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Etica e deontologia: alcune definizioni in prospettiva gestaltica

Liberamente ispirato a scritti di Paolo Quattrini e Anna R. Ravenna

Pubblicato il 28 marzo 2012

 
 
I codici deontologici, come ogni normativa, sono delle “mappe” e si fondano su principi e norme di autodisciplina che emergono, come astrazioni, dalla pratica e dal confronto delle diverse esperienze professionali a tutela della comunità professionale e a garanzia della qualità dei servizi prestati.
Come ogni codificazione, tali testi sono espressione della cultura e dei costumi prevalenti (lat. mores, da cui morale). Essi, e tutto il più ampio contesto normativo che li precede e li accompagna, non possono, in quanto tali, che cristallizzare l’attività professionale in norme generali ed astratte che, per loro natura, ignorano il flusso evolutivo nel quale ogni evento umano è immerso e dal quale trae significato.
La morale, dunque, può essere considerata come l’insieme di tutte le norme in diverso modo vigenti in una comunità (codici, regolamenti, prassi, costume…) che la persona è bene che osservi al fine di una buona convivenza, tenendo tuttavia presenti le loro continue evoluzioni.
È l’incontro tra etica e morale che permette alle norme di immergersi nella concreta realtà delle relazioni umane, flusso in continuo divenire.
Se definiamo l’etica come la misura di valore di comportamenti concreti, contestualizzati, essa non può che essere esperita “in situazione” e, quindi, solo dai soggetti che della situazione partecipano.
Se per etica professionale intendiamo, dunque, la qualità dell’esperienza relazionale nel suo farsi, in ambito psicoterapeutico come in ogni altro ambito, una morale senza etica sarebbe paragonabile al pilota automatico degli aerei che deduce gli spostamenti necessari dai calcoli fatti dagli strumenti.
Fermo restando l’efficacia del calcolo degli strumenti di bordo (i principi e le regole della morale/della normativa) è importante sottolineare che essi sono utili, anzi necessari, per misurare gli aspetti quantitativi della relazione, non per misurarne la qualità.
Tutto ciò che è qualitativo non può essere concettualizzato, descritto, codificato in un testo, non può essere valutato attraverso criteri pre-definiti, uguali per tutti e descritti una volta per tutte.
La qualità, una caratteristica che attiene all’insieme, è il risultato di quello che Paolo Quattrini chiama l’effetto composizione visibile solo in ottica olistica e dato, non dalla somma delle parti, ma dalla relazione che ogni parte ha con le altre e con il tutto in quanto insieme.
In quest’ottica possiamo considerare l’etica, l’arte della convivenza, arte della quale si può solo avere un’esperienza diretta e olistica.
La convivenza si attua attraverso comportamenti e il comportamento umano è un evento intenzionale finalizzato, che si svolge all’interno di un continuum. Per dare una valutazione di un comportamento dobbiamo, tuttavia, sempre fare riferimento arbitrariamente ad una sezione di questo continuum. Il significato dell’evento varia con il variare della sezione scelta, con il variare della punteggiatura.
Il valore del comportamento, dunque, può essere definito esclusivamente dal vissuto che ne hanno gli individui coinvolti nella relazione che si attua in un dato contesto. Solo loro possono sentire il sapore che quel comportamento suscita, possono sentire l’interesse, il piacere a restare nella relazione in base a valori che, in quanto tali, non possono che essere personali.
Ogni relazione, quindi anche quella psicoterapeutica, si fonda su scelte e assunzioni di responsabilità reciproche.

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