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Referendum Ordine degli Psicologi

L’Ordine degli Psicologi ci invita a votare un referendum su temi fondamentali per la professione senza aver aperto alcun dibattito o spazi di confronto e con poca chiarezza sui tempi e modalità di svolgimento. E già questo non è coerente con la “supposta” democraticità dello strumento referendario. I contenuti poi sembrano voler avvalorare una linea di tendenza inquisitoria e persecutoria di cui, specialmente in questi tempi, nessuno sente il bisogno.

La nostra proposta è di votare “No” quanto meno alle modifiche dell’Art. 21 che, dal nostro punto di vista, vanno nella direzione di un peggioramento di un già inadeguato testo originario. Alleghiamo due lettere che ci sono state inviate dall’Istituto Gestalt di Puglia e da EtnoPsi e che volentieri inoltriamo nella speranza di un minimo confronto prima del voto.

Anna e Paolo


LETTERA APERTA AGLI PSICOLOGI ITALIANI

 

L’11 SETTEMBRE DEGLI PSICOLOGI ITALIANI – Alcune considerazioni a proposito del referendum per la modifica, in particolare, dell’articolo 21 del Codice Deontologico degli psicologi….

Come sapete, il Consiglio Nazionale ha indetto un referendum, tra tutti gli iscritti all’Ordine degli psicologi, per la modifica di alcuni articoli del Codice Deontologico, come previsto dalla legge di Ordinamento.

La proposta di modifica dell’art. 21 intende “rendere più efficace l’azione di contrasto da parte degli Ordini all’abuso della professione ed evidenziare la responsabilità degli Psicologi nel tutelare il diritto costituzionale alla salute dei cittadini che viene affidato dallo Stato ai professionisti e che prevale anche sul diritto a diffondere conoscenze e insegnamenti”.

Se la proposta di modifica dell’art. 21 verrà approvata, si darà il via all’approvazione, da parte dell’Ordine, di vere e proprie “leggi razziali” e punitive nei confronti di molti dei suoi iscritti. 


Quello che è incredibile è che una delle principali caratteristiche della Professione dello psicologo, cioè la capacità di comprendere e di mediare tra le parti in caso di conflitti, verrà cancellata, a favore di una ideologia di ciò che giusto e sbagliato, di chi ha ragione o torto, con tribunali di inquisizione e dissidenti mandati al rogo. Questa sembra proprio una caccia alle streghe, ma in realtà è una meschina guerra tra poveri, tra chi ritiene di essere detentore di un potere di conoscenza che è di sua esclusiva pertinenza, e chi (counsellors, mediatori, educatori, assistenti sociali….) viene considerato un usurpatore dei cosiddetti strumenti e tecniche conoscitive proprie esclusivamente della professione dello psicologo.

Tuttavia, le cosiddette “competenze psicologiche” andrebbero definite con chiarezza, prima di creare articoli che le tutelino in una forma così restrittiva e difensiva come l’art. 21 nella sua nuova formulazione. Le competenze per una buona relazione d’aiuto (relazionali, emotive, cognitive, comportamentali), per fortuna, non sono patrimonio esclusivo degli psicologi, ma anche di assistenti sociali, infermieri, educatori, avvocati, medici, insegnanti, preti, genitori, e di tutte quelle persone che, per motivi personali e professionali, si trovano quotidianamente ad entrare in relazione con gli altri e cercano di fare del loro meglio per essere di aiuto.

Senza dire poi quanto sia necessario offrire a chi opera nelle comunità ad es. con tossicodipendenti, con le famiglie, chi come insegnante ha a che fare costantemente con situazioni di disagio…, quelle conoscenze che rendano possibile, di fronte a una richiesta di aiuto, di effettuare l’invio al professionista più indicato, che sia lo psicologo, il ginecologo, il trainer sportivo,  lo psichiatra o a qualsiasi altra figura professionale sul territorio. Tutti quegli operatori che operano quotidianamente, in quel territorio, ampio che è la relazione di aiuto, devono imparare ad usare nella maniera più efficace la propria naturale capacità empatica, di ascolto, di comprensione, di accoglienza, di sospensione del giudizio, tutte competenze che, pur appartenendo al mondo della psicologia, non sono di loro esclusiva pertinenza ma appartengono piuttosto al genere umano.

Inoltre è paradossale che che ai medici, che di psicologia e di relazione ne sanno infinitamente meno degli educatori formati all’università, come degli assistenti sociali, sia premesso di accedere ai corsi di specializzazione in psicoterapia riconosciuti dal MIUR, anche se hanno specializzazioni che nulla hanno a che fare con la psichiatria o la psicologia, come il dentista o l’ortopedico. Questo significa che tutti quegli psicologi che da anni insegnano anche ai medici, dunque persone estranee alla professione stessa, nelle scuole di psicoterapia, strumenti e tecniche conoscitive e di intervento riservati alla professione dello psicoterapeuta, e dunque dello psicologo, compierebbero da anni una grave violazione deontologica.

Queste e altre considerazioni ci fanno temere che questo referendum si traduca in un vero e proprio autogol per l’L’Ordine ma anche per l’immagine stessa della professione. Gli psicologi Italiani non sono mai stati esposti ad una riddicolizzazione pubblica come con questo referendum.

L’Ordine mostrerà a tutti come gli psicologi sono capaci di gestire i conflitti. Il presidente del’Ordine, come un reggente, e non più come  rappresentante dei suoi iscritti, sta utilizzando la sua posizione come strumento per portare avanti la sua battaglia personale, e si dà da fare per organizzare la rappresaglia contro chi non la pensa come lui. E fa questo utilizzando in maniera strumentale e manipolativa uno strumento democratico come il referendum, senza avere creato le condizioni per un dibattito realmente democratico e di confronto, nonostante questo gli fosse stato ripetutamente richiesto, e da più parti.

In realtà,  questa “crociata” contro le professioni non regolamentate cerca maldestramente di mascherare o nascondere, dietro lo scopo apparente di “tutelare la salute dei cittadini”, quello reale dei tutelare gli psicologi dalla concorrenza di tutte quelle figure professionali viste come nemiche e usurpatrici delle proprie competenze.

Il referendum altro non è che una strumentalizzazione di un Ordine costituito da una minoranza e casta di dipendenti pubblici, arroccati dietro posizioni paranoiche protezionistiche, incollati alle loro poltrone e spaventati dalla progressiva riduzione del settore pubblico nell’assistenza psicologica in Italia. L’ordine degli Psicologi è in gran parte uno sdoppiamento dei sindacati del servizio pubblico che hanno un interesse primario a conservare il posto di lavoro a chi già lo ha ma poco si interessano allo sviluppo di nuove aree magari volgendo lo sguardo a quel che accade in altri paesi dove la relazione di aiuto si è sviluppata in differenti forme in sintonia con sensibilità/diritti sociali che negli ultimi tempi appaiono sempre più misconosciuti dai diversi governanti italiani. Da questo sembra derivare un sempre minor interesse del servizio pubblico allo sviluppo del benessere tutelato da interventi del servizio sanitario nazionale nonché un continuo ostacolo al privato sociale in questo settore.

Se l’art. 21 venisse modificato, questo avrebbe conseguente pesantissime sull’attività formativa di moltissimi  psicologi, che da liberi professionisti mettono la loro competenza al servizio degli altri. E’ evidente che la dirigenza dell’Ordine agisce contro gli iscritti e a favore di una spaventata minoranza di dipendenti pubblici.

Un Ordine democratico avrebbe favorito una discussione con i suoi iscritti, promuovendo il dialogo e il confronto. 


La motivazione dell’atteggiamento dell’Ordine si trova nella sbagliata gestione del conflitto con professioni emergenti come quella dei counsellors, dei mediatori familiari, dei riabilitatoti psichiatrici e chi più ne ha più ne metta.

Dopo aver perso la battaglia con la entrata in vigore della legge 4/2013 sulle professioni non regolamentate, l’Ordine ha pensato bene di sparare ora contro se stesso. Al rogo chi esprime simpatia, al rogo tutti gli psicologi che insegnano a non psicologi.

Immagino con divertimento tutte le autodenunce dei colleghi per aver insegnato nelle parrocchie il sostegno alla genitorialità, o avrà addirittura osato parlare di emozioni e di relazione, oppure le migliaia di lettere che arriveranno all’Ordine per chiedere l’approvazione di richieste di insegnamenti nelle scuole private e pubbliche. Questo certamente comporterà un aggravio del lavoro delle Commissioni Regionali dell’Ordine. O vogliamo chiamarle Commissioni di inquisizione?

Psicologi perderanno il lavoro perché avranno paura di accettare impegni che possono creare guai con l’Ordine. Educatori, pedagogisti e counsellors troveranno lavoro per il vuoto creato dall’Ordine. Nella situazione economica e occupazionale in cui arranca il nostro paese l’idea dell’Ordine di ostacolare, se non impedire, ai suoi iscritti, di lavorare, è davvero rivoluzionaria.

Il prossimo passo sarà che l’Ordine si arrogherà il potere di decidere qual’è l’approccio psicologico giusto e quello sbagliato. Ci avviciniamo ad una psicologia di stato, una psicologia di regime.

Troviamo tutto questo sgradevole e triste; l’atteggiamento intimidatorio dell’Ordine sta creando un clima di caccia alle streghe, si alimenta l’astio e la diffidenza nei confronti degli altri, e di quelle professioni che dovrebbero invece, come succede da anni all’estero, collaborare con gli psicologi, con il serio rischio che la nostra professione, piuttosto che rafforzarsi, ne esca con le ossa rotte.

Invitiamo l’Ordine ad avviare un processo democratico di discussione e di confronto su opinioni diverse, degno di un paese civile e di una professione che per prima dovrebbe essere in grado di mettersi in discussione e di affrontare e gestire differenze.

 

Alexander Lommatzsch

Caterina Terzi

 

Lettera aperta agli psicologi

REFERENDUM 
proposto dal Consiglio Nazionale 
dell’Ordine degli Psicologi (CNOP) 
sull’art. 21 del Codice deontologico della Legge 56/89

VOTA “NO”

Nel corrente mese di maggio sarai chiamato ad esprimere il tuo parere rispondendo ad un referendum promosso dal Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi circa la modifica dell’art. 21 del Codice deontologico che, nella versione in vigore, sancisce nella sostanza che “Lo psicologo, a salvaguardia dell’utenza e della professione, è tenuto a non insegnare l’uso di strumenti conoscitivi e di intervento riservati alla professione di psicologo, a soggetti estranei alla professione stessa, anche qualora insegni a tali soggetti discipline psicologiche”.
Già in questa versione l’articolo risulta controverso dal momento che, di fatto, contraddice l’art. 33 della Costituzione italiana che sancisce che “Le arti e le scienze sono libere e libero ne è l’insegnamento“. Nessuna disciplina può essere quindi consideratamonopolio di una categoria professionale, tantomeno un “sapere”, come quello psicologico, che sconfina nella filosofia, nella letteratura, nell’antropologia, nella pedagogia, nella medicina, nella spiritualità…
Il nuovo testo dell’art. 21, che verrà proposto alla votazione referendaria, dice:
•    L’insegnamento dell’uso di strumenti conoscitivi e di intervento riservati alla professione di psicologo a persone estranee alla professione stessa costituisce violazione deontologica grave;
•    Costituisce aggravante avallare con la propria opera professionale attività ingannevoli o abusive concorrendo all’attribuzione di qualifiche, attestati o inducendo a ritenersi autorizzati all’esercizio di attività caratteristiche dello psicologo;
•    Sono specifici della professione di psicologo tutti gli strumenti conoscitivi e di intervento relativi a processi psichici (relazionali, emotivi, cognitivi, comportamentali) basati sull’applicazione di principi, conoscenze, modelli o costrutti psicologici;
•    E’ fatto salvo l’insegnamento di tali strumenti e tecniche agli studenti dei corsi di studio universitario in psicologia e ai tirocinanti. E’ altresì fatto salvo l’insegnamento di conoscenze psicologiche.

Invitiamo tutti i colleghi a votare “NO” 
per salvaguardare la ricchezza della professione dello psicologo 
poiché:

•    Tale articolo non tutela la professione, bensì la limita fortemente: toglie molteplici opportunità di lavoro che oggi vengono richieste e affidate allo psicologo (percorsi formativi per insegnanti sulla relazione con il gruppo classe e con i singoli allievi, formazione a educatori professionali nell’ambito sanitario e sociale, training a infermieri sulla relazione con i pazienti e i loro familiari, corso sul colloquio breve per operatori di Sportelli sociali, attività formative rivolte ad educatori, counselor, coach, ecc. … sono soltanto pochi dei tanti esempi di formazione che verrebbero ceduti ad altri professionisti e che lo psicologo non potrebbe più svolgere).

•    In una società multidisciplinare dove le professioni della relazione d’aiuto convivono, creando dialoghi e sinergie, aumenta la domanda d’aiuto da parte dei cittadini e si diffonde la cultura del benessere; le professioni si arricchiscono, si sviluppano e diventano più creative. Se una singola professione si rinchiude e non accetta scambi né comunanze, si impoverisce e lentamente sparisce.

    •    La psicologia potrebbe configurarsi come punto nevralgico, come nodo cruciale dove si incontrano tutte le professioni dell’area psi. Potrebbe presentarsi come cappello e cornice per tutto l’ambito della relazione d’aiuto. L’articolo 21 spazza via quest’opportunità, in un’Italia che irreversibilmente si sta espandendo in quest’area.

•    Se una delle paure è che continuino ad aumentare le scuole di counseling, l’articolo 21, nella sua nuova versione, non fa altro che togliere lavoro agli psicologi, lasciando autonome le scuole che hanno oggi, dopo la Legge 04/2013, pieno riconoscimento e diritto ad esistere. Lo stesso per quanto riguarda i corsi di mediazione familiare.

•    Non esistendo a tutt’oggi un elenco chiaro di prestazioni professionali che identifichi gli strumenti e le tecniche conoscitive e d’intervento riservati allo psicologo, l’articolo diventa quantomeno ambiguo, se non inutile, si presta a giochi di potere, espone il professionista al pericolo di agire una “violazione deontologica grave” (pari alla non tutela della privacy o all’abuso di pazienti), rendendolo vulnerabile in modo esponenziale.

•    L’articolo parla tuttavia di processi “relazionali, emotivi, cognitivi, comportamentali, basati sull’applicazione di principi, conoscenze o costrutti psicologici”: psicologia non è sinonimo di psicologo! Questi processi vengono imparati in numerose scienze e discipline che non rinunceranno mai a questi “saperi”.

L’articolo 21 rappresenta un’anomalia che non trova riscontro in altre normative di Paesi esteri. 
Oltre ad essere di dubbia costituzionalità, l’articolo ci allontana dai paesi europei e anglosassoni.

Il referendum però è un’opportunità: finalmente ti puoi esprimere,
puoi dettare il tuo e nostro futuro, puoi determinare la sorte della società italiana in un ambito così importante,
rendendola democratica e liberale.
Potremo in futuro abolire l’articolo.

VOTA “NO”

L’articolo 21 nella sua vecchia versione e ancor più nella nuova proposta, anziché limitare l’esercizio abusivo dello psicologo, limita lo psicologo; anziché tutelarlo, lo annienta; anziché aprire l’Italia al mondo esterno la rinchiude e incarcera.

A te la decisione!

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