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Etica, Deontologia e Psicoterapia della Gestalt

Liberamente ispirato a scritti di Paolo Quattrini e Anna R. Ravenna

Pubblicato il 26 gennaio 2012

 

Quali sono i valori ai quali, in quanto gestaltisti, ci richiamiamo nella nostra pratica professionale?

In Gestalt si parte  dall’assunto che ogni relazione ed ogni rapporto si fonda sul contatto.

Non esistono esseri umani isolati, ogni individuo non può essere separato dal contesto in cui è immerso, senza alcuna eccezione né in termini spaziali, né in termini temporali, né in termini relazionali.

Nella relazione psicoterapeutica le due persone si pongono l’una di fronte all’altra nel rispetto della propria soggettività e nella convinzione che ognuna di loro, in quanto essere umano, sia un valore in sé e un fine in sé. Per questo nessuna delle due persone potrà usare l’altro come mezzo per il raggiungimento di propri scopi.

L’azione psicoterapeutica allora è la parte di un tutto, rappresentato da ciò che fluisce tra due soggetti etici (intenzionalmente orientati verso una relazione umanamente paritetica e consapevoli delle proprie responsabilità) in un contesto etico (espressamente fondato sulla pariteticità e su regole  esplicite e condivise).

In questo contesto i criteri di giusto/ingiusto, buono/cattivo, così spesso utilizzati nelle valutazioni morali, hanno sempre un valore relativo: per me, qui ed ora (auto-nomia).

La via d’uscita dal relativismo morale sembra essere, allora, quella di rivolgere l’interrogativo morale ad individui responsabili pronti a rispondere, a pagare i prezzi di comportamenti e di scelte.

Ma le scelte  reali non possono che nascere dal contatto con il mondo emozionale e da consapevoli esperienze con il mondo sensibile, piuttosto che da leggi presunte “naturali” e scaturite da un astratto e deresponsabilizzante mondo delle idee (etero-nomia).

In ottica fenomenologica, l’empatia è lo strumento per porsi di fronte all’altro come soggetto mantenendo la dualità relazionale e nello stesso tempo comprendendo non solo il processo cognitivo, ma il processo affettivo-emotivo dell’altro. Comprendere è qui usato nel senso di prendere con sé  e contemporaneamente essere in contatto con il processo che in sé stessi viene evocato dalla presenza dell’altro, senza fare confusione tra i due contesti.

Solo ponendosi all’interno di una relazione psicoterapeutica ognuno può scoprire cosa ha valore etico in base al proprio sentire e all’attuale relazione con l’altro e sviluppare il gusto etico in questo tipo di relazione. Chi ha attraversato un proprio percorso di psicoterapia conosce bene quest’esperienza.

Si tratta di pensare etica e morale come valori che orientano il comportamento umano al servizio dell’uomo stesso, che recuperano la centralità dell’individuo ed il suo inserimento a pieno diritto nel sociale sottraendolo alla marginalità derivante da marchi discriminanti.

Qual è allora la funzione dei Codici deontologici e, più in generale, della normativa  che regola i comportamenti professionali?

Ogni comunità utilizza dei criteri per legittimare l’ingresso di individui al suo interno e la loro permanenza in essa, nonché prescrive i comportamenti adeguati per il raggiungimento degli scopi che la comunità stessa si prefigge.

Una comunità professionale ha soprattutto la funzione di preservare la fiducia dei clienti ai quali la professione si rivolge ed offrire loro tutela e garanzia della qualità dei servizi prestati.

Questi fini sono perseguiti attraverso una normativa fondata su criteri astratti e mutanti nel tempo. Alcuni professionisti, infatti, trovano questi criteri  non più adeguati ai nuovi contesti e iniziano, a volte in modo implicito, altre in modo esplicito, consapevole e responsabile a disattenderli costruendo le basi per la trasformazione implicita nel loro stesso porsi.

Malgrado questa relatività, le norme svolgono la loro funzione e soprattutto fungono da indicazioni comportamentali per i professionisti che iniziano la loro attività.

Per questi muoversi su binari precostituiti vuol dire sentirsi protetti e tutelati in un momento della vita professionale in cui la tensione è già naturalmente alta in relazione all’assunzione di rischio e responsabilità.

E’ necessario che i professionisti imparino a muoversi tra due sponde: la liceità dei comportamenti (morale/diritto) e la bontà dei comportamenti (etica).

Le regole codificate permettono di distinguere  comportamenti leciti da comportamenti illeciti mettendo gli operatori al riparo da responsabilità civili e penali, ma non dalla loro coscienza.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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