, han hecho resonancia en mi propia experiencia. Es así como ambos, paciente y terapeuta, en el compartir fenomenológico de estas experiencias, hemos podido reconstruir, a través del contacto, nuevas gestalten en la comprensión de estas.

 

El Acto Migratorio

La migración es considerada una acción psíquica en la medida que la ruptura del contexto externo que ella implica, conlleva a una ruptura del cuadro interno cultural interiorizado por el paciente, dándose una homología entre la estructuración cultural y la estructuración psíquica. Hay una perdida del cuadro cultural interno de la persona, del cual se decodifica la realidad externa (Natan 1986 en Moro, 1996).

La persona se ve confrontada a dos mundos, al interno y al externo, dos mundos que no “encajan” más entre si. Se encuentra en una nueva realidad, la cual ya no se puede explicar con sus referentes internos culturales.  Dependiendo de los mecanismos de adaptación y de los recursos de la persona y de las facilidades del ambiente, la persona podrá ir conciliando ambos mundos ,  dándole una nueva forma a su existencia, facilitándose tanto así el cambio de la persona y del ambiente. La migración puede ser muy creativa y enriquecedora para el individuo, como también para el ambiente que recibe al inmigrante, transformándose en un acto de ajuste creativo de ambos ante el encuentro cultural.

Las razones por la cual se migra son varias. Pueden ser por razones políticas, económicas, razones individuales (como la búsqueda de algo nuevo o el escape de algo de nuestra existencia). En todas estas situaciones, podemos encontrar como factor común la espera de algo mejor o el deseo de encontrar en otro lugar el desarrollo de nuestro yo ideal. A pesar de la esperanza que la migración encierra, esta es traumática, implicando así un dualismo muchas veces confuso y ambivalente de la persona (Moro, 1996). Hay un deseo de partir y un miedo de dejar lo propio, necesidad de cambio y miedo a este. Este ambivalencia puede ser más fuerte cuando en los casos pre y post migración se dan experiencias traumáticas importantes. Por ejemplo, en el caso de los refugiados quienes antes de migrar se vieron sometidos a situaciones de tortura y violencia en sus países. Ellos migran para salvar sus vidas. Muchos de ellos vivían antes del conflicto en su país, integrados en su sociedad, hasta con cierto poder de acción y producción sobre ella. Al llegar al país de acogida, se ven sometidos a fuertes situaciones de rechazo y exclusión, no pudiendo ser más activos en el medio que los rodea. Salvaron sus vidas, pero se encuentran en una situación psicosocial difícil y dolorosa. Podría decir que aquí el contacto se ve afectado, en la dificultad de un encuentro entre las dos culturas.

 

Migración y Gestalt

En la situación de la migración, la relación del individuo con el ambiente se hace fundamental. Como se dijo anteriormente, hay un cambio a nivel de la realidad externa e interna. El emigrante muda el ambiente que lo rodea, no sólo físico, sino que también lo psicosocial. Ya no es más el hábitat al cual se adaptó y se relacionó hasta el momento de la emigración. En muchos casos, ya no es la misma lengua, la misma cultura, los códigos sociales, el clima, el espacio físico, las redes sociales, etc. Todo ha cambiado, lo que genera mucha ansiedad. El equilibrio homeostático se altera. La persona debe volver a conocer y relacionarse con un nuevo ambiente. Es un proceso de ajuste creativo que demanda un mecanismo de intercambio constante con el ambiente. Este proceso puede ser muy enriquecedor cuando el ciclo de contacto no sé ve afectado, cuando las funciones del ego no se pierden, logrando la persona ir satisfaciendo las gestalt que surgen gatilladas por las necesidades del momento. Es un proceso autoregulador en que el organismo busca reestablecer su equilibrio con el ambiente, que le es totalmente nuevo y diferente.

el principio de autoregulación no implica la satisfacción siempre de las necesidades ni la salud del organismo. El organismo hará todo lo posible por regularse según sus capacidades y los recursos del ambiente (Latner, J., 1994). Ciertos emigrantes para adaptarse al nuevo medio, adquieren modos de conducta que les permiten la integración aunque estos no vayan de acuerdo a sus necesidades, operando aquí mecanismos de confluencia, introyección y retroflexión de inadecuada adaptación. El ejemplo de la Sra R, quien procede de una país nórdico y emigró a Portugal, donde después se casa con un hombre de origen Portugués, nos muestra este aspecto. La Sra R solía dedicarse a prácticas espirituales, ya aceptadas en su cultura. Era vegetariana y practicaba el yoga. Al poco tiempo de estar en Portugal dejó de practicar estas cosas y trató de adaptarse a los convencionalismos portugueses. Su percepción era que el ambiente no la aceptaría y por lo tanto no tendría el soporte que necesitaba. Como ella dice “dejé de ser yo misma”.

Para la salud del organismo, es importante lo que el ambiente otorga, pero muchas veces este no proporciona lo que el individuo necesita. El funcionamiento sano, es decir, la realización de todo el potencial del organismo, dependerá también del apoyo ambiental. Sin él, el organismo no podrá mantenerse así mismo. En el caso de la emigración esta escases del ambiente se genera y refuerza con la exclusión. El ambiente no proporciona los elementos básicos para la que la persona sea capaz de generar su propio auto apoyo. En este sentido, en una intervención, se podría fomentar más los encuentros y contactos entre ambas partes, de manera de generar nuevas experiencias que lleven al cambio. Por otra parte, era importante no trabajar sólo con el individuo, sino que también a nivel más social en proyectos de sensibilización hacia el inmigrante, de manera de poder ayudar al ambiente a movilizar los recursos que ayuden a la autogestión del individuo que inmigra.

Al trabajar con el individuo, en terapia gestalt se orienta a aumentar los recursos del paciente, su toma de responsabilidad sobre su existencia y por lo tanto su propia autogestión. El paciente se puede transformar en alguien que aporta a esa nueva sociedad evitando así el rechazo. Se rechaza que el otro se “le cuelgue del pescuezo”, de sentirlo como carga, amenazando su propia existencia e integridad.

Podemos observar diferentes adaptaciones en las funciones de contacto en cada cultura. Como las personas se miran, evitan, tocan, hablan, etc, está altamente influenciado por la cultura y sus introyectos. Así también los mecanismos de interrupción del ciclo de contacto pueden reforzarse por estos aspectos culturales. En Culturas que dependen de doctrinas rigidas como algunos sistemas fundamentalistas, demandan una confluencia a través de la introyección (Lichtenberg en Levine Bar-Yoseph, 2005). También estos sistemas fomentan la proyección al crear un verdadero maniqueísmo donde lo que está afuera es todo lo negativo.

Estos mecanismos pueden verse reforzados también con la experiencia de inmigración. Cuando la persona no puede satisfacer sus necesidades, surgen mecanismos de defensa que interrumpen el proceso de completar la gestalt. La persona deja de funcionar sanamente, desarrollando una serie de mecanismos que la llevan a la patología y no le permiten la adaptación al nuevo país.

Como se dijo anteriormente, el no cumplimiento de las necesidades se puede deber tanto a la persona como al ambiente que no lo permite. Muchas veces el país de acogida rechaza al emigrante, no le permite que se integre. Aumenta los limites del ego del país, haciendo sus fronteras impenetrables. La persona que ya está adentro, ilegal, vive una situación difícil en el anonimato. No hay lugar para ella. Vive marginada del resto. Puede también no estar ilegal y vivir también esa exclusión. Puede surgir así un mecanismo retroflexivo de defensa, en la medida que la persona al sentirse excluido, se ve  a si mismo como alguien que no vale, que no merece estar entre los que lo rechazan, y se automargina ella propia. Siente vergüenza de si mismo, de su raza, sus costumbres. La vergüenza es la introyección de la mirada peyorativa del otro. Vergüenza de ser diferente, una diferencia no aceptada. La rabia la dirige a sí mismo, y no al otro al otro que lo margina. Muchas veces la persona introyecta cosas de la otra cultura, desvalorizando la propia, como una forma de identificarse con los otros y no sufrir la exclusión.

Por otra parte pueden surgir mecanismos proyectivos en el sentido que la persona al sentirse excluida se automargina discriminando al otro, proyectando en el otro los aspectos rechazados. Es el emigrante que rechaza al otro, se margina del otro, porque no vale la pena ni debe mezclarse con los otros. Aumenta su egotismo y se rigidizan las fronteras de contacto a través de la alienación. Tanto un lado como el otro proyecta, en el que es diferente, los aspectos negativos y negados del si mismo. Por ejemplo, en mi experiencia en Bélgica vi como los emigrantes islámicos veían a la cultura belga y occidental en general, como poseedores de todo lo que su cultura rechaza, y no querían que los hijos se mezclasen con ellos. Sentían no necesitar del otro, creando gettos o grupos culturales totalmente impermeables en su límites. En mi experiencia en Portugal he visto como muchos de los pacientes, especialmente de países nórdico, rechazan de los portugueses todo lo que ellos no se permiten, como : la impuntualidad, desorganización, expresiones afectivas impulsivas, entre otros. Lo contrario también sucede, es decir, la cultura en la cual se emigra también rechaza las nuevas y desconocidas costumbres del otro. El otro, con su cultura, puede representar para el país de acogida, todas los aspectos negados del si mismo. Representa lo no aceptado, lo rechazado, por lo tanto lo rechazará. El emigrante muchas veces es todo aquello que yo no quiero ser. También puede suceder lo contrario, tanto para el emigrante como para el que acoge, en el que se entra en un proceso de idealización en que el otro tiene todo lo que yo quisiera. Proyecta en el otro aspectos positivos e idealizados de si mismo. Aumenta la fantasía de aquello que gustaría y debería tener, rechazando aquello que yo soy.

El principio de autoregulación no implica la satisfacción siempre de las necesidades ni la salud del organismo. El organismo hará todo lo posible por regularse según sus capacidades y los recursos del ambiente (Latner, J., 1994). Ciertos emigrantes para adaptarse al nuevo medio, adquieren modos de conducta que les permiten la integración aunque estos no vayan de acuerdo a sus necesidades, operando aquí mecanismos de confluencia, introyección y retroflexión de inadecuada adaptación. El ejemplo de la Sra R, quien procede de una país nórdico y emigró a Portugal, donde después se casa con un hombre de origen Portugués, nos muestra este aspecto. La Sra R solía dedicarse a prácticas espirituales, ya aceptadas en su cultura. Era vegetariana y practicaba el yoga. Al poco tiempo de estar en Portugal dejó de practicar estas cosas y trató de adaptarse a los convencionalismos portugueses. Su percepción era que el ambiente no la aceptaría y por lo tanto no tendría el soporte que necesitaba. Como ella dice “dejé de ser yo misma”.

 

Muchos de estos mecanismos pueden ser también positivos en la medida que pueden ayudar a la adaptación. En la introyección, el hecho de introducir conceptos nuevos, opuestos a los nuestros, podemos llegar a crear una situación nueva que nos permite confrontar la vida y sus cambios en forma más creativa, más enriquecida por la experiencia de diferentes culturas. Con una paciente holandesa veíamos que en su casa ahora cuenta tanto con la música de un país y otro, y que se puede cocinar tanto el bacalao como un buen plato holandés.

En términos de la proyección, este mecanismos si lo veo claramente me puede ayudar a recuperar aspectos de mi misma negados, muchas veces por la propia experiencia vital y otras veces por la cultura con la que no me permitía practicar otras cosas. Estar fuera del país nos permite practicar nuevas conductas y conocer aspectos de nosotros mismos que no son tan comunes o aceptados en nuestras culturas. El caso de una paciente inglesa que nunca saludaba a otros con besos, se lo empezó a permitir, cosa que al principio rechazaba. Comenzó a soltarse más en la expresión afectiva corporal y a disfrutar de ella sin tantas restricciones. Otra paciente alemana, que criticaba lo madre gallina de las portuguesas, especialmente a su suegra, en un dialogo de silla descubrió cuanto tenía ella de controladora en la relación con los otros. Una paciente holandesa, acostumbrada a la organización, se permitió aquí ser más desorganizada e impuntual, lo que le ha traído consecuencias positivas en algunos aspectos, por ejemplo, liberarse e evitarse el stress.

La confluencia me permite sentir al otro, adherirme a la otra cultura, ver los aspectos comunes que tenemos como ser humano. Me recuerdo que una vez en Bélgica en el trabajo con mujeres de Zaire, en el cual ellas vestían sus ropas coloridas típicas, comíamos sus comidas y nos enfrentamos a las diferencia, en un momento nos sentimos confluir. Nos sentíamos todas mujeres, iguales en nuestra condición humana. Eso nos ayudó a empatizar, a sentir como el otro, y a unirnos en nuestra tarea. La confluencia me permite tomar algo de la identidad del otro, ponerme su camiseta, y así adaptarme mejor a ese país. En pocas palabras, me permite gritar también por el equipo de football del Benfica en el caso de Portugal.

 

En cuanto a la estructuración de la identidad, se ha observado que en adolescentes hijos de padres emigrantes, los procesos de identificación consisten en construir un sistema resultante de la mezcla entre el país de origen y el país de acogida. La carencia de lazos entre las dos culturas lleva al dolor y a la aparición de síntomas (Moro, M.R., 2001). En cierta forma es la vivencia de las culturas en forma polarizada, experimentándolas en forma dicotómica, en lucha constante entre ellas. La persona no logra desarrollar estrategias identitarias que le permitan adaptarse a una situación dada y a los cambios. Por estrategia identitaria se entiende como “los procedimientos puestos en marcha ( de manera inconsciente o consciente), uno o más actos (individuales o colectivos), para alcanzar una o más finalidades (definidas explícitamente o ubicadas a nivel inconsciente). Procedimiento elaborado en función de la situación de interacción, es decir, en función de diferentes determinaciones (socio-históricas, culturales, psicológicas) de esta situación” (Camilleri y otros, 1990, pág 24). La persona se ve exigida a encontrar una coherencia interna entre las diferentes identidades, secundarias y primarias, y su medio externo. El equilibrio del individuo es alcanzado cuando, entre otras condiciones, cuando los valores con los que se identifica y le da sentido a su vida, son compatibles con los del medio en que se encuentra Kastesztein en Camalleri y otros, 1990).
En algunos casos de migración, tanto en padres como en los hijos, la vivencia de dos culturas se pueden hacer incompatibles debido a diferentes razones, dividiendo así la identidad y provocando sufrimiento en la persona. Desde el enfoque gestáltico, el equilibrio se lograría cuando la persona integra las diferentes partes de si misma, en vez de alienarlas y rechazarlas, permitiendo el intercambio entre ellas. Este es el caso de una adolescente que presentaba un cuadro sicosomático. Su madre era de origen Ingles y su padre Portugués. La joven desde que había llegado a Portugal  (7 años antes de la consulta) comenzó a presentar gripes crónicas, con perdida de voz, constante tos. Su cuerpo se encorvaba, caminaba arrastrando los pies y la cabeza ladeada. Hablaba muy bajito, casi imperceptible y con monosílabos. Prefería hablar ingles conmigo y no Portugués.  Los padres tenían conflicto de pareja, y ambos se criticaban aspectos culturales de uno y otro. Sentían algunas cosas de la cultura del otro como aspectos negativos los cuales rechazaban. Por ejemplo, el padre criticaba la “frialdad” e “insensibilidad”, “típica de los ingleses”. La paciente tendía a identificarse más con su parte inglesa que portuguesa. Un día la paciente me dice que mis hijos eran “mixed” , al igual que ella. Le pregunté que significaba para ella ser “mixed”. Me respondió: “Confusión, angustia”.  La paciente siente su identidad dividida, como algo confuso que le genera sufrimiento. El campo de esta paciente no era un todo en el cual las partes están en relación y correspondencia inmediata y continua. La dicotomía es una división por la cual el campo no se considera como un todo diferenciado en partes entrelazadas. Las partes se ven como antagónicas, como fuerzas competitivas no relacionadas. Esta dicotomia afecta el proceso de autoregulación del organismo (Latner, 1994)

 

En cuanto al trabajo en terapia gestalt, se pueden rescatar varios aspectos que hacen positiva esta técnica al trabajo con emigrantes. Por una parte, al trabajar con las polaridades, permite que la persona integre aspectos rechazados de si propia, proyectados en el otro, lo que podría facilitar la apertura al intercambio con la otra cultura. Los limites del ego se harían más permeables, menos rígidos lo que facilitaría el contacto e intercambio.
Por otra parte, la terapia gestalt da mucha importancia a aspectos no verbales organismicos, los cuales pueden algunos estar menos influenciados por la cultura, correspondiendo a respuestas fisiológicas del organismo, asociadas a emociones. Ponerse colorado al sentir vergüenza, es una respuesta del organismo. Los motivos de la vergüenza estarían más asociados a la cultura. La forma de expresión de la emoción, podía también asociarse a respuestas culturales. En este sentido, hay una lenguaje que sobrepasa las barreras culturales e idiomáticas, lo que nos permite comunicarnos con el otro en otros niveles. Muchas veces el centrarnos en el lenguaje, no nos permite ver otra cosa, utilizar otros sentidos, dándose muchas veces malos entendidos por tomar la palabra del otro como obvia. Muchas veces el hecho de que el terapeuta no entienda bien una palabra en otro idioma, le pide al paciente aclararla más, por lo que muchas veces el paciente repara que no es eso lo que quería decir, y le permite un mejor awareness de lo que le sucede. Consigue identificar y ponerle un nombre mas acertado a la emoción vivida. Se va creando también una propia lenguaje entre paciente y terapeuta que hace de esa relación algo único, nuevo y creativo.

Otro aspecto importante, y que se relaciona con el anterior, es que la gestalt no es interpretativa ni analiza, trabaja con la descripción de la experiencia del otro tal cual se presente en el aquí y ahora. Es una exploración fenomenológica, es la persona que auto descubre, y en ese sentido, puede usar elementos de su propia cultura para descubrir lo que pasa, y no elementos de la cultura del terapeuta. La terapia gestalt permitiría respetar y validar las vivencias e interpretaciones de cada individuo, en la medida que se centra en el individuo mismo y en su experiencia.

Por otro lado, la relación terapéutica es de un tú y yo, lo que permite el respeto mutuo de ambos dentro de una relación de horizontalidad.  Para Wheeler ( en Levine Bar-Yoseph, 2005) todo contacto es un contacto cultural, al ser la cultura parte de la naturaleza humana y ser la adaptación básica de nuestra especie. El encuentro entre paciente y terapeuta es en si un intercambio intercultural. La cultura de ambos nunca puede estar “fuera de la mesa” en este encuentro, sino sería una figura sin fondo.

Por último, la terapia gestalt trabaja preferentemente con grupos, lo que es de mucha importancia en el caso de trabajo con extranjeros quienes se encuentran en una situación de escasez de sus redes sociales, especialmente las primarias. El grupo permite el contacto con otros, evitando así el aislamiento en el cual a veces
se encuentra el emigrante. El grupo permite también la participación de otros terapeutas y técnicos, como también de otras personas presentes. Al igual que en la etnopsiquiatria, este aspecto grupal de las sesiones, puede ser una importante herramienta terapéutica: se valorizan aspectos sistémicos de la problemática, es decir, la intervención no incluye sólo al individuo sino que también al ambiente. Por otro lado, el grupo permite, si este es multicultural y multidisciplinario, superar los sesgos existentes entre terapeuta y paciente.

Conclusiones

Aún falta mucho por investigar sobre la transculturalidad. En Gestalt hay poco escrito, pero es interesante ver como ciertos principios de la Gestalt pueden ser aplicados a esta situación, como también a otras, en la medida que al centrarse en lo organismico, nos abre las posibilidades de comprensión e  intervención a diferentes situaciones humanas.  Sus postulados sobre la relación del individuo con el ambiente, su concepción holística  de ser humano, su visión fenomenológica en un campo de acción, su énfasis en  la experiencia y la validación de esta en el aquí y ahora, la conceptualización del ciclo gestáltico y los mecanismos de interrupción de este, y la noción de polaridades, nos entrega las herramientas para trabajar fuera de los limites culturales.

Por otra parte, si bien la Terapia Gestalt se creó del aporte de diferentes enfoques  y disciplinas, lo que le da la característica de ser una alternativa terapéutica rica e integrativa, creo que la Gestalt podría seguir enriqueciéndose con nuevos enfoques que intentan dar respuesta a problemáticas actuales. En este sentido, la etnopsiquiatria podía dar grandes aportes a la gestalt en la dinámica de transculturalidad e imigración.

Bibliografía 

Camilleri, C.; Kastersztein, J.; Lipiansky, E.M. ; Malewska-Peyre, H. ; Taboada-Leonetti, I.; & Vasquez, A. (Eds) (1990). Stratégies Identataires. Presses Universitaires de France.

Latner, J.  Fundamentos de la Gestalt. Editorial Cuatro Vientos, Santiago de Chile, 1994.

Moro, Marie Rose.  Psychothérapie, Cultures et Migrations : l’exemple de l’ethnopsychanalyse.  D. Widlocher et A. Braconnier (Eds) Psychanalyse et Psychothérapies, Paris, Médecine – Sciences Flammarion, 1996, 159-174.

Moro, Marie Rose.  Simpósio sobre Clínica Transcultural, Hospital Miguel Bombarda, Lisboa, 21 e 22 de Setembro, 2001.

Lichtenberg, Philip.  “Culture” en “The Bridge Across Cultures”, Talia Levine Bar-Yoseph (Ed), Gestalt Institute Press, New Orleans. 2005.

Wheeler, Gordon. “Culture, Self and Field” en “The Bridge Across Cultures”, Talia Levine Bar-Yoseph (Ed), Gestalt Institute Press, New Orleans. 2005.

Storie di vita e costruzione della diversità nel lavoro con la coppia

di Claudio Billi e Francesca Belforte

Istituto “Mille e una mèta”, Livorno

Pubblicato sul numero 16 di Formazione IN Psicoterapia, Counselling e Fenomenologia 

Introduzione

  1. Sistemi di costruzione e rappresentazione dell’esperienza nella coppia.

Ogni essere vivente necessita di un sistema di conoscenza per interagire in modo funzionale con il proprio ambiente; la conoscenza, a livelli crescenti di complessità nella scala evolutiva, abbraccia un insieme di informazioni non soltanto concettuali, ma anche motorie ed emozionali, attraverso le quali ciascun individuo costruisce la sua rappresentazione del mondo. Nel sistema-coppia lo spazio che si crea dall’incontro di due differenti modalità rappresentative può definirsi essenzialmente seguendo due direzioni:

  1. una intersezione/disgiunzione delle reciproche aree di omogeneità, complementarietà o simmetria, come risorsa dell’incontro di due diversi sistemi rappresentazionali;
  2. la formazione di una neostruttura con cui rappresentarsi la coppia, come risorsa di un nuovo processo creativo che, consentendo una epochè fenomenologica dei reciproci sistemi rappresentazionali, apre lo spazio per la comprensione/spiegazione e la co-costruzione di nuovi significati.

 

  1. I due livelli dell’esperienza.

L’approccio costruttivista propone un modello di uomo come attivo elaboratore di dati e generatore, nel rapporto con il suo ambiente, di significati e conoscenze personali. La funzione della conoscenza è principalmente quella di rappresentare predire, e il suo sviluppo consiste essenzialmente in un aumento del grado di complessità; essa assume così le caratteristiche di una struttura complessa di tipo gerarchico in cui gli schemi e le variabili, a ognuna delle quali il soggetto attribuisce un valore specifico sulla base delle informazioni che è in grado di raccogliere dall’ambiente, possono essere diversamente  differenziate, integrate gerarchizzate. Sono le esperienze concrete che consentono al sistema di crescere e articolarsi; ma nel sistema-coppia tale crescita e articolazione avviene contemporaneamente su due livelli:

c) l’esperienza che il singolo partner fa della propria interazione con l’altro;
d) l’esperienza stessa che si produce dall’interazione di coppia, che costituisce un angolo di osservazione diverso e autonomo, per osservare il quale, richiamando i presupposti filosofici della fenomenologia husserliana, dovremmo far funzionare la coscienza come uno “spettatore” distaccato, o in altre parole, accedere a un livello di meta-esperienza.
Nella relazione con l’altro ciò che percepiamo direttamente di noi stessi è quello che possiamo chiamare “sé soggettivo” (ciò che sento, sentimenti, pensieri, movimenti, percezione del mio corpo) mentre un grande settore della mia vita, di enorme importanza nelle relazioni intime, e cioè il “sé oggettivo” (ciò che vedono gli altri di me, corpo, parole) non lo vedo, ho poche informazioni, è fuori dal mio controllo. In realtà le maggiori soddisfazioni in una relazione intima dipendono dalla capacità di percepire il sé oggettivo e di integrarlo nell’esperienza relazionale con la percezione soggettiva.

  1. L’invalidazione come occasione di crescita.

 

Il processo che permette a un sistema di conoscenza di modificarsi e articolarsi in termini di maggiore complessità, è quello dell’invalidazione. Un sistema flessibile è allo stesso tempo in grado di costruire previsioni e di modificarle, modificando la sua stessa organizzazione interna, quando queste sono sottoposte a invalidazione.
Nel sistema-coppia, anche il processo di invalidazione si articola su due differenti livelli:

e) al livello del sistema di conoscenza di ogni singolo partner, allorché le sue capacità predittive sono invalidate dal comportamento dell’altro;

  1. al livello di coerenza del sistema-coppia stesso, quando i fattori impliciti o espliciti che determinano l’equilibrio nella coppia, sono a loro volta invalidati, per effetto di una invalidazione in qualche modo sotto-ordinata, proveniente cioè da uno o entrambi i membri della coppia.

Un obiettivo centrale perciò dell’intervento con la coppia, sarà quello di favorire le possibilità di evoluzione, in termini di maggiore complessità, di un sistema di conoscenza, al fine di permettere che l’invalidazione sperimentata da ciascuno dei due partner (i cui effetti sono quelli che spesso spingono la coppia a chiedere un aiuto) si trasformi da occasione di scompenso in possibilità di attribuire nuovi significati agli eventi che precedentemente venivano vissuti da entrambi come minaccia al proprio equilibrio interno, formulando una diversa spiegazione dei processi che determinano l’equilibrio e lo scompenso nella coppia.

 

2. Il caso

Carlo, artigiano di 40 anni e Silvia, insegnante di 44, si presentano con una richiesta di aiuto per i frequenti litigi, che assumono talvolta forme violente, anche se quasi mai sfociate in aggressioni fisiche. La coppia ha scelto la convivenza, che dura da 18 anni, dalla quale sono nati due figli, oggi adolescenti. Carlo, nei primi anni della convivenza, ha avuto una precedente esperienza di psicoterapia, iniziata a seguito di una delle frequenti crisi di coppia; Silvia invece ha avuto più di recente alcune esperienze di approccio al lavoro personale, nell’ ambito di occasioni di formazione professionale.
Fin dal primo incontro il loro atteggiamento nei confronti della psicoterapia appare consapevole e fiducioso: è soprattutto Silvia ad esprimere il suo disagio per i litigi, che non coinvolgono mai i figli, ma nel corso dei quali sperimenta una forte paura per la temuta perdita di controllo del partner. Nel corso della loro storia di coppia alcune di queste crisi hanno portato a temporanee separazioni, soprattutto nei primi anni della loro convivenza; all’inizio del nostro lavoro però, benché tali separazioni non si siano più ripetute da molto tempo, i due sono convinti che se il loro problema non sarà risolto, li porterà presto a una decisione di separazione.

 

2.1. La prima fase dell’intervento e il setting..

Chiarite le reciproche motivazioni e aspettative e formulato il contratto terapeutico, che non prevede alternanza  con sedute individuali, (anche se Silvia, in un momento particolarmente drammatico della terapia, cercherà successivamente di forzare questa regola), sono necessarie alcune sedute iniziali, per gestire meglio l’emotività; in questa fase iniziale la coppia viene introdotta a un setting (condotto in co-terapia da due terapeuti uomo e donna) in cui ciascuno ha un suo tempo per esprimere se stesso, rispettando a sua volta lo spazio del partner; i due si assumono l’impegno reciproco, non sempre di facile gestione, ad “ascoltare” l’altro, senza interrompere o commentare, anche quando uno dei due sta esprimendo opinioni ed emozioni difficilmente tollerabili dall’altro, e a riconoscere ed evitare il più possibile le violazioni linguistiche, con le quali la comunicazione si trasforma facilmente in dinamica conflittuale.
A questo proposito i due partners vengono invitati a rivolgersi direttamente l’uno all’altro, soprattutto quando il “lui” o il “lei” vengono usati come distanziamento o triangolazione della comunicazione con il terapeuta, spesso costruito in funzione di “giudice”, o quando il mancato contatto visivo nella coppia, durante una comunicazione emotivamente intensa, funziona da evitamento dell’esperienza emozionale. La possibilità di uno spazio di ascolto reciproco viene gradualmente acquisita e produce come primo effetto una maggiore capacità di tolleranza del conflitto, anche se in questa prima fase tale capacità viene più “delegata” al setting che interiorizzata come effettiva possibilità di comunicazione nella vita personale.
Nel corso di queste prime sedute emerge un problema sessuale, al quale soprattutto Carlo attribuisce la responsabilità delle sue “sfuriate” non tanto nel momento il cui il problema si manifesta, quanto come risultato di una insoddisfazione che si manifesta in momenti successivi, prendendo spunto da conflitti della vita quotidiana. Silvia attribuisce ad una vaginite la causa più evidente del problema: in alcuni periodi il dolore le impedisce di avere rapporti sessuali e comunque, se ne ha, vi partecipa senza piacere e con una costante tensione fisica. Tuttavia la vita sessuale della coppia ha avuto ed ha, anche se negli ultimi tempi in modo molto più sporadico, momenti di piacevolezza e coinvolgimento reciproco.
L’esperienza di un ascolto più aperto del modo in cui il reciproco partner vive questo problema, costituisce una importante fase di elaborazione del problema stesso: i due infatti non ne hanno mai parlato apertamente, spostando piuttosto sui litigi l’espressione di una emotività non condivisa. Ascoltare il racconto dell’altro è una esperienza di intimità che, se è di solito presente nei primi momenti di formazione della coppia, quelli in cui prevale la voglia di raccontarsi, di confrontare le proprie esperienze di vita, di riconoscersi nel racconto dell’altro, viene spesso meno nelle fasi successive della vita in comune.
Inizia proprio dalla possibilità di ascoltarsi in modo autentico la costruzione, da parte della coppia, di un nuovo significato rispetto al tema dell’intimità, e alla funzionalità che il mantenimento del conflitto potrebbe assumere nei confronti di quest’ultima.

 

3. L’uso della storia di vita in terapia di coppia.

3.1 Premessa.

In terapia individuale l’obiettivo al quale può corrispondere la decisione di dedicare alcune sedute iniziali a una raccolta sistematica della storia di vita del paziente è la costruzione, da parte del terapeuta di un’ipotesi sulle caratteristiche attuali del sistema conoscitivo del paziente, ipotesi che gli consenta di comprendere la logica interna al suo sistema e di programmare la strategia del trattamento.
Nella terapia di coppia, a questo obiettivo, che in buona parte rimane necessario, pur all’interno di un intervento che si muove in un’ottica di sistema più che di individuo, se ne aggiunge un altro non meno determinante: attraverso la ricostruzione delle tappe di sviluppo di uno dei membri della coppia, il partner può comprendere il senso che il proprio compagno/a ha attribuito alle sue esperienze passate, costruendo in tal modo una prospettiva diversa sulla genesi e l’evoluzione dell’ attuale modalità di costruzione dei significati e sul comportamento del partner stesso. La comprensione del passato può servire, in altre parole, a far luce e a dare significato al presente.
Nel raccogliere il racconto della storia di vita, non ha alcun senso porsi il problema di quale sia la realtà oggettiva dei fatti narrati. Ciò che interessa è il modo in cui il paziente ricostruisce la sua storia, la coerenza che all’interno della sua ricostruzione possiamo identificare tra i fatti ricordati e le valutazioni che, in maniera implicita o esplicita, egli dà di questi fatti, il modo in cui si spiega perché è avvenuto ciò che ricorda sia avvenuto, e il fatto, eventuale, che egli non riesca a ricostruire per niente alcuni periodi più o meno lunghi della sua esistenza.
In questa fase dell’intervento, il terapeuta dovrebbe porsi in posizione di ascolto, intervenendo il meno possibile, solo lo stretto necessario per indirizzare il racconto del paziente nella direzione desiderata.
Ma nell’intervento con la coppia, è presente anche un’altra importante dimensione di ascolto: quella del partner. Saper ascoltare, dal punto di vista del partner, significa confrontarsi ricordi, sensazioni, immagini, emozioni, silenzi, esperienze o fatti particolarmente dolorosi della vita del proprio partner.
Durante l’ascolto il partner, così come il/i terapeuta/i si trova a osservare un fenomeno a lui in gran parte sconosciuto, cercando di inserire i dati osservativi all’ interno di codici che possano definirne un significato.

 

3.2 La storia della coppia.

Il lavoro svolto nelle prime sedute ha prodotto in Carlo e Silvia una maggiore fiducia nella possibilità di affrontare il problema e nella neutralità del terapeuta rispetto ai reciproci vissuti personali. Concordiamo che è possibile adesso passare ad una fase diversa in cui, abbandonando per un po’ i problemi attuali, ci si confronterà con una dimensione di storia di vita personale e di storia della coppia.
In questa fase del lavoro l’ascolto reciproco subirà una trasformazione nelle sequenze temporali: infatti potrà accadere che il tempo dedicato a ciascuno dei due partner sia molto più lungo, fino ad arrivare in alcuni casi a una intera seduta per ciascuno. Iniziamo dalla storia della coppia, dalla prima conoscenza, all’innamoramento, alle prime esperienze sessuali e al consolidarsi del legame, con le successive crisi, fino alla nascita dei figli e al loro sviluppo.
In questa fase del lavoro vengono dedicate due sedute ad un racconto “fotografico” della storia di coppia: i due partners vengono invitati a scegliere dal loro album 15 foto ciascuno, attraverso le quali selezionare i momenti più significativi della storia di coppia. Alcune foto risultano scelte da entrambi, così come altre no: l’esperienza stessa della scelta, i criteri e le sovrapposizioni, sono occasioni di esplorazione dei diversi significati attribuiti da ciascuno alla propria storia di coppia, così come i vissuti relativi alle scelte comuni.

Dalla storia di coppia narrata da Carlo, emerge un desiderio costante che la propria partner potesse affidarsi a lui come un punto di riferimento, fin dai primi momenti del loro rapporto; Carlo a 20 anni aveva lasciato gli studi e si era reso indipendente dalla famiglia, mentre Silvia usciva da un matrimonio interrotto dopo quattro anni.
I due decidono dopo un anno di fare l’esperienza di una convivenza, nonostante i timori di Silvia di ripetere un fallimento. Carlo, che si sente inferiore culturalmente a Silvia, tenta in tutti i modi di definire un suo ruolo centrale nella coppia, offrendo a Silvia il suo impegno soprattutto sul piano pratico, ristrutturando con le sue mani un rudere in campagna, senza luce né riscaldamento, dove i due decidono di vivere inizialmente una vita da “hippies”, con una lavoro saltuario e la casa sempre piena di gente. Carlo pensa che un figlio, che la sua partner gli chiede, la avvicinerà a lui e acconsente.
Il racconto di Carlo qui si tinge di colori di calda emotività, mentre narra il suo impegno a riparare il tetto della casa e a rendere vivibile quell’ambiente inizialmente un po’ ostile. Dal suo racconto emerge chiaramente il desiderio di riconoscimento del proprio valore personale, insieme all’insicurezza e al senso di inferiorità nei confronti della sua partner che egli costruisce come più colta ed esperta della vita.
Durante questo racconto Carlo comincia a mettere in relazione le sua aspettative con eventi precedenti la storia di coppia e quindi con aspetti riguardanti più la formazione del proprio Sé in relazione all’ambiente familiare e ai messaggi che da questo provenivano. Si tratta di un passaggio importante poiché proprio questa consapevolezza andrà a costituire il ponte con la terza fase della terapia, in cui la narrazione si sposterà, per entrambi i partner, sulla propria storia personale e familiare, prima del costituirsi della coppia.

Contemporaneamente Silvia descrive la prima esperienza matrimoniale fallita, durata quattro anni, costruendola come la conseguenza del suo intenso bisogno di staccarsi dalla famiglia, nonostante i molteplici aspetti problematici, evidenti fin dall’inizio (“ho sposato il primo che si è presentato nella mia vita, un uomo di sette anni più grande; vivevamo come fratello e sorella”; sono già presenti in questa fase i primi problemi sessuali e il vaginismo).
Silvia fa emergere nel racconto una preoccupazione centrata soprattutto su un forte desiderio di autonomia personale prima ancora che di coinvolgimento amoroso. I primi incontri con Carlo sono descritti all’interno di una cornice di emotività e di passionalità che non si stacca mai, però, da un tonalità fondamentalmente preoccupata del coinvolgimento e dei messaggi provenienti dalla propria famiglia di origine, che dopo la separazione torna ad essere percepita come una realtà potenzialmente minacciosa per l’autonomia della donna. Inizialmente pensa però di aver trovato l’uomo della sua vita. Gli piaceva Carlo come personaggio ribelle indipendente a anticonformista. Si sente però spesso inadeguata; iniziano i litigi e i problemi sessuali. Però lei è determinata a trovare un’altra casa, il lavoro e il figlio.
Le prime esperienze di convivenza sono perciò descritte da Silvia in modo ambivalente: da un lato con partecipazione passionale e dall’altro con un senso di insoddisfazione nei confronti del partner che viene costruito come non sufficientemente affidabile sul piano dei bisogni emotivi profondi, in quanto non abbastanza capace, secondo Silvia, di rassicurarla e costituirsi per lei come un riferimento sicuro. Compaiono già in questa fase le prime difficoltà sessuali della coppia. Mentre Silvia racconta questa parte della sua storia di coppia, diviene progressivamente più consapevole dei riflessi proiettati dalle difficoltà incontrate con Carlo sullo sfondo dei propri nodi familiari: cominciano ad emergere ricordi della propria infanzia, legati alla madre e alle esperienze di scarsa autonomia personale.
Anche per lei, come per Carlo, si tratta di un passaggio importante: cominciano a maturare i tempi perché la narrazione si possa progressivamente spostare sulla propria storia personale e familiare, prima del costituirsi della coppia.

Carlo e Silvia continuano in questa fase a ricordare le fasi successive della loro storia di coppia: il racconto si è fatto più intimo e i due appaiono più attenti l’uno all’altro, tanto che a una osservazione attenta si possono cogliere segnali di stupore reciproci, come se questa storia, in questo modo, davvero non se la fossero raccontata mai.
Dopo pochi mesi di convivenza nasce la prima figlia; è Silvia che fa tutto: trova il lavoro, una seconda casa dove decidono di andare a stare insieme, ed è sempre lei che decide di separarsi dopo un periodo di crisi e litigi sempre più frequenti e intensi (“un camioncino, mio padre che mi aiuta, e un sabato porto via tutti i mobili: Carlo torna e non mi trova più”); i due resteranno separati per circa quattro anni.

In questo periodo Carlo intraprende la sua prima esperienza di psicoterapia, di cui parla come di una tappa fondamentale della sua evoluzione personale, che lo ha aiutato a non perdersi in un periodo particolarmente difficile in cui non ha riallacciato altre relazioni affettive significative, rimanendo invece legato affettivamente alla storia con Silvia e alla bambina, che vede il sabato. Di tanto in tanto telefona a Silvia e dice “allora vengo” e lei prova angoscia per la sofferenza di lui. Silvia approva la scelta di Carlo della terapia, anche se l’inizio dell’analisi apre a lui dubbi sull’identità sessuali (ricordi di fantasie omosessuali).
Per Silvia invece questo è descritto come un periodo significativo, soprattutto perché vissuto come la prima vera esperienza di libertà della sua vita; è in questa fase che la donna sperimenta sul piano sessuale nuove relazioni che vive come molto gratificanti e coinvolgenti, a confronto con le precedenti esperienze del matrimonio e del rapporto con Carlo.
I due comunque continuano in questi quattro anni a vedersi periodicamente per la figlia, e a mantenere aperto un dialogo, con molta sofferenza e rabbia da parte di Carlo, che si sente rifiutato, e con momenti di oscillazione tra autonomia e bisogno di sicurezza da parte di Silvia.
Nel frattempo Carlo si è molto impegnato sul lavoro, e da dipendente è riuscito a creare una ditta autonoma, cosa che lo fa sentire molto più realizzato sul piano personale; inoltre si è avvicinato a ideologie politiche che lo coinvolgono sul piano del sociale e che, anche se a tratti fanno emergere i suoi timori di inadeguatezza per la sua presunta impreparazione culturale, lo costringono tuttavia a mettersi alla prova anche in contesti pubblici, con buoni risultati sul piano dell’autostima; il coinvolgimento ideologico è tra l’altro un aspetto che riguarda anche la vita di Silvia in questi anni, e che la avvicina a tematiche femministe e di liberazione della donna.

Il cambiamento di Carlo è avvertito da Silvia, che comincia a costruire il partner come più affidabile e protettivo: ciò provoca un graduale riavvicinamento che porterà a una nuova convivenza e alla nascita della seconda figlia.
La coppia si sposterà adesso in una nuova casa in città, iniziando una seconda fase più connotata dall’impegno sociale e lavorativo per entrambi i partner. Lui costruisce la casa come “risarcimento”. Anche lei inizia l’analisi e riesce a togliere le chiavi di casa ai genitori. L’analista le consiglia di separarsi e invece progettano di fare terapia di coppia.
I problemi sessuali tuttavia ben presto ricompaiono, in relazione con i litigi e le incomprensioni per la condivisione degli impegni e dei compiti familiari. Silvia si lamenta dello scarso impegno messo da Carlo nei compiti familiari e nell’educazione dei figli, mentre Carlo accumula risentimento per i rifiuti di Silvia sul piano sessuale. Non ci sono in questi anni storie extraconiugali, mentre invece assumono maggior rilevanza le famiglie di appartenenza, e in particolare quella di Silvia la cui madre è particolarmente invasiva nella vita della coppia.

 

4. Dalla storia della coppia alla storia personale.

 

Nel ripercorrere le tappe della storia della loro coppia, Carlo e Silvia sono divenuti più consapevoli che molte delle reazioni personali sperimentate nell’interazione con il proprio partner affondano le loro radici in una storia personale precedente a quella della coppia stessa.
Si tratta di un momento centrale nel lavoro di terapia: è qui infatti che si gioca, in buona parte, la possibilità di recupero da una parte dei significati personali, nell’ambito della propria storia di vita, e dall’altra della costruzione di un nuovo spazio di significato della coppia stessa, come processo di differenziazione dai propri bisogni simbiotici.

Nel ripercorrere la propria storia di vita, precedentemente all’incontro con Silvia, Carlo ricostruisce come i genitori e i nonni paterni siano sempre vissuti insieme, nella stessa casa (“si costruiscono anche case più grandi – ricorda – ma continuando a vivere sempre insieme”), in mezzo a continui litigi su una questione di eredità riguardante la madre. Il tema di una ingiustizia subita dalla madre, nei confronti della propria famiglia di origine, è costante nel clima familiare che caratterizza l’infanzia di Carlo.
I nonni materni sono descritti come appartenenti a un “patriarcato freddo e discriminante nei confronti della donna”; privilegiavano i fratelli maschi, e lui stesso si sentiva guardato con disprezzo perché era il nipote: “ero in imbarazzo perché ero il nipote, e venivo comunque dopo gli altri”.
Poi muore il nonno paterno e i rapporti tra madre e la suocera peggiorano. Carlo vuole fuggire da tutto questo: si ribella, non studia, molla la scuola superiore a un mese dall’esame; si avvicina alle prime ideologie politiche. In realtà non si stacca mai veramente dalla famiglia perché, come egli stesso riconosce, il suo tema continua ad essere quello di salvare la madre (“sono sempre stato l’avvocato delle cause perse – ho dovuto dimostrare a mia madre di essere un uomo – ho spesso pensato che avrei dovuto salvarla”).
Descrive il padre come una figura poco presente, passivo, sempre dipendente dalla madre, mentre quest’ultima è continuamente attaccata al figlio e non rispetta alcuna distanza. L’ingiunzione che proviene da parte materna è: “non ci si separa mai”.

Silvia, anche lei come Carlo figlia unica, descrive invece il clima familiare come estremamente rigido e controllante: “non potevo mai uscire; dopo la scuola dovevo tornare subito a casa”, rigidità che continua anche dopo la fine delle scuole superiori, quando i genitori non la vogliono nemmeno mandare all’Università.
Assisteva a litigi violenti e da bambina aveva molta paura. I genitori sono descritti come una coppia altamente conflittuale. Emerge un episodio di violenza da piccola: un giorno Silvia, per punizione, fu chiusa in uno stanzino al buio, e rievoca questo episodio, durante la seduta, con un forte vissuto di angoscia e di impotenza.
Carlo, assistendo alla sofferenza di Silvia, nel rievocare questo episodio, si commuove ed assume un atteggiamento molto protettivo: in seguito espliciterà come anche questo sia stato un momento centrale di cambiamento, che gli ha consentito di costruire, diversamente dalla consueta lettura in termini di pretesa e rivendicazione, i vissuti costrittivi e di rabbia che Silvia talvolta agisce anche durante i conflitti di coppia.
I nonni vengono ricordati da Silvia con una netta differenza: i nonni maschi, mai conosciuti, sono idealizzati e costruiti come due “angeli custodi”; le nonne invece, sono descritte in modo piuttosto ambivalente. La nonna materna trasmette sopratutto regole, rigidità e durezza; la nonna paterna una affettività confusa, e una grossa ambiguità nei sentimenti.
La madre è vissuta da sempre come molto invadente: legge i diari, controlla, giudica. Il padre, figura di secondo piano, asseconda però la madre nella funzione di controllo: quando Silvia lascerà Carlo, sarà lui a restare in contatto con Carlo per cercare a tutti i costi una conciliazione, mentre sua madre che continua ad avere le chiavi di casa, si conferma come presenza intrusiva e controllante.

5. Riapprodare al presente: dal problema della coppia alla responsabilità individuale.

Dalle reciproche storie individuali i temi di litigio e conflittualità appaiono chiaramente come esperienze individuali di vita, prima ancora che di coppia.
Questa è una acquisizione fondamentale, che sposta la costruzione stessa del conflitto di coppia, introducendo una maggiore consapevolezza del ruolo e della funzione che il conflitto ha assunto nelle reciproche storie di vita.
Il processo di costruzione di un tema individuale, attraverso la storia di vita, riguardo al conflitto e all’aggressività, ha portato Carlo e Silvia a distanziarsi dalle dinamiche di rivendicazione reciproca nella coppia; assistere al racconto, talvolta accorato e drammatico, di vicende in cui il proprio partner ha dovuto affrontare situazioni per lui problematiche, ha facilitato la consapevolezza che nella coppia spesso si rivolgono richieste di “cura” delle proprie ferite, che il partner non può essere in grado di soddisfare.
Ciò ha facilitato la comprensione reciproca e diminuito il tono delle pretese da tutte e due le parti, avviando la possibilità per ciascuno di un autosostegno emotivo, nei momenti di disagio. Nello stesso tempo è aumentato il rispetto e la comprensione per l’altro, e con questi una maggiore fiducia di poter a propria volta sentirsi compresi.
Anche il comportamento quotidiano è cambiato: Carlo è ora più attento ai bisogni affettivi di Silvia, e non si ritrae di fronte a compiti e responsabilità familiari; Silvia a sua volta più sicura e disponibile si è riavvicinata emotivamente a Carlo, che costruisce ora come meno minaccioso per la propria autonomia personale.
I due hanno ripreso ad avere rapporti sessuali che risultano adesso soddisfacenti: Silvia prende molto più spesso l’iniziativa e Carlo si sente più cercato e desiderato come uomo. Capita ancora che in alcuni momenti ci sia tensione e disagio, ma a differenza di prima, tutti e due i partner sono ora in grado di costruire il disagio di questi momenti come conseguenza di situazioni in cui si ripetono schemi e meccanismi già noti. Ciò consente alla coppia di metacomunicare su quanto sta accadendo e ritrovare un equilibrio senza bisogno di passare attraverso i consueti scontri e litigi.
La reciproca diversità, da occasione di minaccia, è diventata progressivamente occasione di comprensione e coinvolgimento.
Ritornare a considerare la quotidianità, dopo questo viaggio nella propria storia di coppia e di vita, è una esperienza nuova; le stesse situazioni vengono adesso costruite e vissute con risorse diverse.
La coppia in una delle ultime sedute, elabora insieme il desiderio di sposarsi, vedendo in questo un ulteriore cambiamento del reciproco modo di vivere la dimensione della coppia in quella più allargata della famiglia.
In questa fase i partner parlano molto di più dei figli, che erano rimasti a lungo fuori delle tematiche portate in seduta.
Anche questo aspetto della relazione testimonia di un cambiamento nella costruzione della coppia: per molto tempo infatti, Carlo e Silvia si sono visti più in termini di coppia che di famiglia: l’immagine di famiglia che ciascuno si portava dentro era per entrambi negativa e minacciosa.
Ciascuno dei due parlava del proprio rapporto con i figli come di qualcosa di personale e non condivisibile all’interno di uno spazio comune; adesso lo spazio-famiglia è presente come realtà e come nuova possibilità.
Questo pone a Carlo e a Silvia nuove problemi riguardo alle responsabilità reciproche e nuove opportunità di confronto rispetto alle diverse modalità di entrambi di interagire con i figli.
C’è ora molta meno paura che il partner possa limitare o forzare lo spazio comune, e soprattutto molta più fiducia nella possibilità di una interazione costruttiva anche nei confronti dei figli.
Progressivamente ci avviamo a terminare la terapia, lasciando due sedute di follow up a tre e sei mesi, nelle quali la coppia dimostra di aver ritrovato un buon equilibrio, nel rispetto degli spazi reciproci.
Dopo un anno circa dalla fine della terapia ricevo la notizia che Carlo e Silvia si sposeranno: ripensiamo in quell’occasione a tanti momenti del nostro percorso e provo commozione. Sono passati tre anni circa della loro storia di vita e anche della nostra .

6. Considerazioni conclusive sulla “coppia utile”

Alcune considerazioni conclusive sulla formazione della coppia, sul concetto di “collusione” e sul significato evolutivo della relazione di coppia.
Che cosa significa capire la collusione di coppia e i “motivi” della scelta del partner? Capire la collusione significa capire cosa ciascuno ha scelto di sé nell’altro, significa comprendere la complessa dinamica tra intrapsichico e interpersonale. In particolare: a) quale aspetto di sé valutato; b) quale aspetto negato; c) quale aspetto delle figure parentali.
Quindi la scelta del partner può essere:

  1. DIFENSIVA: rispetto alle proprie difficoltà, angosce, rapporti non risolti con la propria famiglia d’origine. In questo caso la collusione è rigida e la persona cerca complementarietà.

 

  1. EVOLUTIVA: capacità di stare in rapporto con la differenza, bisogno di crescita; il partner assume una “funzione terapeutica”.

Infatti nella collusione di coppia “patologica” difensivamente ambedue i membri della coppia traggono vantaggio a non far evolvere aspetti di sé, mentre nella collusione di coppia “evolutiva” si apprende a stare “dentro e fuori” la relazione con l’altro, modulando il bisogno di identità/individuazione con la ricerca di libertà/autonomia.

La coppia si forma attraverso una rottura (con la famiglia d’origine) ed inizialmente va verso la fusione, l’unità. La coppia, nel momento dell’innamoramento, nasce su un complesso impasto di aspettative. Le aspettative sono la vera causa della frustrazione ma senza aspettative non è possibile l’innamoramento.

Solitamente nella fase dell’innamoramento o dell’“illusione”, i partner si propongono reciprocamente come terra promessa. I modi in cui si costruisce questa illusione sono i veri nodi problematici della relazione. Si parla di una sorta di “primo contratto” in cui c’è la percezione di caratteristiche dell’altro considerate piacevoli e complementari rispetto al soddisfacimento dei propri bisogni. Vengono collocati in primo piano alcuni aspetti che si avvertono particolarmente gratificanti rispetto ai propri bisogni e c’è una esortazione all’altro esplicita o indiretta perché corrisponda sempre più a queste aspettative.

La coppia spesso chiede di chiudere i “buchi dell’infanzia” ma queste ferite non si chiudono, bisogna conviverci e lavorare per una accettazione profonda. Il conflitto si gioca nell’illusione di poter recuperare qualcosa che non ho avuto. Si gioca all’interno della coppia il desiderio di essere amati e la speranza di chiudere le mancanze dell’infanzia. Più alte sono le aspettative, più sono legate a bisogni vitali non espressi dell’infanzia, più forte sarà il senso del tradimento e più complessa la possibilità di passare al “secondo contratto”. Il secondo contratto o “amore a seconda vista” è il passaggio dalla delusione alla dis-illusione, cioè la consapevolezza della diversità dell’altro e l’uscita dalla pretesa attraverso la responsabilità e lo sviluppo di parti autonome.
La coppia è quindi il luogo di Intersezione tra individuo e sistema duale. Di conseguenza è luogo di intersezione tra il disagio individuale e il disagio relazionale.
La sofferenza nasce dal bisogno di ognuno dei partner di assimilare l’altro in un proprio schema interno rigido, di vedere l’altro come colui che soddisferà e risarcirà le ferite dell’infanzia. Ad una distorsione della percezione individuale della realtà corrisponde una forte perturbazione della relazione ed il delinearsi di circuiti disfunzionali.
Un unione ben funzionante è quella in cui le aspettative irrazionali e le motivazioni e fantasie proiettate sul partner sono limitate, con un’accettazione di sé e del partner sufficientemente buona nonostante incrinature e delusioni

La coppia dovrebbe essere un’occasione di apprendimento e non di ripetizione.
L’incontro tra individui è sempre accompagnato dal desiderio di sperimentare parti diverse di sé non convalidate o sperimentate e, insieme, dal bisogno di ritrovare una continuità con le esperienze precedenti.
La possibilità di continuare ad apprendere dall’esperienza nella relazione di coppia  dipende dall’esito del processo di alterazione reciproca tra mondo interno e realtà esterna che si rinnova in ogni fase del ciclo vitale della coppia e della famiglia come capacità di modificare, alla luce dell’esperienza, le proprie fantasie ed aspettative (elaborazione del lutto) come capacità di differenziazione tra sé e l’altro, di limitare il conflitto relazionale, di individuare gli interlocutori e di elaborare il dolore che accompagna ogni perdita.

 

Bibliografia.

Andolfi M., Angelo C., De Nichilo M. (a cura di), Sentimenti e sistemi, Cortina, 1996
Beck A.T., L’amore non basta, Astrolabio,1990
Caillé P., Rey Y., C’era una volta. Il metodo narrativo in terapia sistemica, Angeli, 1998
Carli L. (a cura di), Attaccamento e rapporto di coppia, Cortina, 1995
Chiari G., M.L.Nuzzo (a cura di), Con gli occhi dell’altro, Unipress,1998
Cionini L. (a cura di), Psicoterapie. Modelli a confronto, Carocci, 1998
Cionini L. L’assessment, in: Bara B.(a cura di), Manuale di psicoterapia cognitiva, Bollati Boringhieri, 1996
Hellinger B., I due volti dell’amore, Crisalide, 1998
Malagoli Togliatti M., La psicoterapia con la coppia, Angeli, 2000
Polster E., Ogni vita merita un romanzo, Astrolabio, 1988
Veglia F., Storie di vita, Bollati Boringhieri, 2001
Quattrini P.,Fenomenologia dell’esperienza, Zephyro, 2007

 

SCHEDA DEGLI AUTORI

Claudio Billi, psicologo e psicoterapeuta, Specialista in Psicologia Clinica, insegna ha insegnato Psicodiagnostica e Psicologia Clinica presso la Facoltà di Psicologia e di Scienze della Formazione dell’Università di Firenze. Dottore di Ricerca in Qualità della Formazione, dirige l’Istituto “Mille e una mèta” di Livorno, che da anni promuove ricerche, studi e attività di formazione nel campo delle professioni di aiuto. E’ socio didatta della SITTC (Società Italiana di Terapia Comportamentale e Cognitiva), della FEIG (Federazione Italiana Gestalt) e dell’AIPPC (Associazione Italiana di Psicologia e Psicoterapia Costruttivista); è Formatore dell’A.I.Co (Associazione Italiana di Counselling),  del  CNCP (Coordinamento Nazionale Counsellor Professionisti) e dell’AIMEF (Associazione Italiana Mediatori Familiari). Tra le sue pubblicazioni: Processi formativi nell’adolescenza, ETS, Pisa, 1994;  Psicologia generale e sociale, Giunti, Firenze, 1994 (con L.Trisciuzzi);  La formazione del sé. ETS, Pisa, 2004 (con L.Trisciuzzi).

Francesca Belforte, psicologo e psicoterapeuta, mediatore familiare; direttore didattico dell’Istituto Mille e una meta di Livorno e responsabile della sede di Livorno dell’I.G.F.(Istituto Gestalt Firenze). E’ socio formatore dell’AICo , del  CNCP e dell’AIMEf.

 

Apprendimento: il piacere di una conquista

di Alexander Lommatzsch e Caterina Terzi

Pubblicato sul numero 16 di Formazione IN Psicoterapia, Counselling e Fenomenologia

 

L’approccio della Gestalt, come anche l’approccio fenomenologico/esistenziale, mettono al centro dell’attenzione l’esperienza che l’essere umano fa con gli altri organismi viventi e con le cose. L’esperienza è soggettiva e non può essere impiantata o trapiantata negli altri. Ognuno di noi ha bisogno di fare le proprie esperienze. Il ruolo dell’insegnante è di accompagnare l’allievo nella sua esperienza di apprendimento, senza interferire con i propri giudizi o pre-giudizi.
L’approccio fenomenologico/esistenziale sottolinea che la conoscenza è soggettiva, basata sul sentire individuale, ossia sulla specificità di ogni sentire e sulla capacità di trasformare il sentire in esperienza, in apprendimento.

Ma, come può costruirsi un processo di formazione a partire dal sentire personale?

Il sentire non è verificabile come giusto o sbagliato, è personale. Nell’approccio fenomenologico/esistenziale, il processo di apprendimento si fonda sulla creazione di un contesto affettivo e di formazione in cui insegnante e allievo sono individui con pari dignità, e partecipano insieme ad un processo di co-costruzione dell’apprendimento, di responsabilizzazione del processo di conoscenza, e, di conseguenza, di trasformazione di sè. E’ prima di tutto la relazione tra insegnante e allievo e le differenze tra di loro che sostengono questo processo trasformativo e di apprendimento, in cui diventa centrale l’empatia, ossia la capacità di essere in contatto con il sentire dell’altro ed al tempo stesso con il proprio sentire, ma senza confonderli.

Questo è il presupposto perché l’allievo possa acquisire, in un apprendimento profondo e duraturo, le competenze della professione dello psicoterapeuta, e contemporaneamente sviluppare il suo proprio stile personale.

La Gestalt, come l’esistenzialismo e la fenomenologia, inoltre, guarda all’essere della persona nel tempo, e sottolinea la singolarità e l’originalità dell’esperienza individuale e la responsabilità personale dell’individuo che costruisce il proprio progetto esistenziale e il proprio sapere.
Lo stile di vita diventa anche stile professionale ed è qui che il terapeuta-didatta diventa un pedagogo fenomenologico esistenziale, per il quale la ricerca attiva e responsabile del proprio benessere è strettamente legata al piacere di esserci – anche nella professione.

Apprendere dovrebbe sempre avere come obiettivo comprendere meglio se stesso e gli altri nel proprio contesto di vita per creare modi di convivenza sempre più umani.
Questo presuppone che gli alunni sappiano per che cosa imparano e gli insegnanti per che cosa insegnano e che le lezioni vengano vissute e comprese per quello che sono: una situazione interpersonale e non un centro elaborazione dati.
Viene sollecitata la riflessione sul proprio “volere” e sul proprio “fare”, non nel senso di una riflessione astratta ma di un insieme vissuto costituito di emozioni, valori e posizioni soggettive.

Il didatta sviluppa le sue potenzialità per essere autentico nel momento in cui invita l’allievo a sviluppare le proprie e non si nasconde dietro una maschera professionale o un atteggiamento di “neutrale” oggettività, anzi è coinvolto e partecipe in prima persona, con i propri desideri, le proprie esperienze e le proprie emozioni.
Nel suo lavoro sostiene ed incoraggia l’allievo a diventare responsabile per le sue scelte e le sue decisioni, in modo che il suo spazio d’azione aumenti invece di restringersi.
L’individuo, così, con il sostegno e l’incoraggiamento del didatta, sviluppa le proprie capacità e impara a realizzare se stesso ed i suoi obiettivi, diventando consapevole sia dei fenomeni di rigetto che di quelli di adattamento; impara in definitiva a riconoscere la differenza tra la manipolazione, da un lato, e le azioni responsabili, dall’altro.
Il didatta non si occupa più di come motivare gli alunni, ma stimola e cerca le loro motivazioni e coinvolgimenti e da questi parte, riparte dal piacere d’imparare che è innato in ogni essere umano.

Il costruttivismo può chiarire meglio quello che intendo: da punto di vista costruttivista, infatti, l’uomo è – compulsivamente/coattivamente – libero, e l’apprendimento è un processo costruttivo attivo dell’individuo che ha luogo in un sistema autopoietico e autoreferenziale, ossia nel suo cervello. Nel corso dell’apprendimento il cervello elabora le proprie soggettive realtà in un processo auto-organizzato .

Se la conoscenza, sempre da un punto di vista costruttivista, è legata al contesto e all’attività dell’individuo, non esiste un modo unico e universalmente giusto per fare conoscenza, dunque non esistono procedure di insegnamento fisse, meccaniche e standardizzate. L’approccio costruttivista offre piuttosto all’insegnante una struttura teorica da cui ricavare alcune importanti indicazioni sul significato dell’apprendere, sul cosa insegnare e come farlo e su cosa è opportuno evitare.

Bisogna, però, ridisegnare la figura professionale e il ruolo dell’insegnante, che smette di essere il centro dell’attenzione, per diventare un facilitatore e un garante che offre ad ogni allievo gli strumenti per permettergli di realizzare la propria realtà di apprendimento. Così “l’istruzione non è causa dell’apprendimento, essa crea un contesto in cui l’apprendimento prende posto come fa in altri contesti” (Wenger, 1998, p. 266), quali la famiglia o il gruppo dei pari.
Non è l’insegnante a determinare meccanicamente l’apprendimento, ma questo è un processo continuo e pervasivo, in cui l’insegnamento si pone come una delle tante risorse possibili.
Ciò significa dare priorità all’apprendimento rispetto all’insegnamento; guardare all’insegnamento come offerta e riconoscere che l’apprendimento è una costruzione individuale dell’allievo. Tale costruzione diventa prioritaria rispetto all’istruzione.

In altre parole, presupposto perché il docente possa svolgere efficacemente e consapevolmente la sua funzione, è il riconoscimento da parte sua dell’illusorietà di un rapporto diretto e causale tra insegnamento e apprendimento, che diventa una risposta, possibile ma non predeterminabile e pianificabile, alle finalità pedagogiche del setting che l’insegnante stesso ha predisposto.
Infatti, ciò che l’insegnante dice e propone, viene sempre e comunque interpretato dallo studente e le interpretazioni quasi mai coincidono con quello che si voleva trasmettere, in quanto il significato viene ricostruito a partire dalle conoscenze pregresse e dagli scopi personali: “l’insegnante e i materiali d’istruzione diventano risorse per l’apprendimento in molti modi complessi, attraverso le loro intenzioni pedagogiche” (Varisco, 2002, p. 176).

In quest’ottica la lezione tradizionale deve lasciare spazio alla possibilità, per chi apprende, di fare esperienza diretta, manipolando gli oggetti di studio e costruendone di nuovi, e utilizzando, decostruendo liberamente materiali e testi diversi. Ma qualsiasi cosa si percepisce è, come abbiamo visto, influenzata e resa possibile dall’intenzionalità del soggetto, ossia dipende da una sua costruzione interna, dunque diventa occasione e non causa di apprendimento.
E’ infatti frequente che, durante un esperimento od un’attività di osservazione, gli studenti non sappiano letteralmente cosa guardare; ciò che per il docente è della massima evidenza, resta per gli alunni confuso in uno sfondo di stimoli che potrebbero avere tutti la stessa importanza.

Tuttavia, gli studenti non sono mai privi di idee o di spiegazioni sui diversi argomenti che affrontano a scuola. Al contrario, essi sviluppano precocemente personali “teorie ingenue” sulla realtà, utilizzate come cornici interpretative, come modelli di spiegazione validi fino a che non saranno smentiti; sono questi modelli mentali fortemente strutturati e che si modificano a fatica. L’apprendimento, allora, diventa un processo di graduale modificazione e ristrutturazione di tali schemi rappresentativi, e delle strutture cognitive che si rivelano inadeguate alle nuove situazioni. Il docente fornisce assistenza e facilita la rielaborazione dell’esperienza individuale che resta, comunque, compito dell’alunno.
Le teorie ingenue hanno infatti quasi sempre qualcosa di valido e funzionano nel quotidiano; per economicità cognitiva sono difficili da sostituire con quelle fornite da esperti e di cui non è altrettanto evidente la viabilità; è quindi necessario porre gli alunni in condizione di scoprire dove la teoria ingenua non funziona e dove è necessario modificarla e integrarla alle conoscenze pregresse.

Riferimenti bibliografici:

  • Ernst von Glasersfeld, Il costruttivismo radicale. Una via per conoscere ed apprendere;
 Società Stampa Sportiva 1999
  • Etienne Wenger, Communities of practice
  • Learning, meaning, and identity
  • Cambridge University Press
1998
  • Bianca M. Varisco, Costruttivismo socio-culturale. Genesi filosofiche, sviluppi psico-pedagogici, applicazioni didattiche Carocci ,2002

“Ti vedo, ti sento, ti accompagno”, in cerca di risposte nell’esserci empatico

di Sergio Mazzei

Direttore dell’Istituto Gestalt e Body Work

Pubblicato sul numero 16 di Formazione IN Psicoterapia, Counselling e Fenomenologia

“Avete coraggio, fratelli miei? … Non il coraggio al cospetto dei testimoni, ma il coraggio dell’anacoreta e dell’aquila, che nemmeno un Dio vede più? … Ha cuore chi conosce la paura, ma lavince; chi vede l’abisso, ma con orgoglio. Chi vede l’abisso, ma con occhi d’aquila, – chi con artigli d’aquila afferra l’abisso: quegli ha coraggio”

 

 

Negli ultimi cinquanta anni abbiamo visto un fiorire sulla scena della psicoterapia d’innumerevoli metodi per aiutare le persone con sofferenze psicologiche. Affiancandosi alla tradizionale psicoanalisi freudiana e al comportamentismo di Pavlov e Skinner sono apparse, negli anni ’60 e ’70, la terapia della famiglia di Whitaker, lo psicodramma di Moreno, l’analisi transazionale di Berne, la Gestalt Therapy di Perls, e molte altre geniali risposte al disagio psicologico dell’umanità. Tutti questi approcci, insieme a molti altri, oltre che mobilitare le risorse degli individui alla risoluzione dei problemi legati alla sfera intrapsichica e a quella interpersonale, hanno anche concretamente messo in primo piano l’influenza dell’ambiente nella formazione e quindi come causa di tanti disturbi psichici e della relazione. Ponendosi inoltre come metodo di cura alternativo, superando la storica posizione a orientamento biologico che faceva derivare le problematiche psicologiche da cause prevalentemente organiche curabili con l’esclusiva assunzione di rimedi o psicofarmaci, hanno tutte posto l’accento sull’importanza della relazione e del contatto umano come vero e proprio principio terapeutico fondamentale.
Suzuki, nel suo importante lavoro “Psicoanalisi e Buddhismo Zen , che ha fatto tra i primi da ponte tra la cultura occidentale e quella dell’Oriente, disse che uno degli assunti della filosofia Zen, come peraltro della psicoterapia gestaltica, è che se vuoi conoscere qualcosa o qualcuno, devi diventare quello. Se vuoi conoscere una rosa, egli diceva, devi essere quella rosa e se vuoi conoscere una persona, devi divenire quella persona. L’identificazione dunque una la via per entrare in contatto dall’interno con qualcun altro, per conoscere il suo essere ciò che è, il suo sentire e il suo pensare. Entrare in contatto e identificarsi non vuol dire conversare o discutere con qualcuno ma piuttosto fare del proprio meglio per sperimentare la realtà dell’altra persona dal suo interno. Significa cercare di sentire e ragionare come lui anche se naturalmente ciò non implica il condividerne i punti di vista o le conclusioni sulle cose o sulla vita. Identificarsi non è perdere se stessi e la propria soggettività.
VERO O FALSO?
A mio avviso nella pratica psicoterapeutica o in generale nelle professioni di relazione d’aiuto, non è così importante “chi ha ragione e chi ha torto”, in ciò che il paziente (o cliente) racconta di sé e del suo mondo. Non è così fondamentale che egli abbia una corretta percezione degli eventi che lo riguardano. Anche se avesse “torto”, o in altre parole che nulla di ciò che afferma corrispondesse al vero, non sarebbe poi così importante investigare per stabilire la verità sui fatti ai quali attribuisce la causa delle sue difficoltà. Non si tratta di un “processo” in cui devono essere imputate assoluzioni e colpe. Ciò che credo invece vada fatto è piuttosto aiutare il paziente a mettere a fuoco la sua visione delle cose, aiutarlo a capire chi egli è e cosa gli va, a conoscere la propria verità soggettiva, il suo modo di essere quel che è, rendersi conto della percezione di sé e delle persone con cui è in rapporto. Si deve aiutarlo a divenire più consapevole del suo “mondo vissuto (Lebenswelt).
Il punto di vista della new epistemology, come ho voluto evidenziare in un mio precedente scritto, è, di fatto, che “la conoscenza è una funzione dell’osservatore e del contesto e dipende più dall’idea che si ha del mondo piuttosto che dal mondo stesso . Tenendo quindi presente questa incertezza che ci impone una certa umiltà per non giudicare troppo frettolosamente, credo che anche la psicoterapia non debba occuparsi di “verità accertate” (se anche esistono) ma semmai dei “punti di vista” soggettivi e di come aiutare qualcuno a trovare serenità ed equilibrio nonostante la propria relatività percettiva ed eventuale limitazione di vedute. D’altra parte, come si dice, se ti trovi in una casa avvolto dalle fiamme, reali o immaginarie che siano, in quel momento non ti devi fare molte domande sulle cause dell’incendio o se stai solo sognando, ma devi solo chiederti come uscirne.
COME?
Voglio esprimere ora il mio punto di vista su “come” lavorare con la percezione reale o distorta del paziente, su come esplorare e conoscere la sua visione delle cose e promuovere l’organizzazione della sua “respons-ability”. In che modo possiamo raggiungere veramente un altro essere umano, collaborare con lui e aiutarlo a diminuire il peso dei suoi affanni?
Per quanto sia convinto dell’importanza che possono avere nella personalità del terapeuta fattori quali la creatività, l’umorismo, la fantasia, l’apertura, la generosità, l’intelligenza e molti altri ancora, oltre naturalmente all’esperienza, cultura e competenza professionale, io personalmentepongo l’accento prima di tutto sull’importanza della sensibilità empatica, dell’accoglienza e della capacità di sostenere l’impatto emotivo del paziente mantenendo e trasmettendo un’adeguata capacità di distacco, che non è indifferenza, ma un punto di equilibrio intorno al quale “si può parlare di qualsiasi cosa”, come aspetti fondamentali che concorrono al buon fine di un processo terapeutico.
In principio nella relazione terapeutica è molto importante vedere l’individuo nel suo insieme, nella sua “forma”, sentirne la presenza ovvero percepirne la gestalt, e concentrarsi su questi suoi aspetti della personalità piuttosto che sull’esame del contenuto delle sue parole o del suo racconto. Dice Petruska Clarkson : “Lo scopo dell’approccio della Gestalt è di far scoprire, esplorare e sperimentare alla persona la sua propria forma, il suo modello e la sua interezza”. Per realizzare quest’obiettivo è prioritario “rimanere con lui”, “essere con lui nel suo essere con te”.
L’accoglienza non è certo qualcosa che si “fa” ma piuttosto che si “ha”. O sei accogliente o non lo sei. Ottengo spesso risultati molto più soddisfacenti quando esprimo la mia comprensione e solidarietà sulle paure e angosce dei miei pazienti piuttosto che quando gli interpreto o spiego le ragioni o cause della loro esistenza. Il primo tra i più importanti e fondamentali momenti del lavoro, la posa della prima pietra che influenzerà il processo di lì a venireè pertanto la realizzazione di un buon contatto con il paziente e dunque la costituzione di una tacita alleanza terapeutica.
S’incomincia a vedere e sentire il proprio paziente e a fargli compagnia, gli si sta vicino nella sua discesa entro se stesso, nell’esplorazione del suo mondo. “Vedere” è percepire con il proprioocchio empatico, un occhio che coglie il dolore nelle sfumature della postura corporea, dell’espressione del viso, degli atteggiamenti e movimenti in rapporto alle vicende che narra. E’ un vedere partecipativo in cui non si è neutrali e distaccati, ma si sente e si soffre insieme al paziente. Altrettanto “sentire” è un sentire con il proprio orecchio empatico, che coglie le sfumature ed esitazioni della voce, le emozioni che le accompagnano o che sono assenti. Si cerca di stare attenti e presenti e in tal modo si possono captare attraverso il tono e le inflessioni della voce, le situazioni e la natura delle circostanze che gravitano intorno al paziente. Si può, infatti, “vedere” anche attraverso il “sentire” come del resto si può “sentire” attraverso il “vedere”.
Con quest’atteggiamento presente e di alleanza partecipativa si va con il paziente, si accompagna ovunque egli proponga o ove ci sia un’indicazione, una “freccia”, per usare l’espressione di Erving Polster , che indichi una direzione che abbia un senso. Si è attivi nell’osservazione di tutto ciò che si manifesta. Tutto ciò naturalmente comporta e presuppone lo sviluppo di una buona e stabile fiducia da parte del paziente nei nostri confronti.
Tale stabilità non è realizzabile attraverso un semplice processo cognitivo di comprensione delle cause del suo disturbo ma solo ed esclusivamente attraverso una relazione significativa ed empatica con un’altra persona, simile a quella agognata nelle prime relazioni d’oggetto. Nell’approccio empatico si trasmette accettazione e comprensione profonda per le difficoltà del paziente. 
IL DASEIN
Vorrei ora porre l’accento su alcuni aspetti dell’approccio empatico nelle relazioni d’aiuto a orientamento fenomenologico – esistenziale che considero particolarmente importanti:
In primo luogo, come ho già detto l’importanza dell’“esserci” nella relazione. Esserci come “essere umano” che sente e sperimenta, e parte del campo e in contatto con la situazione, con attenzione e presenza, e non certo come “il morto a bridge” per usare l’espressione di Lacan riguardo alla posizione che l’analista dovrebbe assumere. Un esserci in senso ontologico, dal grecoon, “che è“, e che esprime la fondamentale autoaffermazione di un essere nella sua semplice esistenza. E’ l’esserci nel senso del Dasein di Heidegger o in altre parole “che si realizza nell’esserci, nell’essere con l’altro, nello stare nel mondo”.
Sappiamo che l’essere umano è per sua natura “unico” e non paragonabile a nessun altro o ad alcun’altra cosa e pertanto non possiamo generalizzarne la sua intima esperienza né tantomeno il suo orientamento. Dobbiamo quindi trovare il modo di raggiungerlo direttamente e con autenticità senza peraltro trascurare di renderci conto anche delle nostre “differenze” e quindi dell’importanza di rimanere fedeli alla nostra soggettività evitando le pericolose trappole dell’eccessivo “confluire”.
Heidegger, come prima di lui Husserl, sosteneva che possiamo comprendere un uomo solo attraverso il suo svelamento, nel suo manifestarsi e darsi (sich geben). Per conoscere qualcuno dobbiamo quindi chiedergli di parlarci, ma svelarsi, manifestarsi e darsi sono in realtà tra gli scopi impliciti del processo psicoterapeutico ed è ovvio che la difficoltà a “essere ciò che si é” e di conseguenza l’attitudine al “non darsi”, la troviamo sovente nel mondo delle interazioni umane. Tutto ciò accade in modo particolare quando non vi è il coraggio di prendere contatto prima ed esprimere poi aspetti di sé che si rifiutano o di cui si ha vergogna. Quando non si ha una buona relazione empatica con qualcuno, si tende a trattenersi e a non svelarsi. C’è la paura del giudizio e del conseguente rifiuto, così com’è stato in passato si teme di subire nel presente la stessa umiliazione ed essere nuovamente feriti. Ci si auto-interrompe. Il problema è dunque la paura.

CORAGGIO E ANGOSCIA
Questo cronico processo di auto-interruzione che tanto caratterizza i disturbi nevrotici si manifesta quando viene a mancare ciò che è stato definito il “coraggio di esistere”, in altre parole la capacità di affermare se stesso a discapito di quegli aspetti della propria esistenza che sono in conflitto con il proprio principio di autoaffermazione.
Diceva Tillich : “Il coraggio è autoaffermazione ‘nonostante’, cioè nonostante ciò che tende a impedire all’Io di affermarsi” .
Nella sua raccolta di frammenti che va sotto il nome di “Volontà di potenza”, Nietzsche sosteneva che avere coraggio significa avere la capacità di affermarsi nella vita nonostante questa possa manifestarsi in modo ambiguo e rifiutare la vita a causa della sua negatività è un’espressione di vigliaccheria. Per lui, come per gli stoici, la gioia accompagna l’autoaffermazione del nostro essere essenziale nonostante le inibizioni derivanti dagli elementi accidentali che sono in noi. Nell’atto ontologico dell’autoaffermazione del nostro essere essenziale il coraggio e la gioia coincidono.
Esiste d’altra parte una moltitudine di circostanze più sfumate in cui la presenza della paura e dell’angoscia è ben più sovrastante di quella della gioia.
L’angoscia è un’esperienza umana primordiale profondamente connessa con le incertezze della vita. Si esprime con mille volti. Tra le tante sue forme sono state descritte l’angoscia del “non essere” che minaccia “l’essere” e che si manifesta nell’angoscia della perdita della capacità di affermare se stesso e della morte, l’angoscia del vuoto e della mancanza di significato e l’angoscia della colpa e della condanna. Altrove l’angoscia è stata descritta, come“grande nausea” in Così parlòZarathustra di Nietzsche o “notte dell’anima” o “assalto dei demoni” come molti mistici l’hanno definita. Peraltro possiamo trovare anche tante altre manifestazioni dell’angoscia nella vita ordinaria di tutti i giorni sotto forma delle mille paure che ben conosciamo. Nella ricerca psicoanalitica contemporanea Kohut descrive una condizione che egli chiama “terrore presimbolico”, ove la minaccia per l’individuo è l’angoscia della possibilità di ritorno a un’antica esperienza di disintegrazione (che Lacan chiama “discordia primordiale”). Egli ha ipotizzato l’esistenza negli esseri umani di un’esperienza precoce di “frammentazione” che incute un grande timore ed è simile a quella descritta da Stern (che peraltro non considera questa esperienza inevitabile ma solo come conseguenza di un cattivo rapporto con la funzione materna). L’esperienza di quest’antico terrore di frammentazione come reazione a ciò che non si comprende è ancora più primitiva della rabbia e della vergogna. Il “terrore presimbolico” si sperimenta come perdita del senso della realtà. Si perde la percezione di sé e dell’altro. Non si ha più un centro. E’ come se tutto svanisse o si alterasse. Non vi sono più punti di riferimento. Manca il terreno sotto i piedi. Non si sa più chi si è o chi sono gli altri. Ci si sente senza alcuna protezione. Non si sa come o dove stare. Ci si sente dentro un’infinita scomodità. Si cade in un abisso di paura. Ci si smarrisce.
Ho voluto porre l’accento su queste esperienze poiché sono convinto che il campo terapeutico sia sovente colmo di elementi carichi di angoscia che si manifestano gradualmente nella misura in cui il terapeuta è sensibile e responsivo a ciò che il paziente gli trasmette. Per avere quella confidenza e fiducia necessaria per esplorare e lavorare con contenuti emozionali così potenzialmente dolorosi bisogna essere in grado di trasmettere in maniera inconfutabile la propria alleanza terapeutica con la totale accettazione di qualunque cosa possa manifestarsi mettendosi nella posizione dell’epoche, del non giudizio. Ci vuole calda accoglienza, ammirazione e tranquillizzazione.

 

LE FUNZIONI ALFA E BETA DI BION
Secondo la teoria della funzione alfa di Bion gli individui interiorizzano le esperienze sensoriali solo attraverso un processo che le rende rilevanti ed evidenti. In altre parole affinché queste siano importanti per noi, dobbiamo prima dar loro un senso. La funzione alfa nel bambino è sviluppata e stabilizzata dalla funzione alfa della madre solo quando questa è in grado di rispondere adeguatamente e soddisfacentemente ai suoi bisogni e alle sue richieste. Il riconoscimento e il rispecchiamento sono tra le necessità primarie. Solo in questo caso il bambino sente e si tranquillizza. In questo modo può interiorizzare stabilmente la funzione alfa della madre.
Per Bion nell’interazione della madre con il bambino, insieme agli elementi alfa si manifestano anche quelli beta. A differenza di quelli alfa, gli elementi beta sono prodotti sconosciuti della mente, privi di simbolizzazione e sono vissuti come molto minacciosi, destabilizzanti e sgretolanti. Quando la funzione alfa della madre non è sufficientemente rispecchiante e nutriente, il neonato è bombardato da elementi beta e precipita nell’angoscia.
Le esperienze angosciose derivanti dalla proliferazione di questi elementi beta sono collegate aiterrori senza nome e alle agonie impensabili di cui ha parlato Winnicott e al terrore presimbolico di cui ho detto sopra. Questi vissuti generalmente non si manifestano alla piena consapevolezza ma rimangono sempre sullo sfondo come costante inquietudine umana, come un persecutore interno perennemente in agguato. Possiamo individuarlo principalmente negli stati postraumatici da stress o nelle psicosi ma sotto certi aspetti lo dobbiamo considerare universale. È’ un elemento persecutorio interno caratteristico della condizione umana.
Secondo Winnicott il bambino è in grado di fronteggiare e superare l’impatto di questa esperienza solo attraverso la risposta empatica della madre. Senza la possibilità di accogliere in sé questa empatia tranquillizzante della madre, il bambino sarà sommerso dagli elementi beta e per quanto potrà comunque crescere bene fisicamente, sarà comunque segnato interiormente da un’esperienza devastante.
Per Melanie Klein lo spaventoso impatto di figure persecutorie nella fantasia del bambino come quelle dell’essere distrutto, mangiato, fatto a pezzi, disintegrato, ecc., così vicine all’esperienza del terrore presimbolico, esprime e manifesta l’istinto di morte, quella terrificante esperienza ove il bambino cerca continuamente di espellere dal suo interno il bombardamento di questi elementi disgreganti ma che non sarebbe in grado di reggere senza l’Io ausiliario della madre. Il neonato senza l’appoggio empatico della relazione con la madre rimarrebbe sempre sull’orlo del caos, dell’invasione incontrollata degli elementi beta.

Mi sembra pertanto ovvio che anche il terapeuta, come la madre dotata di funzione alfa, dovrà essere particolarmente attento e presente in tali circostanze per aiutare il paziente a sopportare e accettare l’esperienza emotiva che attraversa, a stare con la sua paura di sgretolamento per cercare di chiarirla e definirla meglio. Dovrà aiutare il suo paziente a sviluppare anche la capacità di raccontarla a chi vorrà e di sostenerla nella sua mente senza la paura di precipitare in un pozzo senza fondo.
Dice Mollon: “L’antidoto a frammentazione, vergogna, rabbia, terrore e alienazione, ciò che fa nascere individualità e autonomia, è l’esperienza dell’empatia data da un altro. Questa è l’eredità terapeutica data da Kohut 

E’ molto probabile che, condizionati, come spesso siamo, dalla moltitudine di persone che vivono nel cosiddetto “stato ordinario di coscienza”, alle volte viene davvero difficile, e magari altrettanto comodo, prestare attenzione ai nostri più sottili meccanismi di autoinganno, di eccessiva compiacenza verso i nostri limiti, di cronico evitamento verso ciò che ci procura difficoltà. Sovente si è arroccati in una posizione depressivo-egotistica che ci interrompe dall’esplorazione del nostro mondo interno e da quelli che Perls chiamava i nostri “giochi di adattamento” (fitting games). Si dà per scontato che non si può cambiare o che non ne vale la pena e ci si accontenta del piccolo territorio che si è conquistato. Rispondeva Ken Wilber a chi gli chiedeva cosa fosse l’Io: “Là dove metti il confine”.

       INTERIORIZZAZIONE TRASMUTANTE

La psicoterapia della Gestalt ha rivoluzionato l’approccio terapeutico soprattutto per la sua impostazione relazionale, per la novità dell’atteggiamento rispetto ad altri approcci che il terapeuta assume nei confronti del suo paziente. Certo è anche “figlia” della psicoanalisi, come peraltro molti altri orientamenti psicologici, ma a differenza di quest’ultima, da cui mi sembra arricchente trarne insegnamento dal punto di vista della ricerca e dell’osservazione clinica, superando l’antico dualismo terapeuta-paziente, per cui il primo è il “sano” che osserva in modo distaccato e non partecipativo e il secondo è il “malato” che deve essere osservato, l’enfasi nel rapporto è andata a collocarsi sulla consapevolezza della verità e sulla comunicazione dell’esperienza “così com’è”, sulla natura del confine del contatto e cioè su ciò che accade davvero tra “me e te”.
Per me, il campo della psicoterapia, nei limiti del possibile, deve offrire a entrambi i suoi protagonisti, il terapeuta e il suo paziente, uno spazio totale per l’espressione della propria verità vissuta ed è ovvio che la sua direzione implicita dovrà essere orientata alla creazione e allo sviluppo di una co-costruzione dialogica, per dirla nell’accezione costruttivista. D’altra parte, identificandosi nel paziente pur rimanendone ovviamente differenziati, poiché paura e vergogna sono esperienze veramente delicate, credo che in tali circostanze di estrema fragilità e vulnerabilità, un “sorriso” sostenente del terapeuta, quando vissuto autentico ed empatico dal paziente nei confronti delle sue difficoltà, quando viene sentito come rispecchiamento del suo valore, meritato dal suo affrontare i propri mostri e draghi interni, sia molto auspicabile per rendere più coeso un sé tendente alla frammentazione e allo smarrimento. In tal modo il paziente potrebbe finalmente sperimentare un’energia che gli proviene dal sentirsi compreso e sostenuto che forse non ha mai davvero vissuto prima.
A mio avviso, solo interiorizzando l’apprezzamento e il riconoscimento di un autorevoleoggetto-sé esterno, come può essere vissuto il terapeuta, si ha davvero la possibilità di accettare nuove esperienze e dimensioni di consapevolezza e realizzare un cambiamento stabile nella propria vita colmando un antico “buco psichico” che Kohut chiamava “struttura psichica mancante”. Lo sviluppo della capacità di prendere contatto, accettare e lavorare con queste antiche emozioni è, infatti, una conseguenza dell’interiorizzazione della funzione calmante dell’oggetto-sé buono interiorizzato (madre/terapeuta). E, come dice il detto, se“lassù qualcuno mi ama”, allora la mia vita ha un senso.
Per Kohut la semplice consapevolezza e la sua successiva elaborazione e interpretazione cognitiva di cause ed effetti delle proprie esperienze interne non sono sufficienti per realizzare una vera e propria “guarigione” del sé del paziente. In modo particolare egli sosteneva tale convinzione riferendosi ai disturbi narcisistici e alle problematiche di perversione. Perché ciò possa avvenire, è piuttosto necessario che il paziente viva nel suo interno quella che ha chiamato “interiorizzazione trasmutante”, incorporando l’oggetto-sé empatico del terapeuta. Per lui tali disturbi come altri avevano la funzione di colmare un deficit strutturale. Il deficit è un buco psichico, una parte mancante che può essere fornita da un’altra persona. è come se in definitiva quest’oggetto-sé si dovesse installare in modo inconfutabile nel sé del paziente per modificare stabilmente la sua condizione di “deficit strutturale primario” e come conseguenza di tale interiorizzazione, il proprio valore di essere umano e la propria potenzialità di relazione nei rapporti interpersonali potrebbero essere finalmente vissuti non più esclusivamente conflittuali o problematici.
In conclusione vorrei comunque dire che l’atteggiamento empatico non va visto come una sorta di tecnica, un “qualcosa che si fa per …”, un metodo “a orientamento umanistico” che si applica quando si ha a che fare con un “poveraccio” che si trova in difficoltà. è piuttosto un’esperienza che si deve sentire veramente, perché si prova davvero e non credo che possa essere confuso con una sorta di posizione genitoriale che vuole nutrire un bambino deprivato (il che mi sembrerebbe quasi offensivo nei confronti del paziente), come una sorta di compensazione per ciò che gli è mancato. Penso piuttosto che l’atteggiamento empatico del terapeuta debba esprimere semplicemente e autenticamente il suo, “essere una persona” profondamente umana, dotata di tenerezza e compassione, capace di emozionarsi, intristirsi o dispiacersi (come peraltro di arrabbiarsi) se e quando un altro essere umano che gli chiede aiuto si trova ad annaspare nelle fangose paludi del suo mondo di dolore, paura e smarrimento.
Naturalmente è comunque sempre necessario vigilare sul rischio dell’essere eccessivamente protettivo e stare attenti a non commettere l’errore di passare da un esagerato e inumano distacco alla troppa compassione che non permetterebbe lo sviluppo delle potenzialità del paziente. Inoltre, benché l’identificazione con il paziente rappresenti una via diretta per la comprensione del suo modo d’essere e della sua visione delle cose, ciò non significa che, al di là della solidarietà e comprensione per le sue difficoltà, non bisogni tener presente la propria soggettività e fare del proprio meglio per modificarne le fissità e rigidità percettive ed interpretative.

Nietzsche F., Così parlò Zarathustra, Adelphi, Milano.

E. Fromm, D. Suzuki, De Martino, Psicoanalisi e Buddhismo Zen, Astrolabio-Ubaldini,Roma

Mazzei S., “La co-costruzione del contenitore dialogico”. Sito Web: www.igbw.it/Rivista

Clarkson P.  “Gestalt-Counselling”, Sovera, Roma

Polster E., “Psicoterapia del quotidiano. Migliorare la vita della persona e della comunità “,Centro Studi Erickson, Trento

Mazzei S., Relazione d’oggetto, contatto e crescita, Rivista “IN Formazione Psicoterapia-Counselling-Fenomenologia” N. 2, Settembre-Ottobre 2003, I.G.F. s.r.l. Editore, Roma

Tillich P. “Il coraggio di esistere”, Astrolabio-Ubaldini, Roma

Bion W.R., “Apprendere dall’esperienza”, Armando, Roma

Winnicott D.W.“La paura del crollo”, in “Esplorazioni psicoanalitiche”, Cortina, Milano

Mollon P. “Liberare il sé”. Edizioni Borla, Roma

Wilber K., “Oltre i confini”, ed. Cittadella, Assisi

Kohut H., “Potere coraggio e narcisismo”, Astrolabio –Ubaldini, Roma