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Arti e Gestalt: creatività ed espressione tra sentire e pensare

Condotto da Valentina Barlacchi e Pierluca Santoro

Sono aperte le iscrizioni per il corso di Gestalt counselling a mediazione artistica per l’anno 2016

La Scuola di Arti e Gestalt propone incontri individuali di orientamento e un workshop gratuito il 20-21 febbraio.

Dal 9 febbraio è possibile fissare un colloquio di orientamento e selezione per il corso annuale 2016

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L’immagine precaria

Scuola di Arti e Gestalt
presenta

16-17 Maggio
Sede Igf Firenze – Via del Guarlone 69

Un seminario condotto da Pierluca Santoro

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Esperienza artistica e conoscenza

di Gabriele Perrotti

Pubblicato sul numero 12 di Formazione IN Psicoterapia, Counselling, Fenomenologia.

 

Furono i romantici a fornire una nuova concezione dell’arte, non più imitazionedella natura e quindi subordinata alla realtà, a ciò che già è, ma creazione e quindi qualcosa che aveva a che fare con la conoscenza e la verità. Il grande poeta tedesco Friedrich Hölderlin riteneva che la filosofia nascesse dalla poesia, perché solo la bellezza mette l’uomo in relazione con il divino. Per Friedrich Schlegel l’artista, genio dell’arbitrio assoluto, è il mediatore per eccellenza, colui che avverte il divino in sé e si sacrifica e si annienta per annunciare questo divino. Leggi tutto

Il counselling relazionale di gruppo, secondo il tantra e le arti: esperienze corporee fra tabu’ e ampi spazi del cuore

di Ornella Marini

Istituto di Tantra e Arti per la cura della relazione, con sede a Firenze

Pubblicato sul numero 16 di Formazione IN Psicoterapia, Counselling, Fenomenologia

 

La parola Tantra in sanscrito ha molteplici significati, indica allo stesso modo la trama di un tessuto, una dottrina spirituale o magica, intrecci e trame, tessitura di trame infinite, un’opera d’arte o scientifica, lo svolgimento di una cerimonia, la continuità, la successione e la discendenza. Essa deriva dalla radice tan – “espansione” e tra - “liberazione” con la parola tantra si indica dunque un insieme di esperienze e di pratiche millenarie volte all’espansione dell’ordinario stato di coscienza. Questo è il significato maggiormente riconoscibile dalla nostra cultura occidentale: ‘strumento per ampliare la coscienza’. Questo allargamento della consapevolezza include tutti gli aspetti della vita ed il tantra è fra tante l’unico terreno di esperienze in cui è possibile compiere l’ardua sintesi tra gioiosa accettazione e liberazione.
Alcuni rituali tantrici sciolgono la corazza muscolare fisica ed i blocchi emotivi, aiutano ad aprirsi ed ampliare quegli spazi al nostro interno dentro ai quali lasciare scorrere l’energia come manifestazione dell’accadere della vita, con presenza e quella qualità di partecipazione che non cede all’attaccamento. rimanendo con i piedi per terra e con la coscienza aperta, disposti a sperimentare spazi di relazione con abbandono ed attenzione insieme, eccitazione e rilassamento insieme.
A questo fine nelle pratiche Tantriche si usa anche la sessualità come veicolo per accedere più velocemente a se stessi in relazione con l’altro.
Secondo il Tantra ogni accadimento della vita, è vissuto nella totalità dell’esperienza, con i sensi aperti e la disponibilità del corpo dell’anima e dello spirito. Nello stesso modo l’incontro amoroso, è l’incontro di due persone nella totalità dei loro aspetti e nell’accadere del qui e ora dell’esperienza.
Si arriva alla cosiddetta ‘Estasi tantrica’ attraverso l’accoglienza dell’ombra. Pertanto l’incontro amoroso è l’incontro dei corpi- canali dentro ai quali fluiscono energie emotive così come sono. Sensazioni, emozioni, sentimenti disagevoli come il dolore, la rabbia, la sensazione di blocco piuttosto che piacevoli come la gioia, la sensualità, l’amore. L’attenzione all’accadere equivale a stare su quel crinale su cui si cavalcano le energie, esattamente come si cavalca un cavallo, sentendo il fremito dei suoi muscoli sotto le gambe, i movimenti vibranti, il calore del flusso del sangue ed il calore di quella fatica che lascia soddisfazione. E al contempo si osserva, si partecipa, si tengono le briglie per continuare a godere della cavalcata e stare nell’accadere dell’esperienza. Ed è possibile scoprire così la capacità  non solo di non cadere,  ma di vivere la cavalcata fino al cielo. Ed è proprio questo cavalcare l’emozione e lasciarla scorrere che apre nel suo passaggio attraverso i corpi, quello spazio del cuore, dove la distanza fra te e l’altro, fra i luoghi interni ed esterni diventa abitata da quel flusso di leggerezza e amore, qualità naturali dell’energia del cuore.
Quindi l’ombra e la luce nel Tantra non sono separate e non creano separazioni all’interno della relazione.
In questo senso Il Tantra è, una esperienza di iniziazione verso l’apertura del cuore, è un processo di trasformazione da ombra a luce, da dolore a gioia, da rabbia a pace, dai limiti della coscienza all’espansione della coscienza
E questo è anche il processo che avvicina l’esperienza Tantrica all’esperienza Artistica: secondo la mia esperienza, quella che noi chiamiamo “ispirazione” non è altro che la vibrazione di tutti questi spazi interni che si aprono nello stesso attimo e che permettono all’artista di creare la sua opera poiché trasformato in un canale che dà e riceve contemporaneamente, è dall’energia che passa dentro di lui che l’artista lascia uscire la sua opera.
Questa premessa per introdurre due punti di vista che fino ad ora mi hanno molto aiutato nella conduzione di gruppi, spingendomi soprattutto a ricordare che aiutare gli altri non significa risolvere loro la vita ma significa tendere al cuore, ed innanzi tutto al mio, cioè all’apertura del mio cuore verso gli altri.
Per spiegare meglio vorrei introdurli : uno è La Cura come spazio di cuore e l’altro è il Tabù, nello specifico l’avvicinarsi al Tabù con coraggio e attenzione al contempo.
LA CURA COME SPAZIO DI CUORE.
Personalmente faccio fatica a credere nella guarigione: guarire significa che si deve eliminare qualcosa, non sempre è possibile, non sempre è etico, spesso andiamo bene così come siamo. Mi piace più parlare di cura che di guarigione: la cura comporta l’accoglienza del disagio o della malattia. La cura è più dolce, permette di accettare e di curarsi di se stessi nella totalità, comporta di accorgersi di cosa ci succede dentro, accoglierlo e trovare strumenti per trasformare il lato sofferente in qualcosa di più nutriente e soddisfacente.
Proviamo a vederci come una sfera piena.
Questa sfera ha un nucleo interno, un centro.
Dalla superficie al centro ci sono vari spessori, ingredienti e materiali che la compongono.
Il corpo, la mente con le sue convinzioni, i sensi, le emozioni. Al centro il cuore. Per cuore intendo quel nucleo che raccoglie tutto quello di cui siamo fatti e lo trasforma in puro amore, quindi il nostro autentico centro privo di pesantezze e limiti. Poiché nel cuore non ci sono sentimenti, non c’è chi è tanto o poco, meglio o peggio, non ci sono risultati o premi o punizioni, solo un totale SÌ.
Questi materiali, strati, parti, ingredienti, personaggi, insieme al cuore compongono noi stessi. Ognuno di noi è l’insieme di tutto.
Visitarli come strati ci può dare una mappa: nella superficie più esterna c’è il corpo-contenitore, viaggiando verso l’interno incontriamo la mente, poi le emozioni e i sentimenti, fino a giungere al centro, il cuore. La mappa può essere utile per entrare con un certo ordine nel lavoro su di sé ed approfondire un argomento per volta.
Ma sappiamo che dobbiamo tenere ben chiaro che la mappa non è il territorio, il territorio è ciò che nasce dall’insieme di tutti questi aspetti. Il territorio è l’insieme nella sua totalità, la persona nel suo insieme è ben diversa da ognuno dei suoi aspetti presi separatamente.
Nella nostra vita interiore, il procedere non è lineare, bensì circolare e disordinato al tempo stesso, a seconda degli eventi piccoli o grandi della vita.
Non stiamo facendo un viaggio lineare con la meta di arrivare al cuore.
Stiamo viaggiando circolarmente all’interno della nostra sfera che è sempre in relazione con tutte le altre sfere (persone, luoghi, natura, animali, oggetti ecc). Alcune volte incontriamo il blocco corporeo altre volte quello emotivo altre quello spirituale. Ogni qualvolta incontriamo un blocco all’interno della sfera risuona l’onda energetica di quel blocco in tutta la sfera. Poiché la sfera è la nostra energia nell’insieme che contiene tutte le parti di cui siamo composti.
Questa è la ragione per cui si può sentire un’emozione localizzata in una parte del corpo, un blocco spirituale può essere collegato ad una ferita emotiva subita da piccoli, una malattia o un dolore fisico possono corrispondere ad una emozione bloccata, un sentimento può essere non riconosciuto a causa di una convinzione o di un condizionamento mentale, ecc…
La cura non comporta quindi l’eliminazione del disagio o della malattia, ne comporta l’accoglienza e la possibilità di essere arricchiti da questa. Curare può significare riportare alla luce ciò che era rimasto isolato nella sfera e rivitalizzare il collegamento con la vita emotiva, fisica e spirituale, rimettere insieme i pezzi e risentirci compatti nella sfera che siamo.
Ciò che evolve con la cura è la capacità di affrontare quelle onde energetiche che corrispondono ai blocchi o difficoltà personali che incontriamo nel viaggio della vita e che ci permettono di non essere annegati dall’onda stessa. In questo senso il procedere in modo circolare all’interno della sfera può essere paragonabile ad una spirale che, attraverso la cura crea quello spazio sempre maggiore che l’avvicina al suo centro, il cuore.
Non combattere contro il disagio o la malattia è un processo che accade nel cuore, è già un “fatto del cuore”: l’accoglienza, la dolcezza, la comprensione, la con-passione di ogni aspetto, disagio, sofferenza, malattia accade nel cuore.
Quello spazio, riempito dallo scorrere della relazione fra counsellor e cliente ecco che può diventare un’opera d’arte. Sia avvalendosi di competenze tecniche artistiche (che sia la pittura, il teatro o la scrittura o il cinema ecc), sia della capacità di liberare il terreno dalle difese del carattere e delle convinzioni mentali per diventare nel qui e ora canale dell’energia ricettiva e creativa insieme, nasce quel processo di cura che si avvicina ai fenomeni del processo creativo artistico in cui ci troviamo appagati ed appassionati del momento presente, pronti a dare e ricevere nello stesso attimo.
Il proprio vivere, anche il più doloroso, è interessante, importante materiale da visitare, elaborare, sottoporre a quel processo creativo che lo fa diventare un prezioso tesoro, materiale che la parte artistica di ognuno di noi può trasformare attraverso quel processo alchemico che accade nel cuore
Perciò non credo alla guarigione. Credo che stare meglio possa voler dire che le proprie difficoltà si guardano con amore invece che con il terrore che spinge a volerle eliminare.
IL TABU’
“ Il Tabù è un limite, è come un filino elettrico che dà la scossa, se sopporti la scossa ci passi. Una volta che ci sei passato ti accorgi che è effimero e ci puoi ripassare. La conseguenza densa è che se vuoi tenere un tabù lo devi rispettare, lo devi coltivare, perché basta nulla e va giù… Infrangere è normale, rispettare è anormale… Poiché il tabù è una struttura a tua disposizione, che hai ereditato culturalmente per renderti la vita più facile, puoi rompere la struttura quando lo ritieni utile. Può essere di aiuto o di ostacolo a seconda dell’insieme della vita…” P. Quattrini *1
E’ consigliabile tenere da conto il tabù e sentirne la scossa, poiché questo permette di farti avvicinare ai tuoi limiti e sentire se è il caso di valicarli o meno, sentire se il limite ti imprigiona e non ti permette di ampliare i tuoi orizzonti o se invece ti difende dal rendere la tua vita ancora più difficoltosa ed incasinata. Con il rispetto della scossa si può andare molto vicino alla persona e questo è molto utile sia nelle relazioni private che nel mestiere di counsellor.
Per noi occidentali il vero tabù, la vera trasgressione non è fare sesso ma accedere al mondo delle emozioni, delle sensazioni e dei sentimenti e prendere coscienza delle nostre dinamiche psichiche, senza esserne sopraffatti. Cioè il tabù per noi non è fare sesso in se stesso, ma come lo si fa.
L’atteggiamento più comune, nella cultura occidentale, è tentare di allontanare l’ascolto interiore e di uscire dalla presenza a se stessi servendosi dell’eccitazione e dell’ebbrezza. L’onestà interiore consiste nell’accorgersi ed accogliere ciò che sentiamo in ogni momento, rimanendo presenti nell’eccitazione piuttosto che nel dolore piuttosto che nel piacere o nel sentimento, senza cercare di nascondere le imperfezioni o punirci con i sensi di colpa.
E’ dall’avvicinarsi al tabù, cioè alla coscienza e l’accoglienza di quel che c’è, che troviamo gli strumenti per migliorare ciò che non ci piace di se stessi.
Sia il Tantra che le Arti, “mettono a nudo”, a volte il corpo, a volte l’anima, ed in questo secondo caso spesso il tabù è ancora più denso. Si caricano quindi entrambi del tabù di mettere a nudo.
Questo ha una doppia valenza:

  1. propongono la difficoltà di guardare il tabù e di assumersi la responsabilità di averlo.
  2. offrono la possibilità di compiere un percorso per superare il tabù.

Nel Teatro, per esempio, il tabù consiste non solo nel mettere a nudo ma anche nel mostrare la nudità.
Il teatro rivela una vita interiore che a volte si spinge anche oltre l’interiore, una vita soprannaturale: il mistero del teatro ovvero quel clima magico che lo rende vicino, poiché come spettatori ci possiamo identificare o riconoscere in ciò che accade sulla scena o nell’anima del personaggio, e, nello stesso tempo, lontano, poiché è immaginario e fantasioso e accade all’ ‘altro’ (al personaggio, all’attore e non a noi stessi).
Per cogliere il soprannaturale è necessario avere ridimensionato schemi mentali, pregiudizi, blocchi, …e nel ridimensionare si fa spazio, creando spazio vuoto. Ecco che si presenta il vuoto, il vuoto fertile, lo spazio che rivela.
Il fenomeno del mettere a nudo e rivelare può essere tabù.
Tragedie, ammazzamenti, amori, sesso, intrighi, temi frequenti nelle opere teatrali, sono spaventosi e da tenere nascosti, sono ombre oscure da non rivelare, sono un mondo sconosciuto.
Nel teatro di ricerca degli ultimi anni, come negli antichi rituali sacrificali religiosi, si sono uccisi cavalli in scena, dissanguati animali. Ciò rivela il mondo nascosto e spesso spaventoso dell’ombra umana, a volte dell’inumano. Questo è un tabù, un filo da non valicare, troppo fuori dagli schemi, completamente imperfetto.
Come spettatori, soltanto nel mistero, nel buio della platea, nella magia del teatro, nel pensarlo distante da noi troviamo la porta per superare il tabù e accedere al mondo nascosto dell’imperfezione.
Nel counselling artistico per esempio, ma anche nelle esperienze dei rituali tantrici, il cliente trova la forza di superare il tabù per bisogno, per estremo bisogno di cambiare qualcosa che non va, per quella sofferenza che rende indispensabile fare nuove esperienze che oltrepassano il filo che iniziamo a sentire come imprigionante.
Come attori superiamo il tabù per bisogno di rendere il proprio lavoro utile anche all’anima, per continuare a fare esperienza e misurarci con ciò che nella vita non possiamo permetterci: fare una scorpacciata di anima, con tutte le sue spaventose giungle e le sue pacificanti radure.
Come counsellor  ci avviciniamo al tabù rispettando maggiormente la sensazione data dalla scossa elettrica, con delicatezza, ampliando la capacità di ascolto dalla quale nascono le proposte da fare al cliente, di esperienze che possano gradualmente avvicinarlo all’atto di tagliare il filo.
Il teatro, ed ogni altro tipo di Arte come la scrittura, la danza, la pittura, il cinema d’autore, la scultura, possono essere quindi un canale per sciogliere il tabù del mondo nascosto dell’anima e dello spirito, vivendolo e concretizzandolo nella realizzazione dell’opera stessa.
Nel teatro e nella danza, ma anche in alcune esperienze tantriche, un risvolto del tabù del mettere a nudo è l’esibizionismo, è necessaria un certa dose di esibizionismo per mostrarsi.
L’esibizionismo può essere per alcuni un tabù. In questo caso è ancora più necessario aumentare la sensibilità verso “il filo”, se non si sente la scossa del filo, si rompe irrispettosamente un confine provocando un’invasione che invece di avvicinare allontana. Mostrarsi può essere invasivo per alcuni e la conseguenza è la separazione dal gioco e quindi da se stessi oltreché dagli altri.
Il risvolto terapeutico dell’ avvicinarsi al tabù del mostrarsi è togliere gradualmente la maschera ed entrare passo dopo passo in comunicazione intima con l’altro, con gli altri, attraverso quella comunicazione che amo chiamare ‘del cuore’,  priva di giudizio e di critica, ricca di accoglienza, trasparente e profonda nell’offrirsi per ciò che si è nel momento.
Il Tantra in particolare, ma, ancora per troppe persone, anche tutto il mondo dell’Arte, inteso come strumento per mettere a nudo e mostrare, è per se stesso un tabù e come tale è tenuto lontano ed è difficile da praticare. Questo è uno dei motivi per cui le persone non amano mettersi in gioco in queste forme e tantomeno se sono associate a un lavoro che implica un movimento psicologico, di maggiore coscienza di sé o che ha a che fare col cambiamento e il ridimensionamento delle proprie strutture interne, in quanto vorrebbe dire sentire la scossa del mettersi a nudo e prendersi la responsabilità di tagliare il filo o meno.
Mi viene in mente Caravaggio, il dipinto su Giuditta e Oloferne … la pittura così cruda del taglio della testa compiuto da una fanciulla esile e delicata verso un uomo scuro e brutale, un’immagine simbolica dell’esperienza densa del  tabù, una visione davanti alla quale ci si ritira per esserne emotivamente troppo scossi, ma al contempo se ne è attratti, un’opera d’arte spaventosa che ci lascia lo spazio ancora più intrigante della bellezza.
E’ la bellezza di un’immagine che nel suo contenuto non dovrebbe averne. Un taglio della testa con coltello tenuto in mano da una bella ed esile donna, sangue che cola e occhi che escono dalle orbite. Se privata del contenuto artistico, non è di per sé una bella immagine. Eppure ne percepiamo bellezza, la bellezza artistica, una pittura forte e perfetta, una luce talmente intensa che rende l’immagine divina, il sacro ed il profano si sposano. Ecco il tabù: ma la nostra mente è costretta a cedere ed a lasciare che lo schema del giusto o sbagliato, del giudizio, si sgretoli davanti a tanta divina bellezza ed inizia ad accogliere,  ad accogliere la possibilità che quasi…anche un omicidio in termini così divini, si possa accettare.
In questo caso l’arte ci aiuta ad avvicinarci al tabù. Il vantaggio è che se mi avvicino a quel limite imparo ad averne a che fare e cioè a scegliere o no di valicarlo. Il limite-filo così non è più tabù, diventa uno strumento nelle mie mani per ampliare ed approfondire le proprie occasioni di relazione.
IL TABU’ DEL SESSO.
Nel Tantra il Tabù può essere doppio. Il tabù del mettere a nudo è associato a quello sessuale poiché la sessualità tantrica mette a nudo.
Al giorno d’oggi avviene che le persone credano di aver superato il tabù perché socialmente si finge una certa liberazione sessuale, si mostra sesso in tv, nelle discoteche, per strada. C’è l’idea di ostentare il valicare del filo, ma è solo ‘un’idea’. Nel concreto l’esperienza  si rivela solo un tentativo di non sentire la scossa e non prendersi la responsabilità del tabù. Non sentire la scossa del tabù del sesso porta a non avvicinarsi veramente. Dentro di noi il sesso rimane una cosa spaventosa, non autentica, un’esperienza non realmente vissuta, non conosciamo cosa è il rispetto della sessualità, poiché non conosciamo veramente la sessualità. Il Tantra aiuta a sentire la scossa del tabù fin dal primo respiro, aiuta a giungere alla scelta personale di abbatterlo o meno, aiuta a rimettere il sesso e la relazione in uno spazio sacro e ad avvicinarsi a quello spazio con il proprio personale  modo di aprirsi.
Nella mia esperienza di conduttrice di gruppi di Tantra ho potuto vedere che il sesso può fare paura nel momento in cui diventa un autentico banco di prova con se stessi. Perché diventi soddisfacente, infatti, richiede di sentire l’anima e metterla a nudo smascherando come siamo dentro, richiede di considerare anche l’anima dell’altro ed accettarla per quel che è.
Per questo motivo siamo portati a negare o ostentare il sesso, ne facciamo poco e di nascosto o lo sbandieriamo per strumentalizzarlo ed esorcizzarne la paura. E’ così che rimane spaventoso, che è spesso fonte di cinico sarcasmo o di battute da cabaret, e ancora viene sentito come “ moralmente impuro”.
Il sesso è “impuro” perché può tirare fuori l’anima, mettere a nudo l’ombra e la sua imperfezione. Il sesso può richiedere di entrare in relazione profonda, con se stessi e con l’altro, scambiarsi gesti fisici di passione o di tenerezza, aggressivi, veloci, lunghi, sofferti, dolci o frugali, ma comunque gesti che esprimono la vita interiore, gesti comunque intimi. Perciò rende ‘fragili’. Ci aiuta a provare piacere tanto da sciogliere le proprie strutture e ricollegarci al cuore.
Nella mia esperienza ho potuto vedere che avvicinarsi al tabù del sesso aiuta a sciogliere i ghiacci della nostra vita, aiuta ad assottigliare l’incomunicabilità fisica ed emotiva, aiuta a sciogliere quel conflitto interno che nasce dal giudizio e dalla convinzione, spesso del tutto inconsapevole, ma proprio per questo ancora più profondamente radicata, che avvicinarsi al sesso e praticarlo significa essere “puttana” o “porco”.
Per una donna lo spessore del filo è ancora maggiore, i retaggi della cultura cattolica vedono la donna come spezzata: o “santa” o puttana” e non le permettono di interessarsi al sesso come veicolo per mettere insieme piacere e spiritualità. Questo ha creato tabù e separazioni dal mondo materiale ovvero dal proprio corpo. Privandola della fiducia nel proprio corpo, la ha appesantita di disfunzioni del sentire e depressioni, con conseguente perdita di autostima e del coraggio di essere autonoma sia economicamente che affettivamente, pur stando in relazione.
Anche se oggi l’emancipazione consente di avvicinarsi maggiormente come donne al mondo sessuale, ed anche al mondo dell’economia e del potere, si ritiene ancora che sia pratica e terreno maschile, proprio perché siamo ancorate ad uno stereotipo sessuale vicino alla cultura maschile pornografica, cioè finto. Anche se da diversi punti di attrazione, se, così come gli uomini, anche le donne sperimentassero la sessualità per conoscere le autentiche qualità dell’incontro come incontro totale di corpo anime e cuori e quanto questo tipo di incontro sia la porta per accedere alla spiritualità più elevata, ne sarebbero forse più attratte degli uomini stessi e la praticherebbero con meno tabù.
Nel Tantra la donna è rappresentata in ogni immagine femminile spirituale sia rabbiosa e aggressiva, sia guerriera, sia estatica, pacificante, acuta, accogliente, feroce, sensuale… tutti i suoi molteplici aspetti sono riuniti nella spiritualità. “…ed è molto liberatorio poter essere religiose senza dover tenere gli occhi bassi e celebrando il nostro essere FEMMINA” Micaela Zadra *2
Per noi donne può significare ammorbidire quella linea di separazione che ci fa sentire divise al nostro interno, sentirsi perciò intere e al contempo facilmente mobili nella molteplicità degli aspetti e personaggi al nostro interno.
Non sentirsi eternamente isolati o insoddisfatti delle relazioni affettive, può significare sperimentare la comprensione verso l’altro, ampliare la coscienza transpersonale e lo spazio del cuore.
NOTE
*1-dagli atti dello stage di supervisione condotto dal Dott. Paolo Quattrini, Campiglia- anno 2007
*2-TANTRA-la via dell’estasi sessuale, Elmar e Micaela Zadra. Mondadori Editore 1999
ALLEGATI – ESPERIENZE
‘LA LOTTA E L’ABBRACCIO’
Vorrei descrivere un semplice rito che si può praticare facilmente e spesso: Il rito de “L’abbraccio in ascolto”
Consiste nell’abbracciarsi in piedi per circa 10 minuti, possibilmente con il contatto di tutto il corpo dai piedi alla testa, compreso bacino e genitali, cercando di sentire cosa accade al nostro corpo quando sente quello dell’altro. Cercando di accorgersi quali parti del corpo sono in contatto e quali no, quando e se arriva la paura e quali sono i pensieri a riguardo, sentire quando e se si apre il desiderio sessuale, accorgersi di ciò che accade alla propria vita emozionale, oppure accorgersi che non succede proprio niente. Si tratta di abbracciarsi, di respirare e domandarsi ‘cosa sento? cosa provo ora? e dove nel corpo?’.
Riporto alcune testimonianze sull’esperienza.
“ Quella mattina era carica di una nottata di frustrazione. Dopo tanti mesi di difficoltà e di litigi anche il sesso che fino allora era stato sempre il nostro luogo di riconciliazione, quella notte non aveva funzionato. Angelo ad un certo punto ha perso l’erezione ed io sono entrata in una delle mie solite fantasie persecutorie in cui il pensiero migliore era: ‘ecco non gli piaccio più, non sono nemmeno più capace di farlo eccitare, devo perdere i kili che ho preso in questo inverno se non voglio che mi tradisca con una ventenne….’ E via avanti così.  Ci siamo addormentati senza trovare un rimedio, ognuno nella sua parte di letto, senza alcun contatto per tutta la notte.
Quella mattina, dopo circa 7 giorni che sperimentavamo l’abbraccio, ho iniziato a respirare più profondamente, forte, un suono mi usciva ad ogni espirazione. Mi sentivo più presente ma anche più emozionata. Non volevo lasciare l’abbraccio, avevo ancora alcuni minuti di tempo. Non volevo nemmeno mettermi a parlare con Angelo, mi avrebbe allontanato dall’esperienza. Sono rimasta lì abbracciata dai piedi alla testa, in piedi, sulla porta della camera. Respiravo e quasi cantavo. Angelo stranamente non si stupiva anzi, anche il suo respiro aumentava. Ad un certo punto il mio suono è diventato grido, ed una rabbia furiosa mi è uscita dalle mani, stringevo le spalle di Angelo e gridavo. Ad un tratto lui mi ha sollevato. Continuava ad abbracciarmi ed ha iniziato ad emettere suoni anche lui ed inoltre si è messo a girare intorno al suo asse con me in braccio. I corpi di entrambi erano saldi e forti, la voce pure.
Abbiamo continuato così per un po’, Angelo cambiava spesso direzione del giro, io ogni volta urlavo di più.
Quando ci siamo fermati, siamo rimasti ancora un minuto in contatto, sentivo i piedi, la vagina, il cuore che pulsavano insieme. Era difficile staccarsi. La rabbia non c’era più, c’era una strana leggerezza ed una vibrazione nel torace
Non so quanti minuti siamo stati lì fermi insieme in ascolto prima di allontanarci, senza né parlare, né ridere.
Alla fine ci siamo guardati negli occhi… e senza proferire parole ci siamo comunicati un amore infinito.
Adesso ogni mattina utilizziamo l’abbraccio come rito di apertura ai litigi. Cioè dopo l’abbraccio ci prendiamo altri 10 minuti prima di uscire per dire reciprocamente tutto quello che non va.
Il fatto è che spesso non abbiamo proprio più niente di cui litigare, il cuore si apre e ci conduce in quello stato di accoglienza reciproca in cui i motivi di litigio perdono molta della loro importanza”.Carla 37 anni, infermiera

“E’ stato un incubo!.. sono capitata proprio con l’uomo del gruppo che mi repelle di più…. Non ce la facevo proprio ad abbracciarlo. Mi sembrava che lui mi stringesse troppo… sentivo il suo odore e non mi piaceva! Pensavo: Dio mio, adesso me ne vado! Ma perché uno deve abbracciare per forza qualcuno che gli fa schifo, perchè??!!’
Sentivo le forme del suo corpo un po’ molli.., le immaginavo sudaticce e pensavo: ‘meno male che almeno siamo vestiti’, mi sembrava di sentire l’odore del suo alito che non mi piaceva proprio… Ma tu dicevi che comunque fosse l’esperienza, sarebbe stato meglio rimanere, provare a stare lì. ‘Che palle! Ma che roba è, che vuol dire stare lì? Perché devo stare lì con uno che proprio è l’opposto del mio tipo?’ E sentivo l’odore del suo alito, non mi piaceva l’odore del suo alito… Ad un certo punto ho realizzato che la sua bocca era diametralmente opposta alla mia, ‘macché odore dell’alito , ma che sto pensando? io tengo la faccia voltata all’esterno, lui pure… questo non è l’odore del suo alito, è il mio!
Ecco che lì qualcosa è cambiato: con l’attenzione un po’ forzata al mio alito…ho iniziato a sentire me stessa, cioè a vivere l’esperienza da dentro il mio corpo, mi sentivo dalla testa ai piedi, sentivo il contatto con l’altro ma lo sentivo sul mio corpo e… mi piaceva! Sentivo le forme diverse dei due corpi ed il calore che emanava dalle parti che si toccavano e mi piaceva!
Mi sono accorta della tensione che avevo nelle spalle, le ho un pochino rilassate e sono riuscita ad appoggiare la testa sulla sua spalla… mi sembrava quasi che ‘il tipo’ fosse diventato accogliente, per bacco! Mi ci stavo quasi rilassando.
Un po’ mi pesa ammetterlo ma è vero che se me ne fossi andata quando volevo non avrei potuto provare il piacere del contatto, ma soprattutto non mi sarei mai accorta che non mi serve a nulla mettermi lì criticare gli altri, mi serve invece sentire me. Il contato con il mio corpo mi fa anche guardare, sentire, toccare e vivere le cose e gli altri in modo differente.’
Ilaria, 50 anni, consulente commerciale
“Non mi succede quasi mai, ma questa volta, già nei primi secondi ho avuto un’erezione. Dovevo rimanere abbracciato per 10 minuti ed ero già eccitato. E poi non volevo che lei se ne accorgesse, ma il piacere aumentava, avrei voluto strusciarmi al suo corpo, ma non ne avevo il coraggio. Nel frattempo pensavo che dopo le avrei chiesto di passare la serata con me, che avrei voluto farci l’amore. Cominciavo anche a sentire bene le sue tette. Insomma i pensieri hanno preso il sopravvento, non ero più lì a sentire l’abbraccio, l’eccitazione, il piacere e quant’altro. Pensavo a dopo.
Pensavo al sesso che avrei fatto dopo.
Pensavo a dopo, dopo.
E poi pensavo anche , ma se lei non vuole?
E l’erezione diminuiva un po’, poi però sentivo le tette e allora ricominciava.
Non me ne fregava niente dell’abbraccio, volevo che finisse e penetrarla subito.
Ora mi manca un po’ l’abbraccio, cioè è un’esperienza rara. Quando mai si sta 10 minuti ad abbracciarsi?
E adesso mi accorgo che ho perso quel treno solo perché pensavo a qualcosa che se volevo forse avrei potuto avere lo stesso o almeno provare ad avere, senza per forza distrarmi dall’abbraccio a causa dei pensieri vorticosi sull’eccitazione che avevo. Mi sarebbe piaciuto rimanere eccitato, ma in ascolto, lì abbracciati. Non pensare, sentire l’ eccitazione e godermi l’abbraccio e basta. Senza andare con la mente sempre oltre. Poi in un oltre che veramente non c’era.
C’era l’abbraccio… e me lo sono fatto scappare.”
Andrea, 43 anni, ingegnere
“…ancora non mi spiego cosa mi sia successo ieri in quell’abbraccio…quella commozione, quelle lacrime hanno sciolto qualcosa… spero che sia l’inizio di un nuovo percorso per me… l’importante è che sia successo”
Giuseppe, 46 anni, massaggiatore 

Il gelo proprio, non succedeva nulla , quella mattina non sentivo niente. Non mi sembrava nemmeno di stare col mio compagno. Lo abbracciavo con la netta sensazione che non lo amavo, sentivo il cuore chiuso ed una spiacevole sensazione di lontananza, contavo i minuti per arrivare alla fine del rito. Pensavo agli impegni della giornata. L’esperienza raggiunta nella vita però non mi permetteva di subire e basta. Allora mi sono imposta di non pensare al tempo, ho accettato il tempo, non ho più guardato l’orologio, e sono rientrata ad ascoltare il freddo che provavo. Ho accettato che quel giorno era semplicemente così quell’abbraccio. Distante e freddo.
Alla fine ho guardato Gianni e gli ho detto: ‘amato mio, dobbiamo riprendere a divertirci insieme. Durante la giornata pensiamo cosa veramente vorremmo fare per divertirci e stasera ne parliamo’
Non so come mi siano uscite quelle parole. Ma era veramente quello di cui avevamo bisogno.
Anna, 56 anni, pensionata

Questo rito è facilmente praticabile in associazione ad un altro che si chiama ‘La lotta del corpo emotivo’.
Si tratta di prendersi le mani vicendevolmente, in posizione frontale secondo l’immagine che riporto qui 

 , tenere i piedi ben radicati a terra, con le gambe aperte e le ginocchia non rigide. Guardandosi negli occhi il più possibile.
Questo rito può essere molto utile sperimentarlo nel caso di litigi, di rancore accumulato, di quella rabbia che non trova pace nelle parole corrispondenti alla razionalizzazione del problema.
Mi collego con le emozioni forti che provo, la rabbia o il dolore e le sento nelle gambe fino a trasportarle nelle mani. Insieme al partner, senza parlare, metto l’emozione nella forza fisica e la lascio esprimere nel corpo, nella spinta reciproca delle mani e nei suoni. Gridiamo se necessario e spingiamo, dando ‘corpo e suono’ al rancore, al blocco, alla rabbia, al dolore, Può essere che questo sentire trovi una direzione nella forza fisica e nella pressione delle mani, e che una volta percorsa questa strada non abbia più necessità di opprimere corpo e cuore e di conseguenza riversarsi nella relazione con l’altro. Finita questa esperienza si prova ad unire il rito dell’abbraccio, prendendo tutto il tempo necessario, senza perdere l’ascolto e la connessione con l’esperienza, cioè sentendo passo per passo e attimo dopo attimo come entrare in abbraccio in maniera autentica per poter vivere l’esperienza come nasce nel qui e ora. Come anche le testimonianze spiegano abbastanza chiaramente.
Sperimentare spesso la ritualità della lotta e dell’abbraccio, può voler dire avvicinarsi al tabù, percepire il limite che esso pone alla relazione, alla sfera affettiva e al piacere erotico, scegliere consapevolmente di valicare il filo elettrico o meno. Può aiutare ad avvicinarsi alla sensazione che nasce nel cavalcare con presenza le energie e lasciarle scorrere fino ad ampliare quegli spazi interni dove il cuore si apre.

 

La formazione e il processo di appartenenza al gruppo. L’esperienza artistica come co-creazione

Maria Grazia Cecchini*
Guanluca Taddei**

Atmos – artiterapeutiche
Centro di ricerca e formazione
Roma

Pubblicato sul numero 16 di Formazione IN Psicoterapia, Counselling, Fenomenologia

 

Quali peculiarità ha, oggi, la formazione in Gestalt? Perché e a che scopo l’esperienza artistica può entrarne a far parte? Quali percorsi può avere oggi una formazione in Gestalt?
Una prima, necessaria riflessione riguarda il modello formativo-pedagogico, che non può essere, per la natura stessa della Gestalt, quello trasmissivo1, ma che richiede un coinvolgimento diretto nell’esperienza formativa, il ricorso ad una prassi osservativa attiva, il riferimento a modelli (nel senso attribuitogli da Bandura2), l’utilizzo degli elementi intrapsichici e di quelli relazionali di studenti e formatori come materia prima per lo sviluppo di competenze e abilità di counselling e psicoterapia, o comunque di sostegno e aiuto alla persona.
Com’è noto, una Gestalt viva3 non si fonda, nel suo apprendimento, su una teoria resa solida da un lungo e profondo percorso epistemologico come quello, ad esempio, della psicoanalisi, perché assai diverse ne sono le premesse. Questo elemento che può essere considerato un aspetto di debolezza è, almeno in parte, giustificato dall’approccio nel contempo pragmatico e spirituale della Gestalt, che considera ogni persona come irriducibile ad una teoria onnicomprensiva e ritiene la terapia non un intervento “riabilitativo” ma un processo di auto-conoscena e liberazione.

Sintetizzando, tre sono i pilastri su cui poggia la formazione in Gestalt: 1) la formazione professionale non può che essere una formazione personale; 2) ogni processo di conoscenza è anche e soprattutto un processo esperienziale; 3) l’elezione per la formazione in gruppo, quale luogo d’incontro dialogico.
Sin dalla loro nascita è stata sempre prerogativa delle Scuole di Gestalt non dividere la dimensione terapeutica da quella formativa, distaccandosi così dagli altri modelli. Questa praxis formativa ha in sé efficacia e ricchezza, ma è anche una metodologia complessa su cui oggi, dopo anni di esperienza, possiamo forse riflettere utilizzando più punti di vista.
Quello che vogliamo proporre qui è uno sguardo su una dimensione fondamentale che riguarda il gruppo: il processo di appartenenza degli allievi ad esso, e il suo essere strettamente connesso al processo di apprendimento.

Il mondo delle persone prende corpo a poco a poco all’interno del campo relazionale4 che si viene configurando nell’interazione in atto, anch’essa irripetibile. La conoscenza è attiva, nel senso che, poiché avviene all’interno di un processo, è in grado di produrre importanti “spostamenti” (concetto meno impegnativo rispetto a quello di “cambiamento” o “trasformazione”) per il solo fatto di avvenire. Se allarghiamo tutto ciò a livello di gruppo, è facile immaginare come questo processo sia ancora più imponente; se poi aggiungiamo anche l’esperienza artistica, eccoci nell’occhio di un vero e proprio “ciclone evolutivo”, il che, evidentemente, richiede una qualche specifica attrezzatura.
Tra le molteplici modellizzazioni relative ai gruppi, due sono particolarmente pertinenti al discorso che stiamo sviluppando: quella di Lewin e quella di Bion. La prima si impone per i riferimenti cui lo stesso Perls, anche involontariamente, fa ricorso; la seconda semplicemente per l’importanza che non ha mai smesso di avere per ogni indagine che tenti di avvicinarsi seriamente al tema dello sviluppo e della gestione di un gruppo. Un terzo riferimento è contenuto nel titolo del nostro scritto, ed è quello al costruzionismo, che del resto è un anello di congiunzione tra molteplici approcci, dalla terapia sistemico – relazionale alla programmazione neurolinguistica fino al modello fenomenologico esistenziale.
Lewin (1979) affermò con chiarezza che il gruppo è più della somma delle sue parti. E’ una totalità dinamica, i cui membri sono in stretta interdipendenza e in cui il cambiamento che avviene in uno degli elementi interessa tutti gli altri componenti. Ogni gruppo sviluppa un sentimento del “noi” che indica il grado di appartenenza delle parti all’insieme; ha una sua soggettività, una struttura, una fisiologia ed una patologia, proprie e diverse da quelle delle sue singole parti. La leadership, in questa visione, è un “movimento” del gruppo verso la soddisfazione del proprio bisogno principale. La coesione interna ad un gruppo può essere così forte da elicitare negli individui il bisogno di rimanere in sintonia con il gruppo di appartenenza (i famosi esperimenti di Asch5 sul conformismo nei gruppi e l’influenza sociale confermarono in pieno questo assunto). Cosicché, diviene più facile abbandonare una convinzione per un’altra se si percepisce che anche il gruppo è disposto a farlo.
Bion6, com’è noto, si muove all’interno di una cornice psicodinamica. Fondamentale per tutto il successivo sviluppo relativo alle dinamiche di gruppo è l’affermazione, frutto dei numerosissimi lavori compiuti al Tavistock Institute, secondo la quale all’interno di un gruppo ne operano in realtà due: il gruppo di lavoro e il gruppo che agisce secondo un “assunto di base”: bisogni di dipendenza, attacco/fuga o isolamento. Riprenderemo questa formulazione in seguito.
Per quanto riguarda, infine, il costruzionismo, di cui non è facile rintracciare con precisione origini e sviluppo (tra i suoi esponenti, se così si può dire, occorre ricordare Maturana, Varela e Bruner) basterà ricordare come esso trasformi profondamente il punto di vista sulla conoscenza, che viene considerata come un processo essenzialmente interiore e soggettivo che nasce dall’esperienza personale di ognuno. L’organizzazione cognitiva delle nostre esperienze costituisce così il mondo nel quale viviamo, che è, per questo motivo, soggettivo. Co-costruire significa dunque organizzare insieme ad altri la conoscenza riferita ad una certa esperienza, e quindi il suo valore di realtà intersoggettiva è il frutto di continue negoziazioni all’interno del gruppo. Contenuti, metodi, processi, dinamiche sono i quattro livelli che caratterizzano, dal livello più superficiale a quello più profondo, la struttura di un gruppo. Questi quattro livelli vanno sempre tenuti presenti nel momento in cui si propone una determinata esperienza ad un gruppo in formazione.
In un lavoro di gruppo ad espressione artistica (ci riferiremo in particolare ad esperienze musicali e/o teatrali) applicare un’ottica costruzionistica e gestaltica significa “riconvertire” i quattro livelli in una forma appunto artistica. Quest’ultima, a sua volta, facilita ed accelera il processo di appartenenza.
La descrizione che segue, fatta da una partecipante ad un laboratorio musicale gestaltico, è illuminante riguardo alla aspettative, al desiderio precoce di appartenenza, agli assunti di base e alle forze in azione nel gruppo:
“Il primo giorno per me di laboratorio musicale. Siamo impacciati ma veniamo accolti dal gruppo pre-esistente con una musica di ben-venuti. S’inizia così, un po’ conoscendosi attraverso le emozioni che ci provocano i suoni degli strumenti, anzi, ancora prima attraverso la scelta degli strumenti. Iniziamo. Invece di parlare, di presentarci, ci suoniamo, il nostro biglietto da visita diventa un suono, dei suoni”. 
In questa descrizione il tema dell’accettazione è presente da subito, e a partire da esso si riverberano le emozioni, lo stupore, la sorpresa: conoscere i suoni per conoscersi, questo è il primo grande rito di accettazione. La nuova arrivata viene scelta per improvvisare a turno con tutti, a volte si va forte, a volte piano, il batticuore della reciproca conoscenza attraverso i suoni, che apparentemente proteggono ma che in realtà mettono più a nudo, cogliendo impreparati i nuovi ma anche i vecchi partecipanti, che si relazionano con modalità, tempi e modi non abituali.

Poi vengo scelta per suonare a turno con ognuno dei componenti. Inizia un duetto, di volta in volta, di come l’altro ci vede e di come noi lo vediamo. Insieme. Si usano suoni, rumori, con gli strumenti, con la voce. A volta si va forte, a volte piano…”
“R. l’avevo sentita suonare, prima che suonasse con me, e avevo capito che a lei spettava l’ultima battuta… l’ho lasciata fare, l’ho lasciata parlare per ultima, perché sentivo che non avrebbe mollato. Era giusto così. Ho giocato. Poi il gruppo ha di rimando rappresentato me attraverso i suoni … Ho sentito tutte le parti di me, quello che sono, quello che ero e quello che voglio essere…”
L’incontro con l’altro richiede intuizione, e si gioca tutto sulle aspettative e sulla decisione di non deluderle. Il gruppo, o meglio la sua produzione sonora, viene poi vissuto come luogo ideale di proiezione del sé e di amplificazione emotiva, sempre in modo proiettivo:
“Il ritmo vocale, calmo, pacato mi riporta al mio filo, alla mia strada oggi… la strada da percorrere che sta li, la mia…. Gli altri erano la mia paura, la mia emozione, il mio lato triste… e poi il mio lato allegro, forte, aperto, curioso”.

E infine l’azione sonora viene portata alle estreme conseguenze, e si apre uno spazio nuovo in cui entra chi vuole:
Ho suonato forte quella sera, fortissimo… volevo esserci, ho deciso di farmi sentire…Volevo sentire il mio rumore, cosa succede quando si alza il tono, la voce…. la maggior parte delle persone mi ha lasciato fare… ha lasciato che io suonassi forte suonando forte a loro volta. Qualcuno è stato al gioco, qualcun altro no. I. è entrata proponendo il battito del cuore. Ecco, questo volevo, il cuore, il sangue, il battito sanguigno della vita che scorre, scorre di fretta, irrompe in ogni piccola parte che trova. Ma è vita! Poi io batto forte, forte, forte perché è vita anche la mia…”
L’ingresso di un nuovo elemento ha sollecitato una nuova dimensione sonora, e altre strategie comunicative, sviluppate lungo l’asse accettazione/non accettazione. Dietro il compito “improvvisa con suoni e voci” sono in azione sottili dinamiche che riguardano l’integrazione (“volevo esserci”), l’affermazione di sé (“ho deciso di farmi sentire”) e della propria vitalità (“il battito sanguigno della vita che scorre”); queste dinamiche trovano spazio e rielaborazione attraverso l’espressione sonora, che in tempo reale le concretizza e le rende manifeste.
La co-costruzione diventa co-creazione: dinamiche sonore di forte volume sostituiscono sonorità più moderate; la pulsazione perentoria di un tamburo diventa la pulsazione ritmica di riferimento di tutto il gruppo, e per alcuni la pulsazione della vita stessa. La durata stessa dell’improvvisazione si dilata per comprendere tutti i movimenti dinamici e ritmici che si sviluppano, dalla varietà all’isoritmia. I partecipanti adeguano le loro capacità strumentali per quanto possibile, forzando se stessi, le loro voci, gli strumenti, a fini espressivi sempre più accesi.

Utilizzeremo a questo punto un altro esempio, più legato al teatro, per mostrare con chiarezza la forza dello sviluppo del senso di appartenenza.
“Editing Edipo” (in origine Edipo Re) è un lavoro aperto, in origine non teatrale, ma musicale e laboratoriale, attualmente ancora in corso d’opera e, tra una replica e l’altra, suscettibile di nuovi adattamenti (un editing permanente). La componente teatrale è frutto di un successivo sviluppo, durante il quale i partecipanti al laboratorio hanno deciso di condensare in una struttura narrativa (ancorché aperta e fluida) i materiali, prevalentemente improvvisativi, emersi nel corso di quasi un anno di lavoro, rendendo Editing Edipo propriamente un’azione scenica, in cui suoni e gesti prevalgono sulle parole.
E’ importante identificare i partecipanti al progetto, ovvero i fruitori, in prima istanza, del laboratorio svolto presso l’Associazione “Atmos-artiterapeutiche”: persone in formazione nei corsi di counselling, tirocinanti del corso di musicoterapia del Conservatorio dell’Aquila e della scuola di Assisi, tirocinanti della facoltà di Psicologia dell’Università La Sapienza, altri partecipanti desiderosi di esplorare le loro capacità musicali e relazionali. Un contesto misto, in cui coesistono istanze formative e personali.
Nessuno è attore, soltanto due persone hanno seguito o seguono corsi di teatro. Proprio le differenti provenienze e capacità hanno orientato il lavoro verso un’esplorazione ed una ricerca interiore sempre più profonda. Ma ricerca di cosa? A che scopo? Ebbene, degli aspetti estetici ed etici personali, a partire dall’esistente, da una sua esatta rilevazione (cosa so fare/non so fare, cosa mi piace/non mi piace di me e di ciò che faccio) per raggiungere consapevolmente un altro stato, un altro modo di essere, transitorio o più duraturo, centrato sul cosa voglio e sul cosa faccio per ottenerlo. Una ricerca che si è occupata in altre parole della transizione da uno stato più o meno accettabile ad uno desiderato, attraversando la categoria brentaniana7 dell’intenzionalità e quella husserliana dell’epochè,8 del non giudizio. Così, il primo passo è stato dare uno spessore fenomenologico al proprio personaggio; per farlo, ognuno ha dato suono (letteralmente) agli aspetti emozionali, di volta in volta articolati su spunti tematici dapprima più generali e poi sempre più particolari e specifici per ognuno.
Riportiamo anche in questo caso il commento di una partecipante, riferito ad un momento di prove “libere”, ancora non strettamente collegate allo spettacolo.
“ Suono dello jambè. In questa esperienza il mio movimento era rapido, veloce, improvviso e privo di finalità… mi piaceva molto andare a sbattere contro gli altri, li cercavo, avevo piacere nell’urtarli e se nei miei movimenti non incontravo nessuno un poco mi sentivo persa, quasi senza finalità… 
Quando abbiamo cominciato ad aggiungere l’utilizzo della voce al movimento tale espressione anticipata appariva più completa, più armonica… Mi capita sempre in queste esperienze di aspettare che qualcuno inizi. Credo che ciò accada non tanto per timidezza o inibizione ma perchè nella coralità acquisisco forza, perchè in quello che già c’è riesco a trovare un modo per inserirmi sentendo di essere parte di qualcosa di preesistente”.
E’ evidente come il sentirsi parte di qualcosa sia vissuto da questa persona come gratificante, con un senso di entrare in un insieme trascendente e proprio per questo capace di evocare suggestioni ed emozioni che diventeranno poi il materiale stesso dello spettacolo.
L’ultimo tocco è quello che testimonia il senso di appartenenza, che esterna al pubblico gli esiti del processo, ovvero la rappresentazione dello spettacolo. Ebbene, le ormai numerosissime repliche, effettuate in tutta Italia grazie all’impegno dei partecipanti (residenti da Napoli a Padova), con un’adesione costante salvo cause di forza maggiore anche a fronte di cachet neppure sufficienti a ripagare le spese; l’impegno assiduo nel continuare a rielaborare lo spettacolo per renderlo sempre vivo e attuale; la voglia di continuare a confrontarsi con nuove persone di volta in volta sopraggiunte; la richiesta di costruire un nuovo spettacolo a partire dalle stesse premesse di elaborazione comune, segnalano gli effetti di un sentirsi gruppo, nel gruppo, percepito come un insieme capace di sintetizzare profondamente tutte le istanze provenienti dai singoli membri.

Appare evidente come l’esperienza artistica, lavorando ad un livello preverbale e sensoriale-emotivo nel qui e ora  favorisca l’attaccamento al gruppo; le esperienze condivise costruiscono una storia intersoggettiva, fondante di un senso di intimità e di identità gruppale. Questo rende possibile il mantenimento del gruppo, la condivisione di significati e quindi l’appartenenza.
E’ solo l’appartenenza che restituirà a ogni individuo e al gruppo la base sicura per superare l’angoscia dell’isolamento e la paura di non farcela, potrà evolversi, funzionare e differenziarsi.
Da qui si potrà costruire la capacità riflessiva e un sistema di valori.

Ora ritorniamo allo specifico di un gruppo di formazione in Gestalt. 
Il gruppo di formazione è un gruppo tipico, che accompagna gli individui sin dalle più precoci fasi di socializzazione, ed ha come evidente riferimento la scuola. Caratteristica dei gruppi scolastici, è che non si scelgono, e sono obbligatori; il senso di appartenenza qui è tutto da creare. Chi decide di formarsi in Gestalt, evidentemente, opera invece una scelta che sin dall’inizio configura un senso di appartenenza in qualche modo scontato, come tra chi ha deciso di intraprendere un percorso comune, e si aspetta di incontrare dei simili. Ma in realtà si tratta di un’idea effimera: lo sviluppo del gruppo si incarica di rivelare le differenti esigenze e aspettative, i diversi investimenti, i vari modi di porsi nella formazione, e così via. In questo caso, l’appartenenza è una ricerca, un punto di arrivo, non tanto una demarcazione tra ingroup e outgroup9 quanto una valorizzazione del sé attraverso la valorizzazione del gruppo, il mostrarsi capaci di condividere un percorso, di esserne protagonisti.

Diciamo che entrare in una scuola di formazione tutt’al più indica un livello di motivazione professionale genericamente inteso e scegliere la Terapia della Gestalt indica un orientamento culturale, che ovviamente è interconnesso con l’esperienza personale. Ma se parliamo di appartenenza dobbiamo appunto vederla come processo individuale all’interno delle relazioni con il gruppo di pari, con il corpo docente e infine come aderenza (soggettivamente vissuta ed elaborata) a ciò che l’Istituto intende per Gestalt e ciò che l’allievo ha personalmente elaborato nel corso della sua formazione. Un processo relazionale strettamente parallelo e interconnesso con quello individuale, per cui solo un processo di differenziazione del sé permette una scelta reale. Si può scegliere se ci si può separare. Per un allievo in formazione vuol dire concretamente passare dall’aspettativa di apprendere un modello per poter identificarsi con questo – “sono un terapeuta” se so fare - ad essere nel fare e nel sapere.

Traslando metodi ed attitudini della conduzione di un gruppo terapeutico a quello di formazione, il formatore esplicitamente promuove il dialogo e la trasparenza; implicitamente le osservazioni e gli interventi sono a molti livelli a seconda della formazione del formatore e, ovviamente, del suo livello di coscienza.

Ma i livelli impliciti sono sempre interessanti da esplicitare e forse possono diventare un ulteriore patrimonio formativo.
Cerchiamo qui di rendere espliciti i nostri personali impliciti.

Ci sembra che rispetto alle relazioni con il gruppo di pari, la Terapia della Gestalt abbia segnato un metodo culturale e pedagogico, che spesso è stato maldigerito dal mondo accademico, ma che a noi è caro non solo per la grande risonanza sul piano terapeutico ma per un aspetto affettivo che permette alle persone di instaurare, in un luogo di apprendimento, relazioni che fanno da cassa di risonanza alla sua crescita e al suo processo di differenziazione e che funzionano da “elemento di contagio” – come lo definisce C. Naranjo – all’ampliamento stesso della coscienza.

Vogliamo qui sottolineare l’aspetto “affettivo”, che nei luoghi accademici fuori della Gestalt sembra quasi un tabù menzionare o, ancora peggio, uno scandalo che sia annoverato tra gli elementi “formativi” (pur ovviamente lavorando tutti su questo aspetto).

Grazie al fatto di non aver tenuto separati né spazialmente né temporalmente la dimensione terapeutica personale e la dimensione di apprendimento, per gli allievi delle scuole di Gestalt è pane quotidiano elaborare i propri processi identificativi e proiettivi all’interno del gruppo; l’accento inoltre sull’esperienza emotiva tipico della Gestalt fa sì che tali processi siano dal primo giorno di forte intensità. Ovviamente altrettanto intensi sono i meccanismi di difesa attivati, che per il formatore/terapeuta gestaltico sono però materiale prezioso di lavoro e anche di “visione diagnostica” dell’allievo. Questo fa sì che ben presto l’allievo può confrontarsi con le sue rappresentazioni dell’altro e connetterle con la qualità psichica delle sue relazioni primarie, i suoi stili di attaccamento, o le sue funzioni all’interno del sistema-gruppo-famiglia di origine.
Stiamo parlando di un processo lungo di auto-conoscenza e di presa di coscienza sempre più profonda della relazione Io-Tu.
Possiamo chiamarlo un “processo di pulizia” che facilità un passaggio importante: da una modalità relazionale automatica e appresa lungo la sua storia al fine di salvaguardare narcisisticamente il suo senso di appartenenza e il suo senso di identità, può passare a un “esserci nella relazione” autentico, dove il processo di identità è un processo di reale individuazione. L’allievo si vede, volente o nolente, impegnato nel qui e ora del gruppo a rivedere i suoi movimenti difensivi rispetto all’altro, a confrontarsi con le sue difficoltà di autonomia rispetto all’altro e sulla falsa immagine di sé che illusoriamente gli dava la sicurezza di esistere con e per l’altro.
Questo processo di crescita psicologica non è disgiunto dall’esperienza amorosa. Insomma si impara ad amare l’altro, si impara a riconoscere l’amore dell’altro.
Il gruppo di formazione diventa una comunità dentro e fuori delle ore istituzionali formative.
L’ampliamento della capacità amorosa, con tutte le sue componenti di rispetto, riconoscimento, accudimento, è la cornice dentro la quale tutto l’apprendimento e le competenze terapeutiche sono contenute. Costituisce la qualità gestaltica dell’essere terapeuta che va oltre la capacità di elaborazione di esperienze e processi psichici, dà un valore oltre all’essere un professionista della relazione d’aiuto in quanto permette al paziente di aprire una porta autentica alla dimensione spirituale.

Fin qui abbiamo semplicemente esplicitato una esperienza comune.

Ma chi è il formatore? Quale il suo ruolo in questo processo?

Se lo vedessimo solo come terapeuta/formatore cadremmo in una lettura non gestaltica dell’esperto fuori da ogni gioco, se lo vedessimo come partecipante del gruppo non terremmo conto del suo ruolo. Per chiarire riportiamo alcune affermazioni di Martin Buber estrapolate dal Dialogo tra Carl Rogers e Martin Burber sulla relazione terapeutica:

Lei (Rogers-terapeuta) è importante per lui (paziente), dal primo momento in cui lui viene da lei, lui è coinvolto nella sua vita, nei suoi pensieri, nel suo essere, nelle sue comunicazioni e così via. Ma non è interessato a lei come lei, come persona. Questo non può essere. Lei è interessato, l’ha detto e ha ragione, a lui come questa specifica persona. Questa sorta di distaccata presenza lui non può averla né offrirla. 
(…) 
Quando lei fa qualcosa per lui, può sentire se stesso toccato da ciò che sta facendo per lui. Lui non può, assolutamente, fare la stessa cosa. Lei è, nello stesso tempo, al suo posto e a quello dell’altro. Qui e lì o, per meglio dire, lì e qui. Dove è lui e dove è lei. Lui non può essere altro che dove è. E questo lei desidera, anzi, non solo desidera ma vuole. (…) Lei è capace di fare qualcosa che lui non è capace di fare. Voi non siete uguali e non potete esserlo. Lei ha un grande compito, auto- imposto, il compito di integrare, di completare, i suoi bisogni e di farlo molto più che in una normale situazione. Ma, naturalmente, ci sono dei limiti e certamente nella sua esperienza come terapeuta, come persona che cura o che aiuta a guarire, lei deve toccare molto spesso questi limiti alla “semplice umanità”. 10

Vogliamo ampliare qui la frase di Buber espandendo l’osservazione al formatore nella relazione con l’allievo e il gruppo allievi.
Lei (Rogers-terapeuta) è importante per lui (paziente), dal primo momento in cui lui viene da lei, lui è coinvolto nella sua vita, nei suoi pensieri, nel suo essere, nelle sue comunicazioni e così via. Ma non è interessato a lei come lei, come persona”.
Sicuramente, come il paziente, l’allievo non è interessato al formatore in quanto persona nel senso specificato da Buber, cioè non si pone certo esplicitamente nella posizione di aiutare o istruire il formatore, non sta a chiedersi se il formatore è in ansia, se ce la fa o non ce la fa.
Ma implicitamente?
Si, implicitamente l’allievo è fortemente interessato al formatore/terapeuta se consideriamo tutte le identificazioni e proiezioni che l’allievo mette in moto rispetto a una figura “generazionalmente” importante e a tutte le attribuzioni consapevoli e non di cui lo investe. Tutti i bisogni di riconoscimento narcisistico a maggior ragione trovano in questa relazione un’intensità preponderante e scatenante antiche frustrazioni, aspettative e bisogni primari di riconoscimento e accudimento.

Stern, quando descrive il processo evolutivo del bambino,11 descrive varie fasi attraverso cui il bambino costruisce il senso di sé.
Nella fase de sé emergente il bambino dimostra un’inattività vigile e ricerca stimolazioni sensoriali; la madre svolge una sorta di regolazione fisiologica che permette al bambino, tra l’altro, di sperimentare il processo di emergenza di un’organizzazione, non solo il risultato, cioè l’apprendimento, che porterà a un primo nucleo del sé (il sé emergente). Il conoscere è una co-creazione nella relazione primaria, i processi cognitivi ed affettivi non sono separati.
Se immaginiamo un gruppo di formazione che inizia il suo percorso come un sistema-organismo alla sua nascita, e se colleghiamo questa osservazione al già citato concetto di Bion12 di assunti di base del gruppo, ci appare chiaro come la motivazione di partenza degli allievi (prepararsi ad una professione) è strettamente connotata dall’interferenza di bisogni primari riattivati.
Il gruppo, come il bambino, è in una fase di inattività e cerca nel suo formatore quella funzione psicologica che gli permetta di sperimentare il suo funzionamento e che, svolgendo per lui alcuni compiti, gli permetta appunto l’apprendimento. Gli assunti di base (dipendenza, attacco/fuga, isolamento) sono le fantasie inconsce che spingono il gruppo a comportarsi “come se”, cioè non più in relazione al compito. Gli assunti di base, ancorché di ostacolo al compito (“il gruppo si rifiuta di apprendere dall’esperienza”) sono fondamentali nel comprendere il ciclo di sviluppo di un gruppo.
Soprattutto ci aiutano a comprendere alcune forme di passività, come la richiesta di integrazioni già elaborate, di risposte precostituite, di apprendimento delle tecniche o la resistenza a impegni cognitivi, come se l’allievo si aspettasse dal formatore un nutrimento “già pronto”, che non solo lo solleverebbe dal confronto con incapacità personali ma soprattutto lo tranquillizzerebbe rispetto all’essere accudito, visto, accompagnato, rassicurato. L’allievo si aspetta di trovare lì un contenimento all’ansia derivante dalla costruzione della sua identità professionale.
Gli assunti di base di Bion ci aiutano anche a capire le rivalità tra i pari che, messe in relazione con il formatore, potrebbero essere lette come conflitti di gelosia fraterna per incontrare un luogo sicuro nella relazione genitoriale o riattivazioni di funzioni familiari (essere il figlio prediletto per rassicurarsi rispetto alla relazione materna, adempiere alla proiezione materna del figlio che riempirà il vuoto della relazione coniugale, o il maschio migliore che garantirà vecchie eredità transgenerazionali, o il figlio a cui vengono attribuite capacità di realizzazione non risolte nella madre o nel padre, etc).
Allora vedremo che nel gruppo ci sarà chi nella relazione con il formatore, si adatta, chi lo mette alla prova, chi si ribella, chi lo protegge, ripetendo così stili di attaccamento e funzioni rintracciabili nelle famiglie d’origine che ritrovano vita ed energia nella relazione triangolare formatore-fratelli.
La definizione di “gruppo di lavoro” (Bion) entra così in conflitto con gli assunti base. L’essere nel fare richiede una ribaltamento dell’illusorio convincimento che il saper fare possa colmare la dimensione esistenziale dell’essere, richiede una sospensione: entrare in un vuoto dove le vecchie definizioni di sé (parziali) non sostengono più la rappresentazione di sé-terapeuta.
L’allievo ha bisogno di costruire l’appartenenza proprio per poter contenere questa ansia su di sé e sul suo futuro; questa è la fase in cui ha bisogno di credere negli altri, in ciò che si è proposto come finalità, nel contenitore/scuola in cui si trova, e per questo è disposto ad usare qualsiasi strategia, ancora di più se nel gruppo ci sono difficoltà a esplicitare disagi o a integrare elementi dissonanti.

Come terapeuti della Gestalt è proprio su questo conflitto che lavoriamo, ed è proprio la polarità tra dipendenza dai bisogni infantili irrisolti e autosostegno che ci permette di formare autenticamente i futuri terapeuti.

Nel proseguo del processo di individuazione l’allievo troverà un senso sempre più integrato del suo sé professionale proprio grazie al qui e ora del gruppo che gli permette nella relazione con i pari e con il conduttore l’elaborazione dei processi “aperti” della storia delle sue relazioni affettive.

Ritornando a Stern, il bambino intorno ai 9 mesi si accorge di avere una mente! È in grado di condividere l’esperienza soggettiva, entra in una coscienza nucleare dell’intersoggettività (l’altro è separato da lui).
Si possono condividere le esperienze proprio perché si comincia a rappresentarsi separati dall’altro e a rappresentarsi l’altro come separato da sé.
È come se dicessimo che a questo punto il gruppo potrebbe non avere più bisogno di adesioni “a priori” o di capri-espiatori che manifestano la diffidenza o il disagio implicito di tutti.

Per inciso, forse proprio in questa fase avrebbe senso chiedersi come formatori se ha valore terapeutico e formativo una esplicitazione (o comunque una presa di decisioni) rispetto a chi si considera non adatto (almeno per ora) a proseguire il processo di formazione.

Sempre secondo Stern, la fase di completamento di questa fase dello sviluppo la si può collocare intorno ai 18 mesi, quando è stabile una rappresentazione di sé come entità oggettiva che può essere vista dall’esterno (oltre che come esperienza soggettiva).

Potremmo azzardare nel dire, quindi, che a un anno e mezzo di formazione (ammesso che tutti abbiano adeguatamente lavorato) il gruppo fa il passaggio a gruppo di lavoro, riorientando i suoi obiettivi sulla base di un sistema motivazionale intersoggettivo. Finalmente gli allievi sono allievi, recuperano la motivazione professionale e hanno chiaro il confine tra bisogno infantile di dipendenza e identità professionale. Avendo co-costruito una storia comune e condiviso le rappresentazioni soggettive posso co-creare una nuova opera artistica: esserci con la coscienza, nei confini formali dello spazio e del tempo della professione.

Ovviamente un altro tema da sviluppare, ma lo rimandiamo ad altra sede, sono i processi di reciproca identificazione tra formatore e gruppo. Come agiscono le aspettative del formatore, le proiezioni sul gruppo e sui singoli, il bisogno narcisistico di essere confermato come “buon formatore”, o il migliore di tutti, il suo senso di appartenenza al gruppo formatori della Scuola e la sua chiarezza sulla definizione di Terapeuta della Gestalt?
Insomma si tratta della distaccata presenza accennata da Buber.

Una complicazione sorge, a nostro avviso, quando differenti formatori agiscono sullo stesso gruppo di studenti.
Come dirigono gli allievi i loro processi identificativi e proiettivi?
La presenza di più figure di riferimento facilita il processo di apprendimento? Accelera o rallenta l’esplicitazione di processi relazionali e affettivi impliciti, e quindi l’elaborazione dei processi psichici?
Sono domande che proponiamo per stimolare una riflessione e affinché coesistano differenti punti di vista di uno stesso fenomeno.

La nostra esperienza nell’ambito della formazione ci fa ritenere che più il gruppo formatori è consapevole dell’implicito nelle proprie relazioni e riesce a sostenere una comunicazione esplicita, più il gruppo allievi si sentirà a sua volta contenuto nella formazione personale/professionale.
Più i formatori hanno “carichi pendenti” rispetto alle relazioni della loro storia affettiva più gli alunni troveranno spazi per dividere/unire. Lì dove un figlio assume in sé l’onere di separare e unire, il narcisismo sarà duro a morire!
Se, come tutti crediamo, il livello cognitivo è strettamente collegato a quello affettivo-emozionale, possiamo dire che il livello di formazione dei nostri studenti non solo dipende, ovviamente, dai livelli di competenza propri e dei suoi formatori, ma ha a che fare pienamente con i processi individuali di crescita e differenziazione di sé dentro la relazione con il sistema-docenti, cioè con il processo di differenziazione e di coscienza di noi formatori.

 

 

* Psicologa, Psicoterapeuta Gestalt e sistemico-relazionale, Supervisore Feig e Formatore AICO

** Dottore in tecniche psicologiche, Musicoterapeuta, Formatore AICO

1 Ci riferiamo qui al modello tipicamente scolastico e universitario, in cui vi è un passaggio di conoscenze di tipo top-down, sostanzialmente acritico e unidirezionale, e non ad una trasmissione di tipo intuitivo, come da “maestro” a allievo, che invece trova riscontro nella Gestalt “storica”.

2 Bandura, Albert (1997), Autoefficacia: teoria e applicazioni. Erikson, Trento, 2000

3 Naranjo, Claudio (2009), Per una Gestalt viva. Astrolabio

4 Concetto affine a quello di campo psicologico di Kurt Lewin, (Antologia di scritti. Il Mulino, 1977; I conflitti sociali. Saggi di dinamica di gruppo, Franco Angeli, 1979) emendato dagli aspetti più legati alla fisica spaziale, e a quello di UCL (Universo Culturale Locale) di B. Porena, (IMC: un’ipotesi per la sopravvivenza, EUE), al netto della centratura sulla cultura.

5 Asch, Solomon, Psicologia sociale. Società Editrice Internazionale, Torino 1989

6 Bion, Wilfred (1943-52), L’esperienza nei gruppi. Armando 2006

7 Brentano, Franz La psicologia dal punto di vista empirico, (3 voll.), Laterza, Roma 1997

8 Husselr, Edmund (1913), Introduzione generale alla fenomenologia pura, Einaudi, Torino 2002

9 Tajfel, Henry, Gruppi Umani e Categorie Sociali, Il Mulino, Bologna 1999

10 ACP – Rivista di Studi Rogersiani – 2002

11 Stern, Daniel (1985) Il mondo interpersonale del bambino. Bollati Boringhieri, Torino 1987

12 Bion, W op. cit.