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La vita di coppia: il legame d’amore tra attaccamento ed autonomia

di Anna R. Ravenna

Pubblicato sul numero 12 di Formazione IN Psicoterapia, Counselling, Fenomenologia.

 

La cognizione dell’amore si ha solo nel momento/atto d’amore.

 

IL LAVORO CON LE COPPIE

La tipologia classica di clienti della terapia relazionale sembra essere stata, almeno fino a poco tempo fa, la coppia sposata e in crisi. Nel linguaggio comune la parola crisi sembra indicare un improvviso momento di rottura di un equilibrio che, apparentemente, dura da tempo. La rottura è accompagnata da manifestazioni emotive e comportamentali in qualche modo vissute dai due partner, o da uno dei due, come impreviste e violente. L’avverbio apparentemente  intende sottolineare nella relazione la dicotomia tracomportamenti  manifesti della vita quotidiana e consapevolezza profonda, espressione di un disagio che ha radici lontane nel tempo.

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Storie di vita e costruzione della diversità nel lavoro con la coppia

di Claudio Billi e Francesca Belforte

Istituto “Mille e una mèta”, Livorno

Pubblicato sul numero 16 di Formazione IN Psicoterapia, Counselling e Fenomenologia 

Introduzione

  1. Sistemi di costruzione e rappresentazione dell’esperienza nella coppia.

Ogni essere vivente necessita di un sistema di conoscenza per interagire in modo funzionale con il proprio ambiente; la conoscenza, a livelli crescenti di complessità nella scala evolutiva, abbraccia un insieme di informazioni non soltanto concettuali, ma anche motorie ed emozionali, attraverso le quali ciascun individuo costruisce la sua rappresentazione del mondo. Nel sistema-coppia lo spazio che si crea dall’incontro di due differenti modalità rappresentative può definirsi essenzialmente seguendo due direzioni:

  1. una intersezione/disgiunzione delle reciproche aree di omogeneità, complementarietà o simmetria, come risorsa dell’incontro di due diversi sistemi rappresentazionali;
  2. la formazione di una neostruttura con cui rappresentarsi la coppia, come risorsa di un nuovo processo creativo che, consentendo una epochè fenomenologica dei reciproci sistemi rappresentazionali, apre lo spazio per la comprensione/spiegazione e la co-costruzione di nuovi significati.

 

  1. I due livelli dell’esperienza.

L’approccio costruttivista propone un modello di uomo come attivo elaboratore di dati e generatore, nel rapporto con il suo ambiente, di significati e conoscenze personali. La funzione della conoscenza è principalmente quella di rappresentare predire, e il suo sviluppo consiste essenzialmente in un aumento del grado di complessità; essa assume così le caratteristiche di una struttura complessa di tipo gerarchico in cui gli schemi e le variabili, a ognuna delle quali il soggetto attribuisce un valore specifico sulla base delle informazioni che è in grado di raccogliere dall’ambiente, possono essere diversamente  differenziate, integrate gerarchizzate. Sono le esperienze concrete che consentono al sistema di crescere e articolarsi; ma nel sistema-coppia tale crescita e articolazione avviene contemporaneamente su due livelli:

c) l’esperienza che il singolo partner fa della propria interazione con l’altro;
d) l’esperienza stessa che si produce dall’interazione di coppia, che costituisce un angolo di osservazione diverso e autonomo, per osservare il quale, richiamando i presupposti filosofici della fenomenologia husserliana, dovremmo far funzionare la coscienza come uno “spettatore” distaccato, o in altre parole, accedere a un livello di meta-esperienza.
Nella relazione con l’altro ciò che percepiamo direttamente di noi stessi è quello che possiamo chiamare “sé soggettivo” (ciò che sento, sentimenti, pensieri, movimenti, percezione del mio corpo) mentre un grande settore della mia vita, di enorme importanza nelle relazioni intime, e cioè il “sé oggettivo” (ciò che vedono gli altri di me, corpo, parole) non lo vedo, ho poche informazioni, è fuori dal mio controllo. In realtà le maggiori soddisfazioni in una relazione intima dipendono dalla capacità di percepire il sé oggettivo e di integrarlo nell’esperienza relazionale con la percezione soggettiva.

  1. L’invalidazione come occasione di crescita.

 

Il processo che permette a un sistema di conoscenza di modificarsi e articolarsi in termini di maggiore complessità, è quello dell’invalidazione. Un sistema flessibile è allo stesso tempo in grado di costruire previsioni e di modificarle, modificando la sua stessa organizzazione interna, quando queste sono sottoposte a invalidazione.
Nel sistema-coppia, anche il processo di invalidazione si articola su due differenti livelli:

e) al livello del sistema di conoscenza di ogni singolo partner, allorché le sue capacità predittive sono invalidate dal comportamento dell’altro;

  1. al livello di coerenza del sistema-coppia stesso, quando i fattori impliciti o espliciti che determinano l’equilibrio nella coppia, sono a loro volta invalidati, per effetto di una invalidazione in qualche modo sotto-ordinata, proveniente cioè da uno o entrambi i membri della coppia.

Un obiettivo centrale perciò dell’intervento con la coppia, sarà quello di favorire le possibilità di evoluzione, in termini di maggiore complessità, di un sistema di conoscenza, al fine di permettere che l’invalidazione sperimentata da ciascuno dei due partner (i cui effetti sono quelli che spesso spingono la coppia a chiedere un aiuto) si trasformi da occasione di scompenso in possibilità di attribuire nuovi significati agli eventi che precedentemente venivano vissuti da entrambi come minaccia al proprio equilibrio interno, formulando una diversa spiegazione dei processi che determinano l’equilibrio e lo scompenso nella coppia.

 

2. Il caso

Carlo, artigiano di 40 anni e Silvia, insegnante di 44, si presentano con una richiesta di aiuto per i frequenti litigi, che assumono talvolta forme violente, anche se quasi mai sfociate in aggressioni fisiche. La coppia ha scelto la convivenza, che dura da 18 anni, dalla quale sono nati due figli, oggi adolescenti. Carlo, nei primi anni della convivenza, ha avuto una precedente esperienza di psicoterapia, iniziata a seguito di una delle frequenti crisi di coppia; Silvia invece ha avuto più di recente alcune esperienze di approccio al lavoro personale, nell’ ambito di occasioni di formazione professionale.
Fin dal primo incontro il loro atteggiamento nei confronti della psicoterapia appare consapevole e fiducioso: è soprattutto Silvia ad esprimere il suo disagio per i litigi, che non coinvolgono mai i figli, ma nel corso dei quali sperimenta una forte paura per la temuta perdita di controllo del partner. Nel corso della loro storia di coppia alcune di queste crisi hanno portato a temporanee separazioni, soprattutto nei primi anni della loro convivenza; all’inizio del nostro lavoro però, benché tali separazioni non si siano più ripetute da molto tempo, i due sono convinti che se il loro problema non sarà risolto, li porterà presto a una decisione di separazione.

 

2.1. La prima fase dell’intervento e il setting..

Chiarite le reciproche motivazioni e aspettative e formulato il contratto terapeutico, che non prevede alternanza  con sedute individuali, (anche se Silvia, in un momento particolarmente drammatico della terapia, cercherà successivamente di forzare questa regola), sono necessarie alcune sedute iniziali, per gestire meglio l’emotività; in questa fase iniziale la coppia viene introdotta a un setting (condotto in co-terapia da due terapeuti uomo e donna) in cui ciascuno ha un suo tempo per esprimere se stesso, rispettando a sua volta lo spazio del partner; i due si assumono l’impegno reciproco, non sempre di facile gestione, ad “ascoltare” l’altro, senza interrompere o commentare, anche quando uno dei due sta esprimendo opinioni ed emozioni difficilmente tollerabili dall’altro, e a riconoscere ed evitare il più possibile le violazioni linguistiche, con le quali la comunicazione si trasforma facilmente in dinamica conflittuale.
A questo proposito i due partners vengono invitati a rivolgersi direttamente l’uno all’altro, soprattutto quando il “lui” o il “lei” vengono usati come distanziamento o triangolazione della comunicazione con il terapeuta, spesso costruito in funzione di “giudice”, o quando il mancato contatto visivo nella coppia, durante una comunicazione emotivamente intensa, funziona da evitamento dell’esperienza emozionale. La possibilità di uno spazio di ascolto reciproco viene gradualmente acquisita e produce come primo effetto una maggiore capacità di tolleranza del conflitto, anche se in questa prima fase tale capacità viene più “delegata” al setting che interiorizzata come effettiva possibilità di comunicazione nella vita personale.
Nel corso di queste prime sedute emerge un problema sessuale, al quale soprattutto Carlo attribuisce la responsabilità delle sue “sfuriate” non tanto nel momento il cui il problema si manifesta, quanto come risultato di una insoddisfazione che si manifesta in momenti successivi, prendendo spunto da conflitti della vita quotidiana. Silvia attribuisce ad una vaginite la causa più evidente del problema: in alcuni periodi il dolore le impedisce di avere rapporti sessuali e comunque, se ne ha, vi partecipa senza piacere e con una costante tensione fisica. Tuttavia la vita sessuale della coppia ha avuto ed ha, anche se negli ultimi tempi in modo molto più sporadico, momenti di piacevolezza e coinvolgimento reciproco.
L’esperienza di un ascolto più aperto del modo in cui il reciproco partner vive questo problema, costituisce una importante fase di elaborazione del problema stesso: i due infatti non ne hanno mai parlato apertamente, spostando piuttosto sui litigi l’espressione di una emotività non condivisa. Ascoltare il racconto dell’altro è una esperienza di intimità che, se è di solito presente nei primi momenti di formazione della coppia, quelli in cui prevale la voglia di raccontarsi, di confrontare le proprie esperienze di vita, di riconoscersi nel racconto dell’altro, viene spesso meno nelle fasi successive della vita in comune.
Inizia proprio dalla possibilità di ascoltarsi in modo autentico la costruzione, da parte della coppia, di un nuovo significato rispetto al tema dell’intimità, e alla funzionalità che il mantenimento del conflitto potrebbe assumere nei confronti di quest’ultima.

 

3. L’uso della storia di vita in terapia di coppia.

3.1 Premessa.

In terapia individuale l’obiettivo al quale può corrispondere la decisione di dedicare alcune sedute iniziali a una raccolta sistematica della storia di vita del paziente è la costruzione, da parte del terapeuta di un’ipotesi sulle caratteristiche attuali del sistema conoscitivo del paziente, ipotesi che gli consenta di comprendere la logica interna al suo sistema e di programmare la strategia del trattamento.
Nella terapia di coppia, a questo obiettivo, che in buona parte rimane necessario, pur all’interno di un intervento che si muove in un’ottica di sistema più che di individuo, se ne aggiunge un altro non meno determinante: attraverso la ricostruzione delle tappe di sviluppo di uno dei membri della coppia, il partner può comprendere il senso che il proprio compagno/a ha attribuito alle sue esperienze passate, costruendo in tal modo una prospettiva diversa sulla genesi e l’evoluzione dell’ attuale modalità di costruzione dei significati e sul comportamento del partner stesso. La comprensione del passato può servire, in altre parole, a far luce e a dare significato al presente.
Nel raccogliere il racconto della storia di vita, non ha alcun senso porsi il problema di quale sia la realtà oggettiva dei fatti narrati. Ciò che interessa è il modo in cui il paziente ricostruisce la sua storia, la coerenza che all’interno della sua ricostruzione possiamo identificare tra i fatti ricordati e le valutazioni che, in maniera implicita o esplicita, egli dà di questi fatti, il modo in cui si spiega perché è avvenuto ciò che ricorda sia avvenuto, e il fatto, eventuale, che egli non riesca a ricostruire per niente alcuni periodi più o meno lunghi della sua esistenza.
In questa fase dell’intervento, il terapeuta dovrebbe porsi in posizione di ascolto, intervenendo il meno possibile, solo lo stretto necessario per indirizzare il racconto del paziente nella direzione desiderata.
Ma nell’intervento con la coppia, è presente anche un’altra importante dimensione di ascolto: quella del partner. Saper ascoltare, dal punto di vista del partner, significa confrontarsi ricordi, sensazioni, immagini, emozioni, silenzi, esperienze o fatti particolarmente dolorosi della vita del proprio partner.
Durante l’ascolto il partner, così come il/i terapeuta/i si trova a osservare un fenomeno a lui in gran parte sconosciuto, cercando di inserire i dati osservativi all’ interno di codici che possano definirne un significato.

 

3.2 La storia della coppia.

Il lavoro svolto nelle prime sedute ha prodotto in Carlo e Silvia una maggiore fiducia nella possibilità di affrontare il problema e nella neutralità del terapeuta rispetto ai reciproci vissuti personali. Concordiamo che è possibile adesso passare ad una fase diversa in cui, abbandonando per un po’ i problemi attuali, ci si confronterà con una dimensione di storia di vita personale e di storia della coppia.
In questa fase del lavoro l’ascolto reciproco subirà una trasformazione nelle sequenze temporali: infatti potrà accadere che il tempo dedicato a ciascuno dei due partner sia molto più lungo, fino ad arrivare in alcuni casi a una intera seduta per ciascuno. Iniziamo dalla storia della coppia, dalla prima conoscenza, all’innamoramento, alle prime esperienze sessuali e al consolidarsi del legame, con le successive crisi, fino alla nascita dei figli e al loro sviluppo.
In questa fase del lavoro vengono dedicate due sedute ad un racconto “fotografico” della storia di coppia: i due partners vengono invitati a scegliere dal loro album 15 foto ciascuno, attraverso le quali selezionare i momenti più significativi della storia di coppia. Alcune foto risultano scelte da entrambi, così come altre no: l’esperienza stessa della scelta, i criteri e le sovrapposizioni, sono occasioni di esplorazione dei diversi significati attribuiti da ciascuno alla propria storia di coppia, così come i vissuti relativi alle scelte comuni.

Dalla storia di coppia narrata da Carlo, emerge un desiderio costante che la propria partner potesse affidarsi a lui come un punto di riferimento, fin dai primi momenti del loro rapporto; Carlo a 20 anni aveva lasciato gli studi e si era reso indipendente dalla famiglia, mentre Silvia usciva da un matrimonio interrotto dopo quattro anni.
I due decidono dopo un anno di fare l’esperienza di una convivenza, nonostante i timori di Silvia di ripetere un fallimento. Carlo, che si sente inferiore culturalmente a Silvia, tenta in tutti i modi di definire un suo ruolo centrale nella coppia, offrendo a Silvia il suo impegno soprattutto sul piano pratico, ristrutturando con le sue mani un rudere in campagna, senza luce né riscaldamento, dove i due decidono di vivere inizialmente una vita da “hippies”, con una lavoro saltuario e la casa sempre piena di gente. Carlo pensa che un figlio, che la sua partner gli chiede, la avvicinerà a lui e acconsente.
Il racconto di Carlo qui si tinge di colori di calda emotività, mentre narra il suo impegno a riparare il tetto della casa e a rendere vivibile quell’ambiente inizialmente un po’ ostile. Dal suo racconto emerge chiaramente il desiderio di riconoscimento del proprio valore personale, insieme all’insicurezza e al senso di inferiorità nei confronti della sua partner che egli costruisce come più colta ed esperta della vita.
Durante questo racconto Carlo comincia a mettere in relazione le sua aspettative con eventi precedenti la storia di coppia e quindi con aspetti riguardanti più la formazione del proprio Sé in relazione all’ambiente familiare e ai messaggi che da questo provenivano. Si tratta di un passaggio importante poiché proprio questa consapevolezza andrà a costituire il ponte con la terza fase della terapia, in cui la narrazione si sposterà, per entrambi i partner, sulla propria storia personale e familiare, prima del costituirsi della coppia.

Contemporaneamente Silvia descrive la prima esperienza matrimoniale fallita, durata quattro anni, costruendola come la conseguenza del suo intenso bisogno di staccarsi dalla famiglia, nonostante i molteplici aspetti problematici, evidenti fin dall’inizio (“ho sposato il primo che si è presentato nella mia vita, un uomo di sette anni più grande; vivevamo come fratello e sorella”; sono già presenti in questa fase i primi problemi sessuali e il vaginismo).
Silvia fa emergere nel racconto una preoccupazione centrata soprattutto su un forte desiderio di autonomia personale prima ancora che di coinvolgimento amoroso. I primi incontri con Carlo sono descritti all’interno di una cornice di emotività e di passionalità che non si stacca mai, però, da un tonalità fondamentalmente preoccupata del coinvolgimento e dei messaggi provenienti dalla propria famiglia di origine, che dopo la separazione torna ad essere percepita come una realtà potenzialmente minacciosa per l’autonomia della donna. Inizialmente pensa però di aver trovato l’uomo della sua vita. Gli piaceva Carlo come personaggio ribelle indipendente a anticonformista. Si sente però spesso inadeguata; iniziano i litigi e i problemi sessuali. Però lei è determinata a trovare un’altra casa, il lavoro e il figlio.
Le prime esperienze di convivenza sono perciò descritte da Silvia in modo ambivalente: da un lato con partecipazione passionale e dall’altro con un senso di insoddisfazione nei confronti del partner che viene costruito come non sufficientemente affidabile sul piano dei bisogni emotivi profondi, in quanto non abbastanza capace, secondo Silvia, di rassicurarla e costituirsi per lei come un riferimento sicuro. Compaiono già in questa fase le prime difficoltà sessuali della coppia. Mentre Silvia racconta questa parte della sua storia di coppia, diviene progressivamente più consapevole dei riflessi proiettati dalle difficoltà incontrate con Carlo sullo sfondo dei propri nodi familiari: cominciano ad emergere ricordi della propria infanzia, legati alla madre e alle esperienze di scarsa autonomia personale.
Anche per lei, come per Carlo, si tratta di un passaggio importante: cominciano a maturare i tempi perché la narrazione si possa progressivamente spostare sulla propria storia personale e familiare, prima del costituirsi della coppia.

Carlo e Silvia continuano in questa fase a ricordare le fasi successive della loro storia di coppia: il racconto si è fatto più intimo e i due appaiono più attenti l’uno all’altro, tanto che a una osservazione attenta si possono cogliere segnali di stupore reciproci, come se questa storia, in questo modo, davvero non se la fossero raccontata mai.
Dopo pochi mesi di convivenza nasce la prima figlia; è Silvia che fa tutto: trova il lavoro, una seconda casa dove decidono di andare a stare insieme, ed è sempre lei che decide di separarsi dopo un periodo di crisi e litigi sempre più frequenti e intensi (“un camioncino, mio padre che mi aiuta, e un sabato porto via tutti i mobili: Carlo torna e non mi trova più”); i due resteranno separati per circa quattro anni.

In questo periodo Carlo intraprende la sua prima esperienza di psicoterapia, di cui parla come di una tappa fondamentale della sua evoluzione personale, che lo ha aiutato a non perdersi in un periodo particolarmente difficile in cui non ha riallacciato altre relazioni affettive significative, rimanendo invece legato affettivamente alla storia con Silvia e alla bambina, che vede il sabato. Di tanto in tanto telefona a Silvia e dice “allora vengo” e lei prova angoscia per la sofferenza di lui. Silvia approva la scelta di Carlo della terapia, anche se l’inizio dell’analisi apre a lui dubbi sull’identità sessuali (ricordi di fantasie omosessuali).
Per Silvia invece questo è descritto come un periodo significativo, soprattutto perché vissuto come la prima vera esperienza di libertà della sua vita; è in questa fase che la donna sperimenta sul piano sessuale nuove relazioni che vive come molto gratificanti e coinvolgenti, a confronto con le precedenti esperienze del matrimonio e del rapporto con Carlo.
I due comunque continuano in questi quattro anni a vedersi periodicamente per la figlia, e a mantenere aperto un dialogo, con molta sofferenza e rabbia da parte di Carlo, che si sente rifiutato, e con momenti di oscillazione tra autonomia e bisogno di sicurezza da parte di Silvia.
Nel frattempo Carlo si è molto impegnato sul lavoro, e da dipendente è riuscito a creare una ditta autonoma, cosa che lo fa sentire molto più realizzato sul piano personale; inoltre si è avvicinato a ideologie politiche che lo coinvolgono sul piano del sociale e che, anche se a tratti fanno emergere i suoi timori di inadeguatezza per la sua presunta impreparazione culturale, lo costringono tuttavia a mettersi alla prova anche in contesti pubblici, con buoni risultati sul piano dell’autostima; il coinvolgimento ideologico è tra l’altro un aspetto che riguarda anche la vita di Silvia in questi anni, e che la avvicina a tematiche femministe e di liberazione della donna.

Il cambiamento di Carlo è avvertito da Silvia, che comincia a costruire il partner come più affidabile e protettivo: ciò provoca un graduale riavvicinamento che porterà a una nuova convivenza e alla nascita della seconda figlia.
La coppia si sposterà adesso in una nuova casa in città, iniziando una seconda fase più connotata dall’impegno sociale e lavorativo per entrambi i partner. Lui costruisce la casa come “risarcimento”. Anche lei inizia l’analisi e riesce a togliere le chiavi di casa ai genitori. L’analista le consiglia di separarsi e invece progettano di fare terapia di coppia.
I problemi sessuali tuttavia ben presto ricompaiono, in relazione con i litigi e le incomprensioni per la condivisione degli impegni e dei compiti familiari. Silvia si lamenta dello scarso impegno messo da Carlo nei compiti familiari e nell’educazione dei figli, mentre Carlo accumula risentimento per i rifiuti di Silvia sul piano sessuale. Non ci sono in questi anni storie extraconiugali, mentre invece assumono maggior rilevanza le famiglie di appartenenza, e in particolare quella di Silvia la cui madre è particolarmente invasiva nella vita della coppia.

 

4. Dalla storia della coppia alla storia personale.

 

Nel ripercorrere le tappe della storia della loro coppia, Carlo e Silvia sono divenuti più consapevoli che molte delle reazioni personali sperimentate nell’interazione con il proprio partner affondano le loro radici in una storia personale precedente a quella della coppia stessa.
Si tratta di un momento centrale nel lavoro di terapia: è qui infatti che si gioca, in buona parte, la possibilità di recupero da una parte dei significati personali, nell’ambito della propria storia di vita, e dall’altra della costruzione di un nuovo spazio di significato della coppia stessa, come processo di differenziazione dai propri bisogni simbiotici.

Nel ripercorrere la propria storia di vita, precedentemente all’incontro con Silvia, Carlo ricostruisce come i genitori e i nonni paterni siano sempre vissuti insieme, nella stessa casa (“si costruiscono anche case più grandi – ricorda – ma continuando a vivere sempre insieme”), in mezzo a continui litigi su una questione di eredità riguardante la madre. Il tema di una ingiustizia subita dalla madre, nei confronti della propria famiglia di origine, è costante nel clima familiare che caratterizza l’infanzia di Carlo.
I nonni materni sono descritti come appartenenti a un “patriarcato freddo e discriminante nei confronti della donna”; privilegiavano i fratelli maschi, e lui stesso si sentiva guardato con disprezzo perché era il nipote: “ero in imbarazzo perché ero il nipote, e venivo comunque dopo gli altri”.
Poi muore il nonno paterno e i rapporti tra madre e la suocera peggiorano. Carlo vuole fuggire da tutto questo: si ribella, non studia, molla la scuola superiore a un mese dall’esame; si avvicina alle prime ideologie politiche. In realtà non si stacca mai veramente dalla famiglia perché, come egli stesso riconosce, il suo tema continua ad essere quello di salvare la madre (“sono sempre stato l’avvocato delle cause perse – ho dovuto dimostrare a mia madre di essere un uomo – ho spesso pensato che avrei dovuto salvarla”).
Descrive il padre come una figura poco presente, passivo, sempre dipendente dalla madre, mentre quest’ultima è continuamente attaccata al figlio e non rispetta alcuna distanza. L’ingiunzione che proviene da parte materna è: “non ci si separa mai”.

Silvia, anche lei come Carlo figlia unica, descrive invece il clima familiare come estremamente rigido e controllante: “non potevo mai uscire; dopo la scuola dovevo tornare subito a casa”, rigidità che continua anche dopo la fine delle scuole superiori, quando i genitori non la vogliono nemmeno mandare all’Università.
Assisteva a litigi violenti e da bambina aveva molta paura. I genitori sono descritti come una coppia altamente conflittuale. Emerge un episodio di violenza da piccola: un giorno Silvia, per punizione, fu chiusa in uno stanzino al buio, e rievoca questo episodio, durante la seduta, con un forte vissuto di angoscia e di impotenza.
Carlo, assistendo alla sofferenza di Silvia, nel rievocare questo episodio, si commuove ed assume un atteggiamento molto protettivo: in seguito espliciterà come anche questo sia stato un momento centrale di cambiamento, che gli ha consentito di costruire, diversamente dalla consueta lettura in termini di pretesa e rivendicazione, i vissuti costrittivi e di rabbia che Silvia talvolta agisce anche durante i conflitti di coppia.
I nonni vengono ricordati da Silvia con una netta differenza: i nonni maschi, mai conosciuti, sono idealizzati e costruiti come due “angeli custodi”; le nonne invece, sono descritte in modo piuttosto ambivalente. La nonna materna trasmette sopratutto regole, rigidità e durezza; la nonna paterna una affettività confusa, e una grossa ambiguità nei sentimenti.
La madre è vissuta da sempre come molto invadente: legge i diari, controlla, giudica. Il padre, figura di secondo piano, asseconda però la madre nella funzione di controllo: quando Silvia lascerà Carlo, sarà lui a restare in contatto con Carlo per cercare a tutti i costi una conciliazione, mentre sua madre che continua ad avere le chiavi di casa, si conferma come presenza intrusiva e controllante.

5. Riapprodare al presente: dal problema della coppia alla responsabilità individuale.

Dalle reciproche storie individuali i temi di litigio e conflittualità appaiono chiaramente come esperienze individuali di vita, prima ancora che di coppia.
Questa è una acquisizione fondamentale, che sposta la costruzione stessa del conflitto di coppia, introducendo una maggiore consapevolezza del ruolo e della funzione che il conflitto ha assunto nelle reciproche storie di vita.
Il processo di costruzione di un tema individuale, attraverso la storia di vita, riguardo al conflitto e all’aggressività, ha portato Carlo e Silvia a distanziarsi dalle dinamiche di rivendicazione reciproca nella coppia; assistere al racconto, talvolta accorato e drammatico, di vicende in cui il proprio partner ha dovuto affrontare situazioni per lui problematiche, ha facilitato la consapevolezza che nella coppia spesso si rivolgono richieste di “cura” delle proprie ferite, che il partner non può essere in grado di soddisfare.
Ciò ha facilitato la comprensione reciproca e diminuito il tono delle pretese da tutte e due le parti, avviando la possibilità per ciascuno di un autosostegno emotivo, nei momenti di disagio. Nello stesso tempo è aumentato il rispetto e la comprensione per l’altro, e con questi una maggiore fiducia di poter a propria volta sentirsi compresi.
Anche il comportamento quotidiano è cambiato: Carlo è ora più attento ai bisogni affettivi di Silvia, e non si ritrae di fronte a compiti e responsabilità familiari; Silvia a sua volta più sicura e disponibile si è riavvicinata emotivamente a Carlo, che costruisce ora come meno minaccioso per la propria autonomia personale.
I due hanno ripreso ad avere rapporti sessuali che risultano adesso soddisfacenti: Silvia prende molto più spesso l’iniziativa e Carlo si sente più cercato e desiderato come uomo. Capita ancora che in alcuni momenti ci sia tensione e disagio, ma a differenza di prima, tutti e due i partner sono ora in grado di costruire il disagio di questi momenti come conseguenza di situazioni in cui si ripetono schemi e meccanismi già noti. Ciò consente alla coppia di metacomunicare su quanto sta accadendo e ritrovare un equilibrio senza bisogno di passare attraverso i consueti scontri e litigi.
La reciproca diversità, da occasione di minaccia, è diventata progressivamente occasione di comprensione e coinvolgimento.
Ritornare a considerare la quotidianità, dopo questo viaggio nella propria storia di coppia e di vita, è una esperienza nuova; le stesse situazioni vengono adesso costruite e vissute con risorse diverse.
La coppia in una delle ultime sedute, elabora insieme il desiderio di sposarsi, vedendo in questo un ulteriore cambiamento del reciproco modo di vivere la dimensione della coppia in quella più allargata della famiglia.
In questa fase i partner parlano molto di più dei figli, che erano rimasti a lungo fuori delle tematiche portate in seduta.
Anche questo aspetto della relazione testimonia di un cambiamento nella costruzione della coppia: per molto tempo infatti, Carlo e Silvia si sono visti più in termini di coppia che di famiglia: l’immagine di famiglia che ciascuno si portava dentro era per entrambi negativa e minacciosa.
Ciascuno dei due parlava del proprio rapporto con i figli come di qualcosa di personale e non condivisibile all’interno di uno spazio comune; adesso lo spazio-famiglia è presente come realtà e come nuova possibilità.
Questo pone a Carlo e a Silvia nuove problemi riguardo alle responsabilità reciproche e nuove opportunità di confronto rispetto alle diverse modalità di entrambi di interagire con i figli.
C’è ora molta meno paura che il partner possa limitare o forzare lo spazio comune, e soprattutto molta più fiducia nella possibilità di una interazione costruttiva anche nei confronti dei figli.
Progressivamente ci avviamo a terminare la terapia, lasciando due sedute di follow up a tre e sei mesi, nelle quali la coppia dimostra di aver ritrovato un buon equilibrio, nel rispetto degli spazi reciproci.
Dopo un anno circa dalla fine della terapia ricevo la notizia che Carlo e Silvia si sposeranno: ripensiamo in quell’occasione a tanti momenti del nostro percorso e provo commozione. Sono passati tre anni circa della loro storia di vita e anche della nostra .

6. Considerazioni conclusive sulla “coppia utile”

Alcune considerazioni conclusive sulla formazione della coppia, sul concetto di “collusione” e sul significato evolutivo della relazione di coppia.
Che cosa significa capire la collusione di coppia e i “motivi” della scelta del partner? Capire la collusione significa capire cosa ciascuno ha scelto di sé nell’altro, significa comprendere la complessa dinamica tra intrapsichico e interpersonale. In particolare: a) quale aspetto di sé valutato; b) quale aspetto negato; c) quale aspetto delle figure parentali.
Quindi la scelta del partner può essere:

  1. DIFENSIVA: rispetto alle proprie difficoltà, angosce, rapporti non risolti con la propria famiglia d’origine. In questo caso la collusione è rigida e la persona cerca complementarietà.

 

  1. EVOLUTIVA: capacità di stare in rapporto con la differenza, bisogno di crescita; il partner assume una “funzione terapeutica”.

Infatti nella collusione di coppia “patologica” difensivamente ambedue i membri della coppia traggono vantaggio a non far evolvere aspetti di sé, mentre nella collusione di coppia “evolutiva” si apprende a stare “dentro e fuori” la relazione con l’altro, modulando il bisogno di identità/individuazione con la ricerca di libertà/autonomia.

La coppia si forma attraverso una rottura (con la famiglia d’origine) ed inizialmente va verso la fusione, l’unità. La coppia, nel momento dell’innamoramento, nasce su un complesso impasto di aspettative. Le aspettative sono la vera causa della frustrazione ma senza aspettative non è possibile l’innamoramento.

Solitamente nella fase dell’innamoramento o dell’“illusione”, i partner si propongono reciprocamente come terra promessa. I modi in cui si costruisce questa illusione sono i veri nodi problematici della relazione. Si parla di una sorta di “primo contratto” in cui c’è la percezione di caratteristiche dell’altro considerate piacevoli e complementari rispetto al soddisfacimento dei propri bisogni. Vengono collocati in primo piano alcuni aspetti che si avvertono particolarmente gratificanti rispetto ai propri bisogni e c’è una esortazione all’altro esplicita o indiretta perché corrisponda sempre più a queste aspettative.

La coppia spesso chiede di chiudere i “buchi dell’infanzia” ma queste ferite non si chiudono, bisogna conviverci e lavorare per una accettazione profonda. Il conflitto si gioca nell’illusione di poter recuperare qualcosa che non ho avuto. Si gioca all’interno della coppia il desiderio di essere amati e la speranza di chiudere le mancanze dell’infanzia. Più alte sono le aspettative, più sono legate a bisogni vitali non espressi dell’infanzia, più forte sarà il senso del tradimento e più complessa la possibilità di passare al “secondo contratto”. Il secondo contratto o “amore a seconda vista” è il passaggio dalla delusione alla dis-illusione, cioè la consapevolezza della diversità dell’altro e l’uscita dalla pretesa attraverso la responsabilità e lo sviluppo di parti autonome.
La coppia è quindi il luogo di Intersezione tra individuo e sistema duale. Di conseguenza è luogo di intersezione tra il disagio individuale e il disagio relazionale.
La sofferenza nasce dal bisogno di ognuno dei partner di assimilare l’altro in un proprio schema interno rigido, di vedere l’altro come colui che soddisferà e risarcirà le ferite dell’infanzia. Ad una distorsione della percezione individuale della realtà corrisponde una forte perturbazione della relazione ed il delinearsi di circuiti disfunzionali.
Un unione ben funzionante è quella in cui le aspettative irrazionali e le motivazioni e fantasie proiettate sul partner sono limitate, con un’accettazione di sé e del partner sufficientemente buona nonostante incrinature e delusioni

La coppia dovrebbe essere un’occasione di apprendimento e non di ripetizione.
L’incontro tra individui è sempre accompagnato dal desiderio di sperimentare parti diverse di sé non convalidate o sperimentate e, insieme, dal bisogno di ritrovare una continuità con le esperienze precedenti.
La possibilità di continuare ad apprendere dall’esperienza nella relazione di coppia  dipende dall’esito del processo di alterazione reciproca tra mondo interno e realtà esterna che si rinnova in ogni fase del ciclo vitale della coppia e della famiglia come capacità di modificare, alla luce dell’esperienza, le proprie fantasie ed aspettative (elaborazione del lutto) come capacità di differenziazione tra sé e l’altro, di limitare il conflitto relazionale, di individuare gli interlocutori e di elaborare il dolore che accompagna ogni perdita.

 

Bibliografia.

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Cionini L. (a cura di), Psicoterapie. Modelli a confronto, Carocci, 1998
Cionini L. L’assessment, in: Bara B.(a cura di), Manuale di psicoterapia cognitiva, Bollati Boringhieri, 1996
Hellinger B., I due volti dell’amore, Crisalide, 1998
Malagoli Togliatti M., La psicoterapia con la coppia, Angeli, 2000
Polster E., Ogni vita merita un romanzo, Astrolabio, 1988
Veglia F., Storie di vita, Bollati Boringhieri, 2001
Quattrini P.,Fenomenologia dell’esperienza, Zephyro, 2007

 

SCHEDA DEGLI AUTORI

Claudio Billi, psicologo e psicoterapeuta, Specialista in Psicologia Clinica, insegna ha insegnato Psicodiagnostica e Psicologia Clinica presso la Facoltà di Psicologia e di Scienze della Formazione dell’Università di Firenze. Dottore di Ricerca in Qualità della Formazione, dirige l’Istituto “Mille e una mèta” di Livorno, che da anni promuove ricerche, studi e attività di formazione nel campo delle professioni di aiuto. E’ socio didatta della SITTC (Società Italiana di Terapia Comportamentale e Cognitiva), della FEIG (Federazione Italiana Gestalt) e dell’AIPPC (Associazione Italiana di Psicologia e Psicoterapia Costruttivista); è Formatore dell’A.I.Co (Associazione Italiana di Counselling),  del  CNCP (Coordinamento Nazionale Counsellor Professionisti) e dell’AIMEF (Associazione Italiana Mediatori Familiari). Tra le sue pubblicazioni: Processi formativi nell’adolescenza, ETS, Pisa, 1994;  Psicologia generale e sociale, Giunti, Firenze, 1994 (con L.Trisciuzzi);  La formazione del sé. ETS, Pisa, 2004 (con L.Trisciuzzi).

Francesca Belforte, psicologo e psicoterapeuta, mediatore familiare; direttore didattico dell’Istituto Mille e una meta di Livorno e responsabile della sede di Livorno dell’I.G.F.(Istituto Gestalt Firenze). E’ socio formatore dell’AICo , del  CNCP e dell’AIMEf.